Come molti difensori del libero mercato scrivono da anni, la crisi cominciata nel 2007, e da cui si può dubitare fortemente di essere ormai usciti, era stata ampiamente prevista e le sue cause largamente analizzate. Risalgono alla fine degli anni ’70 i primi modelli in cui l’aspettativa di un intervento statale induce comportamenti inefficienti negli operatori economici; un esito che si può eliminare soltanto vincolando l’interventismo statale e impedendo cioè ai policymakers di influenzare il mercato. I primi studi accademici che facevano notare come le politiche monetarie possono creare bolle speculative ed instabilità sistemica attraverso varie forme di moral hazard sono apparsi invece negli anni ’90.
La politica ha però le sue ragioni che la ragione non conosce, purtroppo, e alla bancarotta intellettuale dell’interventismo e della discrezionalità non è seguita la sua bancarotta politica, ma al contrario il suo successo planetario, simbolicamente rappresentato da un Greenspan che pareva aver trovato il modo di navigare sapientemente l’economia tra la Scilla dell’inflazione e la Cariddi delle recessioni. Tutte balle, ovviamente.
Siccome la politica monetaria ha largamente perso efficacia, dopo essere stata considerata una sorta di panacea per molti anni, si torna a parlare di regolamentazioni. L’Economist fa notare però come queste speranze siano largamente illusorie. (carina la chiosa dell’articolo: la maggior parte dei fondi per il bailout è venuta dalla riduzione della competizione, dalla monetizzazione del debito da parte della banca centrale e da interpretazioni lasche delle regolamentazioni. Credibilità. Chi era costei?)
Preliminarmente, occorre ribadire alcune cose relativamente banali su come funziona il mercato. Punto uno: il mercato è composto di migliaia di imprenditori che subodorano opportunità di profitto e si coordinano quindi attraverso il calcolo economico. Punto due: se si assicurano gli imprenditori dalle conseguenze delle loro azioni, si incentiveranno comportamenti irresponsabili e si diffonderanno segnali fuorvianti a tutti i mercati attraverso il sistema dei prezzi. Punto tre: le politiche che generano sistematicamente moral hazard tendono a distorcere radicalmente il funzionamento del mercato. Punto quattro: se non si vuole eliminare la causa (l’interventismo) e ci si limita a focalizzarsi sull’effetto (i comportamenti scriteriati sui mercati finanziari) si rischia di rendere il mercato estremamente poco efficiente, perché l’unico modo per impedire agli imprenditori di sfruttare le opportunità di profitto è impedir loro di essere imprenditori. Padella o brace? Finché c’è moral hazard sistematico, la scelta è piuttosto limitata.



Complimenti ad entrambi. I miei autori preferiti insieme in un post