Clandestina e prostituta: nemmeno l’amore la può salvare

Potrebbe davvero essere stato l’unico italiano ad aver avuto accesso al  centro di identificazione ed espulsione  di Bologna negli ultimi...

Potrebbe davvero essere stato l’unico italiano ad aver avuto accesso al  centro di identificazione ed espulsione  di Bologna negli ultimi sei mesi prima di agosto. Abbiamo parlato Daniele Ciolli, ventenne piacentino noto alle cronache per l’odissea superata con successo nel suo eccezionale riuscire a varcare la soglia del “lager” di via Maffei

Tutto per vedere il suo ex amore, una ragazza nigeriana venuta in Italia ad inseguire la promessa di un posto di lavoro. Tutto nonostante la sua sedia a rotelle. “Raccontate quello che ho visto” ci ha chiesto. Non possiamo che fare così. Noi non siamo riusciti nemmeno in qualcosa di molto più semplice. Dovrei poterne essere  certa, perché non ho motivo di dubitare che possano avermi  mentito su una cosa “banale” come questa: all’interno del Centro di Identificazione ed Espulsione di via Maffei a Bologna ci sono sia un campo da calcio che uno da pallacanestro. Mi era stato raccontato altrimenti e,  per  potermene assicurare, ho dovuto parlare  con quattro persone diverse, tra quelle poche  informate sui fatti più o meno autorizzare a comunicare con l’esterno.

CHI E’ ENTRATO QUA DENTRO? – Al centralino del Cie, alla mia insolita domanda, mi hanno risposto “Sono informazioni riservate”. Dopo qualche mia insistenza  hanno comunque rilasciato la spettacolare rivelazione: “sì, c’è un campo da calcio, ma per farselo confermare chiami la prefettura“.  Così ho fatto e: “Guardi, non le sto chiedendo se  malmenate le persone…” ho tentato di rassicurare  la quarta persona in ordine con cui ho parlato al telefono.  Da buon responsabile mi dice: “sì, capisco, ma, sa, potrebbe chiamare un cittadino qualunque, mica possiamo rispondere a tutti. In ogni caso sì,  c’è il campo da calcio ma anche uno da pallacanestro, niente palestra però. Insomma, c’è tutto quello di cui una persona ha bisogno per vivere….”  Alla fine dunque risponde, ma lo sento a disagio mentre lo fa. Nel frattempo penso che io sono proprio un cittadino qualunque. Come del resto gli ho spiegato non sono una giornalista, anche se devo scrivere un pezzo. Per questo, ad un tratto, lo  interrompo: “beh,  credo che sia  mio diritto  essere informata, anche per valutare l’idea che viene diffusa quando quando ci si riferisce ai centri di identificazione ed espulsione. Sa, si scrivono tante cose al riguardo. Dovrei farlo anch’io, come le dicevo. Devo verificare qualcosa che mi è stato raccontato da una persona che ha visitato il posto”. Tuona, sorpreso: “Chi? Chi  è che c’è stato?” Fin’ora è stato piuttosto gentile e disponibile, quasi mi dispiace non poter soddisfare la sua curiosità: “Eh, mica posso dirglielo così”  “Ma chi è che è entrato qui dentro?“, insiste lui.

UN LUOGO INACCESSIBILE – Il tono non sembra nemmeno più tanto stupito, anzi, mi sembra quasi di vederlo d’un tratto sorridere, come se non mi stia credendo affatto. Prima, lui come gli altri, mi ha spiegato che posso anche avere la possibilità di fare una gita panoramica nei corridoi tra le sbarre del centro,  o tra le mura alte che limitano un corridoio all’aperto, a patto di farne richiesta formale in prefettura. Forse si è dimenticato però di avvisarmi che potrei non avere  tante possibilità che la mia domanda venga accolta.  Non posso nemmeno saperlo prima, perché, come mi è stato ripetuto più volte, finanche da un’operatrice della misericordia, ovvero una dipendente dell’ente che gestisce il funzionamento interno della struttura, sono informazioni riservate queste. Secondo Daniele Ciolli, il ragazzo con cui ho parlato, l’unico testimone italiano del Cei di Bologna con  cui mi è capitato fin’ora di confrontarmi e l’unico italiano ad essere entrato a visitare il posto negli ultimi sei mesi prima di agosto (secondo quanto è stato gli è stato raccontato proprio da alcuni  “mediatori della misericordia” che ci lavorano dentro)  la concessione del “pass” per visitare da turista  quello che lui descrive come un lager non è cosa affatto semplice.

LA STORIA DI DANIELE – Lui,  ventunenne piacentino, iscritto ai giovani di rifondazione comunista – come ci tiene a precisare – è riuscito a varcare quella soglia tanto contestata, lì, in via Maffei, per ben cinque  volte, due delle quali senza permesso alcuno. “Anche se ho pure litigato con qualcuno lì dentro, in certi momenti  avevo  quasi la sensazione che mi rispettassero. Forse non riuscivano nemmeno a capacitarsi che fossi un ragazzo sulla sedie a rotelle, anche un tipo mi aveva accusato di sfruttare la mia condizione  di invalidità“. A portare Daniele dentro al Cie, prima che la sua sedia a rotelle, prima che i treni,  gli autobus ed i taxi non tutti pensati per quelli nelle sue condizioni, è stato l’amore di allora per una ragazza, Jessica. Poco più che ventenne gli aveva rubato il cuore. È una bellissima nigeriana venuta in Italia con un biglietto pagato da quelli che poi si sono rivelati i suoi sfruttatori, con l’illusione che qualcuno le avrebbe offerto un lavoro come parrucchiera o babysitter. Invece  poi si è trovata  a battere le strade di Piacenza. “È lì che l’ho conosciuta“,  ammette Daniele, “non mi nascondo. Cercavo una prestazione sessuale, poi è successo altro, ci siamo innamorati forse, anche se l’amore è una parola grossa. Ora non siamo più insieme comunque” E’ per lei che, nonostante  un’odissea di vicissitudini varie,   Daniele, a fine agosto 2009, riesce ad entrare la prima volta nel centro di identificazione ed espulsione di Bologna. Gli ho fatto qualche domanda.