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Inchiestadi Mauro Senzaterra (Mthrandir)
pubblicato il 19 ottobre 2009 alle 10:30 dallo stesso autore - torna alla home

Tra i giovani musulmani nordamericani spopola la versione punk del Sacro Testo dell’Islam. Colpa di un libro uscito semiclandestinamente nel 2004  e trasformato da pochissimo in un documentario cult per i figli di Allah che al turbante preferiscono la cresta.

Tutta colpa di Michael “Muhammad” Knight, un corpulento trentaduenne di origini irlandesi convertitosi all’Islam – dice Wikipedia – dopo l’incontro letterario con Malcom X, che michael muhammad knight Il Corano col piercingnel 2002 cominciò a far girare tra gli amici alcune copie della sua prima opera letteraria. The Taqwacores è un romanzo ambientato una specie di comune musulmana di Buffalo frequentata da personaggi un tantino border-line, ivi inclusa una riot  grrrl in burqa che si concede al sesso orale sul palcoscenico, che ebbe l’onore delle stampe nel 2004 grazie all’interessamento di  Autonomedia: dando un’occhiata al catalogo della casa editrice, si può immaginare facilmente la ragione. In ogni caso il romanzo ebbe un grande successo tra i giovani musulmani americani molti dei quali, probabilmente, delle rigidità imposte dalle interpretazioni più ortodosse dell’Islam ne avevano piene le tasche. Anzi, per questi ragazzi presi costantemente in mezzo tra una cultura di provenienza che gli va troppo stretta e una di destinazione che fatica a non considerarli potenziali minacce, il titolo del romanzo di Knight è diventato la definizione di un movimento nel quale si riconoscono in parecchi.

TAQWACORE – Il termine deriva “taqwa” che, in arabo, sembra voglia dire un sacco di cose (da “pietà”, nel senso della pietas latina, al “timor di Dio”) e da “hardcore”, un derivato del punk nato alla fine degli anni ‘70. Insieme definiscono un movimento che, con la scusa del genere musicale, raggruppa quelli che si potrebbero considerare i ribelli alla Chiesa ufficiale. Si tratta di una specie di involontaria comunità islamo-luterana post litteram impegnatissima ad elaborare le proprie tesi da affiggere simbolicamente all’uscio dell’ortodossia. Evidentemente l’appropinquarsi del 1500

(secondo il calendario islamico, oggi siamo nel 1430) corrisponde alla crisi del settimo anno nei matrimoni. Il fenomeno taqwacore è tornato recentemente alla ribalta – non da noi, ovviamente – perché al Vancouver Film Festival è stato presentato nei giorni scorsi il film documentario del canadese Omar Majeed (Taqwacore: the birth of punk Islam) e ha fatto un po’ di rumore.  Tendenzialmente perché nessuno è ancora in grado di stabilire se il movimento sia da considerarsi anti-islamico o il suo opposto, cioè un’abile operazione di marketing missionario.

MUSIC FOR THE MASSES -  Il documentario di Majeed è il resoconto filmato del viaggio tra USA e Pakistan dei Kominas (bastardi in lingua urdu), una delle band più note del “settore”. Ma, si fosse trattato soltanto di questo, molto probabilmente non ne avrebbe parlato che una ristretta minoranza di appassionati. In realtà, il fenomeno interessa proprio per la sua difficile collocazione. Da un lato Knight, Majeed e tutti i leaders delle band musicali ripetono instancabilmente che il taqwacore non si colloca al di fuori dell’Islam, ma ne rappresenta una delle anime, quella più “riformista”. Dall’altro, però, al netto delle velleità provocatorie dei nomi scelti (Vote Hezbollah o Infibulates, per dirne due) e dei contenuti espressi in modo poco elegante, non si può non notare che la somma superficiale del messaggio possa indurre a pensare che si tratti di un tentativo di reclutare i più riottosi alla causa. La tesi è un po’ contorta ma, se ancora qualcuno si ricorda delle famigerate vignette sull’Islam, è curioso notare che – nel caso dei ribelli punk –  qualche mammasantissima dell’ortodossia akominas1 Il Corano col piercingncora non abbia preso una posizione ufficiale. Di solito ci si becca una fatwa per molto meno.

UNO, NESSUNO E CENTOMILA – Il fatto è che, forse, nemmeno i punk islamici sanno chi sono. O meglio, fedeli alla linea che predica l’indefinibilità ideologica del “punk”, negano recisamente di essere un movimento. Fin dal momento della prima popolarità è stato un lungo rincorrersi di smentite e di negazioni, come confessò ai tempi Marwan Kamel, leader della band Al-Thawra (La rivoluzione): “Io non so cosa sia il Taqwacore, è soltanto qualcosa che stiamo facendo. I musulmani ci odiano perché pensano che ci comportiamo di merda. Taqwacore vuol dire che siamo qui e che non abbiamo paura di dire chi siamo”. A patto di saperlo, naturalmente. Sembra di capire, comunque, anche solo spulciando qua e là, che non si tratti di uno dei possibili piedi di porco che l’occidente sogna da tempo per scardinare la rigidità della sua controparte. Certo si tratta di una generazione che agli Imam meno larghi di manica deve piacere pochissimo, ma forse sono tenuti in scarsa considerazione per via di quell’orgoglio anarcoide che impedisce all’insoddisfazione di trasformarsi in istanza politica o sociale. È gente che abita nella terra di mezzo culturale e che non ha alcuna voglia di sconfinare per dare fastidio ai due litiganti. Eppure, mai dire mai. Certe “trasformazioni”e certe contaminazioni non portano sempre e necessariamente a cambiamenti volontari o predeterminati: proprio come dicono i taqwacorers, sono lì e succedono. E chissà che a forza di capitare alla fine, goccia dopo goccia, non finiscano per aprire una breccia nel muro. Comunque sia, considerando il numero di persone che lavora alacremente per tenerlo in piedi, un po’ fanno tenerezza questi crestati urlatori che, al momento, sono tra i pochi a provare a tirarlo giù.

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