Dopo le dichiarazioni rese ai microfoni di Annozero l’ex Ministro di Grazia e Giustizia viene convocato dai procuratori di Caltanissetta e Palermo sulla trattativa tra mafia e Stato del ’92. Avesse parlato prima probabilmente molti lati oscuri della vicenda sarebbero già stati chiariti
I procuratori di Caltanissetta Sergio Lari e Domenico Gozzo e il procuratore di Palermo Antonio Ingroia hanno interrogato ieri, per circa quattro ore, Liliana Ferraro, ex capo degli Affari Penali del Ministero della Giustizia ai tempi dell’ uccisione di Paolo Borsellino, pochi giorni fa chiamata in causa dall’allora ministro di Grazia e Giustizia Claudio Martelli. Intervistato da Sandro Ruotolo per Annozero, Martelli ha affermato che il 23 giugno ’92, ad un mese esatto dalla morte di Giovanni Falcone, la Ferraro consigliò al capitano dei carabinieri Giuseppe De Donno di rivolgersi direttamente a Paolo Borsellino per esporgli la trattativa intavolata dagli uomini dei Ros con l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino. A scendere a patti con Ciancimino sarebbero stati De Donno in persona e un altro ufficiale, Mario Mori, qualche anno più tardi imputato per favoreggiamento aggravato, per non aver nemmeno tentato, dopo una soffiata, nel ’95, la cattura di Bernardo Provenzano.
TUTTI ZITTI – Son passati ben 17 anni da allora e, nonostante si sia parlato parecchio di questa, per adesso presunta, trattativa tra mafia e Stato, solo oggi un personaggio chiave come il ministro Martelli ricorda un particolare così rilevante ai fini dell’accertamento della verità. Finora, nonostante sia stato già interpellato dai giornalisti del grande schermo su quelle vicende, basti ricordare la puntata su Cosa Nostra di Blu Notte di Carlo Lucarelli, il Guardasigilli del ’92 non aveva mai rivelato quel particolare e non aveva nemmeno sentito l’esigenza di parlarne con gli inquirenti, così, come dovrebbe fare qualunque uomo dello Stato che quello Stato sente il dovere morale di difenderlo dalle cattive intenzioni dell’antistato, sia esso mafia, eversione, massoneria. “Queste ultime rivelazioni a distanza di così tanto tempo mi confermano un’idea – spiega Luca Tescaroli, sostituto procuratore a Roma e pm nel processo per la Strage di Capaci – C’è stata una cortina di ferro intorno all’accertamento della verità, sulle stragi. Potevamo fare passi in avanti importanti che non ci è stato concesso di fare. C’è un nodo irrisolto”.
I SILENZI - Secondo Tescaroli sono troppi i misteri nella storia dei due attentati, della possibile trattativa, dei non bene identificati punti di incontro e di scontro tra criminalità organizzata e istituzioni. Da una parte i silenzi del Ministro, dall’altra l’immobilismo dei colleghi di Falcone e Borsellino. Mentre Martelli ometteva di parlare, e lo ha fatto fino ad oggi, magari anche per mancanza di “fiducia in coloro che lo avrebbero dovuto sentire”, al contrario Paolo Borsellino parlò, ma senza essere mai chiamato “a Caltanissetta per testimoniare sulla strage del suo più caro amico”. Nei 57 giorni che separarono la sua morte da quella del collega Giovanni Falcone aveva avuto tutto il tempo di dire che la sua fine era vicina (lo fece in un incontro pubblico presso la Biblioteca Comunale di Palermo il 25 giugno) e tutto il tempo per affermare che sapeva “fatti che avrebbe detto solo all’autorità giudiziaria”. Evidentemente, dunque, dire che si trattava solo di mafia in tutti questi anni è convenuto a molti: se si fosse parlato o se si fosse data la possibilità di parlare come dovere sarebbe emersa una realtà diversa. “Non credo alla follia di Cosa Nostra – dice oggi Tescaroli – Qualcuno diede ai boss precise garanzie”. Una chiave di lettura interessante la dà pure l’avvocato Luigi Li Gotti, oggi senatore dell’Italia dei Valori, già sottosegretario alla Giustizia del governo Prodi, che riflette su tutti gli scenari che ad un tratto si sono aperti negli ultimi mesi, da luglio 2009 in poi: come ad esempio la vicenda del “papello”, il testo contenente tutte le richieste di Cosa Nostra per far cessare l’offensiva stragista, tenuto nascosto per così tanti anni e poi improvvisamente ricomparso, oggi alla ribalta della cronaca e consegnato tra le mani dei magistrati da Ciancimino junior, uno dei quattro protagonisti della trattativa insieme al padre Vito, ex sindaco di Palermo, e ai due uomini dei Ros.
