Gli enti locali sono sul piede di guerra. Bocciano la manovra finanziaria 2010 e le norme sul patto di stabilità interno, che impediscono anche a chi ha disponibilità finanziarie di fare investimenti, a partire da quelli per la messa in sicurezza degli istituti scolastici
La Legge finanziaria 2010, nel solco di quella del 2009 chiede il sacrificio più grande proprio alle amministrazioni locali. Essa prevede un rientro dal deficit che comuni, province e comunità montane non sono in grado di garantire, a causa dei continui tagli ai trasferimenti e delle regole assurde ed impraticabili del Patto di stabilità interno. Stanno male Comuni e province, stanno peggio le comunità montane, che aspettano anche il riordino della normativa di settore e l’attuazione di una politica organica in materia. Gli Enti Locali le hanno cantate chiare nel corso di un’audizione a Palazzo Madama in Commissione congiunta al Bilancio di Camera e Senato.
LE REGOLE DEL PATTO DI STABILITA’ – C’erano i rappresentati di Anci, Upi e Uncem, mentre non c’erano le Regioni, che da mesi hanno rotto tutte le relazioni istituzionali con il governo, in attesa di chiarimenti che tardano ad arrivare. Hanno chiesto la modifica del ddl Finanziaria, a partire dal “Patto di stabilità interno”, accusato di provocare situazioni paradossali. Il Patto di Stabilità interno nasce dopo il Trattato di Maastricht, per permettere al nostro paese di raggiungere gli obiettivi fissati dal Trattato, in particolare quello dell’indebitamento netto della Pubblica Amministrazione in rapporto al Pil inferiore al 3%. Per questo ogni legge finanziaria assegna
gli obiettivi programmatici per gli enti territoriali ed i corrispondenti risultati ogni anno. Originariamente era impostato sui saldi di bilancio, in modo che ogni ente locale poteva autonomamente decidere se agire sul versante delle spese (riducendole) o su quello delle entrate (aumentandole). E tutto sommato funzionava. Poi è arrivato Giulio Tremonti.




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