Cultura

L’impiegato statale

18 ottobre 2009

Una vita normale, banale?, trasformata da un atto di coraggio. E da due occhi che chiedono giustizia

Camminare a piedi non mi è più naturale. Come scrivere a mano o forse anche di più. Da quando ci sono i computer non uso mai una penna se non per firmare, inutili infinite variazioni del mio nome, sgorbi sempre diversi che dovrebbero essere sempre uguali. Così per il camminare. Sono abituato a salire i gradini di un autobus, aggrappandomi forte agli appigli per non cadere e dribblando a passi sghembi uomini e bagagli fino alla vicina uscita. O i corridoi di un treno, passi corti e rapidi tra facce assonnate fino al posto che accoglierà il mio riposo. O le scale mobili delle stazioni della metropolitana che ti accompagnano alla porta e ai sedili sempre pieni di gente dai mille colori. E da lì l’ufficio, proprio di fronte alla metro, ascensore veloce dove ammucchiare i silenzi con altri impiegati statali che, come te, sono stati appena svegliati da chissà quali viaggi.

Ma i passi di oggi sono diversi, rompono il ritmo sempre uguale dei miei giorni. Non sono passi da week-end, da centri commerciali o da visite a parenti. Sono passi tranquilli, tra persone affannate che non mi appartengono. Guardo la mia meta, l’edificio dalla pietra bianca e squadrata, l’architettura decisa senza ripensamenti, che viene da un epoca dove l’esitazione era tradimento ed il dovere civile il credo di una nazione e di ogni individuo. Ma io, tranquillo impiegato del ministero, io che non ho mai abbandonato la mia casa natale e non ho mai cercato veramente una famiglia dopo aver assistito al lento spegnersi della mia, io che non ho mai rischiato nulla per paura che le cose cambiassero in peggio o meglio che fosse, io cosa ci faccio in questo luogo?

Sento che le gambe si fanno più esili, come se si accorgessero per la prima volta che il corpo lassù pesasse due quintali, il passo incerto e i fianchi mi prepararono, quasi mi spingono a girarmi verso la vita di sempre, la tranquilla vita di sempre. Ma poi, per un solo attimo, ricompaiono gli occhi, quegli occhi che ho cercato di cancellare, la più insignificante delle visioni della mia vita che ora si prepara a cambiarla per sempre. Immagino cosa penseranno i miei colleghi quando non mi vedranno in ufficio. Come altre volte cercheranno sul giornale che accompagna il caffè mattutino scioperi dei treni, ascolteranno la radiolina dell’addetto alle spedizioni per sapere di incidenti, di guasti alla metro o altro. Qualcuno, istintivamente, immaginerà una malattia, dopo 31 anni senza un giorno di assenza, oppure un lutto, che ormai è impossibile. Penseranno a male, temendo per la mia salute senza neppure poter fare una chiamata sul cellulare, la cui mancanza era stata la mia puntigliosa protesta contro la società che avevo sempre fuggito, che mi aveva ricambiato con una quasi completa solitudine.

Pensandoci ora mi mancheranno un po’, se, come penso, non li rivedrò mai più. Perché questi passi significano la fine della mia vita attuale verso un mondo forse ancora più solitario. Ma allora perché farlo? Perché non tornare indietro e ricominciare tutto come prima? Perché ci ho provato senza successo, inseguito e tormentato da una unica, semplice visione: due occhi.

Era una mattina come altre, passata un po’ sonnecchiando, ad occhi mezzi chiusi, un po’ leggendo, sul giornale, infinite ripetizioni di storie di un mondo che, giusto a due passi da me, non toccavo mai. Ad un tratto questi occhi erano rimasti a vagare lungo i campi spazzati dal treno fino a che… Fino a che un prato verdissimo aveva smesso di ondeggiare sulle colline per lasciar posto ad una casa colonica, una porta ed una finestra che sarebbero scappate via per perdersi nell’oblio se ci non fossero state due gambe e due braccia che si agitavano veloci. All’improvviso si era materializzato un tronco, così tondo da ondeggiare sotto la spinta di una inusitata corsa. Un viso terrorizzato scoprì il treno e con le braccia alzate al cielo si animò in un urlo muto prima di accasciarsi pesante, quasi tradito da quella speranza vana. La sua massa che scomparve rivelò un altro uomo, il braccio teso verso una pistola che sussultava per altri due colpi a scuotere quel corpo senza vita. Quando anche quest’uomo scoprì il treno, alzò lo sguardo e, indifferente, si girò per raggiungere una moto, un altro corpo e un casco già pronti a partire.

Per un qualunque impiegato statale addetto ad uno sportello affollato, i visi scorrono via veloci. Ma non per me, per questa ostinata memoria che insiste a raccoglierli tutti, a rendere familiari visi di persone che riemergono da quel flusso dopo settimane o mesi o magari mai più. Nella memoria di quel giorno il volto del giovane assassino si riflesse su tutti i visi, ora sottolineando la diversa curvatura del naso, gli occhi più vicini o lontani, la bocca più dura e cattiva, più indifferente e fredda di chiunque avesse guardato un uomo morire. Così quando sono tornato a casa avevo divorato i telegiornali per quella notizia che pareva fosse successa solo nella mia testa. E piano piano il loro silenzio tramutò la speranza che fosse stato solo un sogno, ad occhi aperti, in convinzione e certezza. Ma quel silenzio della televisione non mi bastava: agitai quella notte infinita finchè l’alba giustificò la dipartita da quel solitario letto.

Aspettai che i giornali arrivassero lì, buttati davanti all’edicola come sacchi dell’immondizia, farfalle che vivevano un solo giorno prima di diventare obsolete, sgualcite, un peso da scacciare via come la cattiva coscienza. Comprai le cronache locali e i giornali nazionali, titolati o sensazionalistici, ammassi disordinati di parole o ordinata strutture di titoli. Nulla in prima pagina, di sicuro non era un morto importante (se mai fosse stato partorito da una donna piuttosto che dalla mia mente), nulla nella cronaca nazionale, niente in quella locale di tanti giornali tranne un trafiletto, un graffio che come sulla vernice metallizzata di un auto nuova è destinato a non scomparire. L’ansia ormai quasi assopita scoppiò in un batticuore improvviso.

Mi girai intorno come se fossi stato scoperto ma gli altri continuavano tranquillamente a dormire il duro e scomposto sonno dei pendolari. Ero solo, solo con quel terribile segreto. Un contadino, diceva, incensurato, era stato trovato morto dalla moglie davanti al suo casolare. Era sospettato un vicino di podere, che più volte lo aveva minacciato di morte. Il vecchio, fermato dalla polizia, si era proclamato innocente, nonostante nel suo casolare avessero trovato la pistola assassina. D’improvviso la realtà mutò forma: tutto era falso, quelle persone che dividevano quel treno con me, le colline che sfrecciavano veloci, la stessa partenza e prima ancora l’inizio del giorno e della notte prima. L’unica cosa vera era quello sguardo che implorava aiuto e un altro, di uno sconosciuto che gridava in una cella la sua indifferenza.

3 commenti a L’impiegato statale

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  2. lisa72

    Che bello avere un appuntamento fisso: la lettura dei tuoi pezzi la domenica ^_^
    Che bello leggerli tutti d'un fiato e poi rileggerli con calma per assaporare quello che alla prima lettura era sfuggito! :)
    Buona domenica e grazie, Lisa

  3. ambrogio brambilla

    Bella la letteraura, si riesce anche a far diventare la vittima il carnefice e viceversa.

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