I RICORDI – Son passati diciassette anni, dicevamo. E solo dopo 17 anni Martelli ricorda l’esistenza di una trattativa, o almeno di un contatto. Ricorda il riferimento a Liliana Ferraro. Ricorda la visita di De Donno e ricorda pure l’invito a rivolgersi a Borsellino. Ricorda perfino la data precisa dell’incontro: 23 giugno ’92. Si tratta di dichiarazioni che oggi, oltretutto, si collegano strettamente a quelle di Giovanni Brusca: il boss in un recente interrogatorio secretato avrebbe affermato che l’uccisione del giudice fu accelerata perché contrario alla trattativa in corso tra Stato e mafia. Per i magistrati quanto riferito a Ruotolo da Martelli ha quindi un valore investigativo di prim’ordine. Molti tasselli, insomma, potrebbero essere ricomposti. E di certo maggior luce poteva essere fatta già diversi anni fa, ma, come si dice, speriamo non sia troppo tardi.
























Martelli oggi va in Procura: con 17 anni di ritardo…
Dopo le dichiarazioni rese ai microfoni di Annozero l’ex Ministro di Grazia e Giustizia viene convocato dai procuratori di Caltanissetta e Palermo sulla trattativa tra mafia e Stato del ’92. Avesse parlato prima probabilmente molti lati oscuri della vi…
Capirai se lo dice tescaroli……cmq vediamo se questa storia arriva fino a dell'utri oppure si fermerà ad un ameno fotoritratto dell'italia primi anni 90 senza alcuna connessione con gli odierni assetti di potere.
dai, ognuno ha i suoi tempi:)
THE REST OF THE STORY by Davide Giacalone
Significativamente selettiva e prudentemente tempestiva, la memoria di Luciano Violante. I suoi lampi improvvisi illuminano un sentiero che, fin qui, abbiamo battuto in modo solitario. E’ dal giorno in cui un animale assassino parlò del “papello”, che in siculo sta per insieme di fogli, che ci s’interroga sull’ipotesi che sia realmente esistita una trattativa, o, almeno, un canale di contatto fra la mafia e lo Stato, e siccome è evidente che non potevano affidare l’eventuale dialogo a dei macellai semianalfabeti, si trattava di stabilire se si erano mosse le propaggini politiche della mafia. Una di queste ha nome e cognome: Vito Ciancimino, ex sindaco democristiano di Palermo. Sono anni che si fanno ipotesi, e ne ho scritto in modo piuttosto difforme dalla vulgata corrente, segnalando la coincidenza fra il governo della commissione parlamentare antimafia e certe scelte della politica e della magistratura. In tutti questi anni, sul punto, Violante ha taciuto. Ora ha sentito l’improvviso bisogno di farsi sentire dai magistrati di Palermo e di far sapere che, per il tramite del generale Mori, Ciancimino gli aveva chiesto un incontro. Perché parla solo ora?
