Le scuole crollano e i governi non lo sanno
19/10/2009 - Gli enti locali sono sul piede di guerra. Bocciano la manovra finanziaria 2010 e le norme sul patto di stabilità interno, che impediscono anche a chi ha disponibilità finanziarie di fare investimenti, a partire da quelli per la messa in
Gli enti locali sono sul piede di guerra. Bocciano la manovra finanziaria 2010 e le norme sul patto di stabilità interno, che impediscono anche a chi ha disponibilità finanziarie di fare investimenti, a partire da quelli per la messa in sicurezza degli istituti scolastici
La Legge finanziaria 2010, nel solco di quella del 2009 chiede il sacrificio più grande proprio alle amministrazioni locali. Essa prevede un rientro dal deficit che comuni, province e comunità montane non sono in grado di garantire, a causa dei continui tagli ai trasferimenti e delle regole assurde ed impraticabili del Patto di stabilità interno. Stanno male Comuni e province, stanno peggio le comunità montane, che aspettano anche il riordino della normativa di settore e l’attuazione di una politica organica in materia. Gli Enti Locali le hanno cantate chiare nel corso di un’audizione a Palazzo Madama in Commissione congiunta al Bilancio di Camera e Senato.
LE REGOLE DEL PATTO DI STABILITA’ – C’erano i rappresentati di Anci, Upi e Uncem, mentre non c’erano le Regioni, che da mesi hanno rotto tutte le relazioni istituzionali con il governo, in attesa di chiarimenti che tardano ad arrivare. Hanno chiesto la modifica del ddl Finanziaria, a partire dal “Patto di stabilità interno”, accusato di provocare situazioni paradossali. Il Patto di Stabilità interno nasce dopo il Trattato di Maastricht, per permettere al nostro paese di raggiungere gli obiettivi fissati dal Trattato, in particolare quello dell’indebitamento netto della Pubblica Amministrazione in rapporto al Pil inferiore al 3%. Per questo ogni legge finanziaria assegna
gli obiettivi programmatici per gli enti territoriali ed i corrispondenti risultati ogni anno. Originariamente era impostato sui saldi di bilancio, in modo che ogni ente locale poteva autonomamente decidere se agire sul versante delle spese (riducendole) o su quello delle entrate (aumentandole). E tutto sommato funzionava. Poi è arrivato Giulio Tremonti.
LA “RIFORMA” DI TREMONTI – Il ministro dell’Economia ha agito su diversi fronti. Prima di tutto, ha bloccato l’autonomia impositiva di Regioni ed Enti Locali, impedendo di fatto ad essi di agire sul versante delle entrate. Quindi, l’unica strada è bloccare le spese. Poi, ha assunto come parametro di riferimento del patto di Stabilità il saldo finanziario del 2007, calcolato in termini di competenza mista, cioè assumendo per la parte corrente i dati di competenza (accertamenti meno impegni) e per la parte in conto capitale i dati di cassa (riscossioni meno pagamenti). In questo modo vengono esclusi dal meccanismo di calcolo dei limiti imposti agli enti locali, i pagamenti di parte corrente e gli impegni in conto capitale. Se questo consente di programmare più liberamente gli investimenti, rende poi difficile la trasformazione in cassa (pagamenti effettivi, cioè realizzazione) della competenza (impegni, cioè programmazione degli interventi). In pratica, si crea un meccanismo “strutturale” di blocco della spesa effettiva per investimenti: mentre l’Ente può tranquillamente spendere i soldi per la spesa “corrente”, non può più farlo per gli “investimenti”. Secondo le stime dell’Anci i comuni dispongono di 33 miliardi di euro di residui passivi, dei quali 11 potrebbero essere usati subito. Ma di questi, con le regole attuali risulterebbero effettivamente impiegabili solo 740 milioni di euro.
L’AVANZO STRUTTURALE - Si crea cioè una specie di tendenza “naturale” alla crescita abnorme dei residui di bilancio, ad un “forzato” avanzo di amministrazione, attuato mediante un tendenziale blocco dei pagamenti per investimenti, anche in presenza di disponibilità finanziarie. L’Anci, nella memoria consegnata alle commissioni Bilancio di Camera e Senato, scrive che “le regole vigenti sul Patto hanno avuto l’effetto perverso di creare residui passivi nei bilanci comunali, di portare gli Enti locali in “avanzo” strutturale. Si stima che nel 2011, a legislazione vigente, tutti i Comuni saranno in avanzo di amministrazione”. Ma questo risultato si è ottenuto rendendo impossibile fare investimenti. Oltre al fatto che la penalizzazione è selettiva. Sì, ma al contrario: il meccanismo si basa sul taglio “lineare” dei saldi, a partire dal livello degli stessi nei 2 anni precedenti. Così gli enti locali più virtuosi, che avevano fatto sane politiche di bilancio negli anni passati, sono penalizzati rispetto a quelli un po’“spreconi”. Nella “cupio dissolvi” tremontiana qualche anno fa finirono addirittura i Fondi dell’Unione europea, che però – se non vengono utilizzati entro un certo periodo di tempo (la cosiddetta regola dell’ n+2) – devono essere restituiti all’Unione Europea. Qualcuno fece notare allo zelante ministro l’infortunio e la regola venne rapidamente modificata.
LA MESSA IN SICUREZZA DELLE SCUOLE – Ma bloccare gli investimenti non è quasi mai una buona idea. Perché tutti pensiamo alle grandi opere inutili, ma ad essere bloccate non sono mai quelle. Antonio Rosati, assessore
al Bilancio della provincia di Roma, intervenuto a nome dell’Upi all’audizione parlamentare, ha lanciato l’allarme: “se non ci sarà un allentamento del patto di stabilità si metterà a serio rischio il programma per la messa in sicurezza delle scuole che dovrà essere presentato entro il 31 dicembre 2010”. Molti pretori stanno giustamente chiedendo ai presidenti di provincia i programmi per la messa in sicurezza delle scuole di secondo grado, ma i presidenti non possono farvi fronte perché rischiano di sforare il patto di stabilità. Ci troveremmo in una situazione assurda: i presidenti delle province che rischiano l’incriminazione perché rispettano una legge dello Stato. “E’ invece fondamentale – ha detto Rosati – consentire alle Province l’utilizzo e l’impiego dell’avanzo di amministrazione per il finanziamento delle spese di investimento, anche nell’ottica di una diminuzione del ricorso all’indebitamento, con immediate conseguenze positive sullo stock di debito della PA”. Sono parole sagge. Verranno ascoltate?













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