Chi non vuole la spending review?

30/06/2012 - La lotta ai tagli di Monti sta per partire, ma qualcuno fa resistenza

Chi non vuole la spending review?

Tornato da Bruxelles dove ha riportato quella che per molti giornali è una vittoria storica nella battaglia per predisporre una misura europea di sostegno ai paesi in difficoltà, lo scudo anti-spread, Mario Monti ha trovato sul suo tavolo il dossier spending review, elaborato dal commissario Enrico Bondi e dai suoi consulenti, fra cui Francesco Giavazzi. La rassegna della spesa pubblica italiana ha dato buoni frutti, se è vero che “i rami secchi” che secondo Biondi vanno tagliati finiscono per essere ben più di quanti si pensava inizialmente: siamo oltre i 5 miliardi di spesa pubblica che Monti voleva veder sparire.

TAGLI - Moltissimo dipende da alcuni tagli alla spesa sanitaria, scrive il Corriere della Sera, fortemente voluti da Bondi e appoggiati dal ministro competente, Renato Balduzzi: “Il ministro Balduzzi propone la riduzione delle spese per la specialistica convenzionata e per gli altri appalti, mentre Bondi profila forti risparmi sull’acquisto di beni e servizi”; e proprio sulla questione degli acquisti della Pubblica Amministrazione dovrebbe diventare decisivo il ruolo della Consip, la centrale unica degli acquisti per la Pa gestita dal Tesoro che però i ministeri ignorano per le loro acquisizioni: solo 28 miliardi su 400 complessivi di spesa pubblica passano per la centrale unica. Le intenzioni sono importanti e il piano è quasi chiuso, ma non mancano le resistenze.

Il piano nelle sue grandi linee è definito, ma ci sono da superare ancora delle resistenze. Quella dei ministri restii ai tagli al proprio bilancio, tanto per cominciare. Difesa, Giustizia, Esteri e Scuola ed Università stanno facendo difficoltà, e c’è un crescente nervosismo anche tra gli enti locali, che hanno annusato un nuovo taglio alle porte. L’obiettivo di Monti è quello di varare un piano di risparmi che frutti 10 miliardi di euro da qui alla fine dell’anno, e che sul 2013 varrebbero il doppio, di fatto annullando l’aumento dell’Iva.

C’è poi la questione delle provincie. L’Upi, che le organizza, è stata la prima a proporre un’auto-tassazione, ovvero l’accorpamento delle provincie poco popolose: ma tutto ha un prezzo.

RAPIDI E INDOLORI - E per gli amministratori è venuto il momento di andare ad aggredire le società che gravitano nell’universo della Pubblica Amministrazione, principalmente a giovamento di Regioni e Comuni. Secondo le Province proprio lì ci sarebbe moltissimo da tagliare.

Le Province, che hanno proposto loro stesse all’esecutivo di accorparsi, di fatto dimezzandosi di numero, con un risparmio che arriverebbe a 5 miliardi l’anno considerando però anche la riorganizzazione degli uffici del governo sul territorio (a cominciare da Prefetture, Questure e Sovrintendenze), ieri hanno scritto una lettera aperta al presidente del Consiglio, suggerendo di affondare la lama delle forbici nel sistema sterminato delle società controllate dagli enti locali. Sono 3.127, le aveva censite il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, e secondo l’Unione delle Province costerebbero 7 miliardi l’anno, di cui due solo per la remunerazione dei consiglieri d’amministrazione.

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2 Commenti

  1. contabile scrive:

    3127 enti affiliati ai comuni che non hanno alcuna funzione sociale,creati solo per mantenere e soddisfare clientele,assorbono annualmente 7 miliardi di euro che sommati ai 2,5 miliardi di euro svaniti nel nulla con l’acquisto di titoli drivati da parte di 322 enti territoriali,corrispondono esattamente agli introiti dell’IMU-se i salvatori della patria avessero esaminato il rapporto tremonti,forse una tassa così iniqua poteva essere eliminata per i redditi più bassi-ma l’hanno letto?

  2. Davide scrive:

    vogliono tagliare 10mila posti di lavoro! VERGOGNA

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