Risposta: perché adesso il figlio di Ciancimino, interessato alla difesa dei soldi mal accumulati, ha deciso di rendere pubbliche alcune carte, che il vecchio Vito, conoscendo i suoi polli, aveva provveduto ad accumulare. In vista di questo diverso e riemerso papello, a Violante è tornata la memoria.
Noi non sapevamo di questo invito, naturalmente, ma la traccia di quel dialogo l’abbiamo già descritta. Facciamo un passo in vanti, sapendo di muoverci su un terreno infido. Il lettore mi scusi, ma anche oggi devo fare una premessa: non credo ai complotti ed agli strateghi occulti. Osservo che quando servono a far credere che il potere politico della prima Repubblica sia stato consustanziale alla mafia, questi schemi godono di un certo successo, mentre quando li si usa per descrivere quel che avvenne nella commissione presieduta da Violante e nell’Italia del 1992-1994, sono bollati come ridicoli e paranoici. Non ci credo mai, ma aggiungo: non ci fu nessuna comune regia, ma due filoni, quello del manipulitismo milanese e quello dell’antimafia violantesca, furono convergenti nel distruggere un mondo politico che raccoglieva la maggioranza dei voti. La maggioranza di governo, invitta nelle urne, fu cancellata per via giudiziaria. Non si capisce nulla, se non lo si ricorda.
Violante, dunque, sapeva che Ciancimino, a nome della mafia o dei corleonesi, cercava un dialogo. Oltre a tenerlo per sé, oltre a ritenerlo solo ora utile per le indagini, Violante s’è chiesto il perché? Pensava volesse contribuire alla scrittura di un libro di storia? S’è chiesto se, per caso, c’entrasse qualche cosa il fatto che lui, Violante, assieme alla corrente di sinistra della magistratura, si era battuto contro Giovanni Falcone? Sappiamo che la mafia cerca sempre un contatto con il potere, per stabilire i termini della convivenza o misurare la durezza della guerra. Il potere è sempre penetrabile, e la mafia meno monolitica di quel che si crede. Lo avrà capito anche Violante, visto che, sul tema, sdottoreggia da molti anni. Violante era una delle facce del potere vincente, in grado di controllare, o far credere di potere controllare, la magistratura, anche per il tramite di quella Elena Paciotti che mise il suo voto al Csm al servizio di chi voleva bloccare Falcone e Borsellino, per poi incassare un seggio da parlamentare della sinistra (che pessimo esempio!). Era il volto di un potere che poteva permettersi di processare per mafia un ex presidente del consiglio, accettando che s’intimorisse un carabiniere (il maresciallo Lombardo) e lo si spedisse alla morte, pur d’impedirgli di portare in aula un testimone scomodo per l’accusa. Era, quindi, un interlocutore interessante, per la mafia. Che si sia prestato o meno non lo so, e non è politicamente rilevante. Saperlo attiene alla valutazione penale, che noi vorremmo lasciare ai tribunali, se esistessero. Quel che conta è che la mafia cercò il contato con i vincenti, e che il loro più scaltro esponente ha atteso tre lustri, per farsi tornare la memoria.
Successe, in quegli anni di stragi e giustizialismo, un imprevisto: a vincere le elezioni fu Berlusconi. Vedo che, ora, si prova ad inquinare la memoria, facendo dire ad un quaquaraquà che i mafiosi avevano l’ordine di votare Forza Italia. Ridicoli. Quanti credete che siano? E quando tutta Palermo votava lo stesso sindaco, la mafia aveva per caso dato ordine di votare Leoluca Orlando Cascio? Anch’egli nemico di Falcone e diffamatore di Lombardo, oggi degno alleato di Di Pietro. Sono certo che Violante vorrà sconsigliare qualche sciocco zelante d’insistere su questa strada, perché nei giorni in cui Falcone e Borsellino venivano isolati, resi impotenti ed ammazzati, il mondo di Forza Italia contava zero. Contava Violante. Tanta storia deve essere ancora scritta, e, forse, oggi sono più numerosi quelli in grado di capirla. Almeno lo spero.