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Editorialedi Libertyfirst & John Christian Falkenberg (Libertyfirst & Falkenberg)
pubblicato il 22 ottobre 2009 alle 09:00 dallo stesso autore - torna alla home

Come molti difensori del libero mercato scrivono da anni, la crisi cominciata nel 2007, e da cui si può dubitare fortemente di essere ormai usciti, era stata ampiamente prevista e le sue cause largamente analizzate. Risalgono alla fine degli anni ’70 i primi modelli in cui l’aspettativa di un intervento statale induce comportamenti inefficienti negli operatori economici; un esito che si può eliminare soltanto vincolando l’interventismo statale e impedendo cioè ai policymakers di influenzare il mercato. I primi studi accademici  che facevano notare come le politiche monetarie possono creare bolle speculative ed instabilità sistemica attraverso varie forme di moral hazard sono apparsi invece negli anni ’90.

La politica ha però le sue ragioni che la ragione non conosce, purtroppo, e alla bancarotta intellettuale dell’interventismo e della discrezionalità non è seguita la sua bancarotta politica, ma al contrario il suo successo planetario, simbolicamente rappresentato da un Greenspan che pareva aver trovato il modo di navigare sapientemente l’economia tra la Scilla dell’inflazione e la Cariddi delle recessioni. Tutte balle, ovviamente.

Siccome la politica monetaria ha largamente perso efficacia, dopo essere stata considerata una sorta di panacea per molti anni, si torna a parlare di regolamentazioni. L’Economist fa notare però come queste speranze siano largamente illusorie. (carina la chiosa dell’articolo: la maggior parte dei fondi per il bailout è venuta dalla riduzione della competizione, dalla monetizzazione del debito da parte della banca centrale e da interpretazioni lasche delle regolamentazioni. Credibilità. Chi era costei?)

Preliminarmente, occorre ribadire alcune  cose relativamente banali su come funziona il mercato. Punto uno: il mercato è composto di migliaia di imprenditori che subodorano opportunità di profitto e si coordinano quindi attraverso il calcolo economico. Punto due: se si assicurano gli imprenditori dalle conseguenze delle loro azioni, si incentiveranno comportamenti irresponsabili e si diffonderanno segnali fuorvianti a tutti i mercati attraverso il sistema dei prezzi. Punto tre: le politiche che generano sistematicamente moral hazard tendono a distorcere radicalmente il funzionamento del mercato. Punto quattro: se non si vuole eliminare la causa (l’interventismo) e ci si limita a focalizzarsi sull’effetto (i comportamenti scriteriati sui mercati finanziari) si rischia di rendere il mercato estremamente poco efficiente, perché l’unico modo per impedire agli imprenditori di sfruttare le opportunità di profitto è impedir loro di essere imprenditori. Padella o brace? Finché c’è moral hazard sistematico, la scelta è piuttosto limitata.

L’articolo dell’Economist fa notare diverse cose. Innanzitutto, invita a ricordarsi della “time inconsistency”, idea della  fine degli anni ’70, ma che non ha avuto grossi successi di policy, salvo uno, e cioè l’indipendenza delle banche centrali, anche se ormai credo ne sia rimasto poco: queste sembrano infatti aver svenduto il capitale di credibilità che avevano accumulato. Inoltre, i regolatori non hanno alcun incentivo a regolare bene il mercato perché non pagano di tasca propria. L’articolista dice che l’eccezione è la FDIC americana, perché regola e contemporaneamente finanzia le banche commerciali, si tratta però di wishful thinking perché la FDIC è ancora più soggetta al moral hazard delle banche, in quanto la probabilità che il Tesoro la lascerebbe fallire in caso di pratiche irresponsabili è pari esattamente a zero. Come se non bastasse, queste istituzioni obbediscono alle normali regole della burocrazia, equivalenti a quelle della politica: nascondere i costi, espandere il proprio potere, aiutare gli amici, evitare di prendersi responsabilità.

L’analisi è buona, ma la soluzione proposta è pessima:  si propone di delegare alla banca centrale tutti i poteri di controllo sulle banche, essendo i suoi dipendenti meglio pagati e più incentivati. Non capisco in che universo parallelo sia stata concepita questa soluzione, però: l’attuale crisi è dovuta alle politiche della Fed e non della FDIC, non stiamo mica nel 1987!

Concordo altrettanto poco con l’idea di internazionalizzare le autorità finanziarie. A che serve massimizzare la pericolosità degli (inevitabili) errori istituendo istituzioni che imporrebbero le loro fisime a tutti? Come si può  pensare di risolvere i problemi di incentivo e di conoscenza di regolatori e  policy-makers rendendoli ancora più incontrollabili e ancora più potenti? Un pensierino allo scetticismo della public choice andrebbe fatto, invece di sognare di politici e burocrati onnipotenti, onniscienti, infinitamente buoni e misericordiosi: lasciamo la teologia ai teologi.

La dottrina Bernanke, secondo cui le banche vanno salvate ad ogni costo perché la loro crisi può prolungare le depressioni, come durante la Grande Depressione, non può in alcun modo essere applicata alla pratica, perché salvare le banche equivale a indurre rischi eccessivi, e quindi rende più e non meno probabili le crisi. L’accanimento terapeutico a cui sono soggetti i mercati finanziari fa pensare che l’unica vera loro malattia sia l’ipocondria: se un paziente inizialmente sano comincia a mostrare sintomi che sono in realtà l’effetto collaterale delle medicine, e se si continua per questo motivo a prescriverne sempre di nuove, prima o poi il paziente morirà davvero.

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