Mario e Mario vanno allo stadio
di Clementina Coppini - 30/06/2012
Oggi tutti giubiliamo perché ci pare che l’italiano vinca (nella fattispecie il cittadino Mario) e con lui vinca l’Italia intera. Non è così. Anche se vinciamo gli europei, anche se il portiere para i rigori, il calcio resta una fogna e anche se Monti strappa un sì alla Mekel noi restiamo nella fogna.
Meglio festeggiare che deprimersi ulteriormente, ci mancherebbe.
Il problema di questi due Mari di cui stiamo parlando è che facciamo fatica a identificarci con loro. Uno è un professore milanese affettivo come un palo della luce. Non con le persone a cui vuole bene, non ci permetteremmo mai di dirlo: con loro sarà una mammola di dolcezza, ma con noi popolo bue è imbalsamato come una mummia egizia.
L’altro è indubitabilmente nero e forse ieri sera, dopo il gol, si è tolto la maglia azzurra per mostrarci, oltre allo straordinario fisico di cui è dotato, questo dato di fatto. Un gesto di sfida? No, un gesto di orgoglio e una richiesta di accettazione di ciò che è. Per me un centravanti dell’Italia può essere anche viola a pallini verdi, basta che segni. Da un primo ministro mi aspetto molto di più, francamente, senza togliere nulla ai meriti di Balotelli.
Ciò su cui oggi vale la pena di riflettere non è il paragone calcio-politica, che se vogliamo è anche un po’ stucchevole. No, ciò che ci significano oggi i due Mari in questione è che l’adattabilità è un atteggiamento vincente. Adattabilità che è capacità di scendere a compromessi, di lavorare a testa bassa per rialzarla quando serve alla squadra.
Insegnamenti così non arrivano tutti i giorni, nella vita. Direi che oggi vale la pena di rifletterci un attimo. I momenti di esaltazione sono belli, ma non servono a niente. Anzi, a volte sono addirittura imbarazzanti oppure rabbiosi oppure del tutto inutili.
Quello che so è che ciò che fa dei due Mari – Monti e Balotelli – due italiani sono due gesti fatti nelle scorse ore. Monti, dopo venti ore di discussioni con la Merkel è uscito stravolto ma ha detto che domenica andrà a Kiev per la finale. Per uno così, che probabilmente dovranno spiegargli cos’è il fuorigioco e dirgli i nomi dei giocatori, è davvero una dichiarazione d’amore nei confronti degli italiani. Chi l’avrebbe mai detto che dentro la bocconiana salma batteva un cuore tricolore? Balotelli invece ha dato la più classica delle prove di italianità: alla fine della partita è andato ad abbracciare l’unico vero italiano a cui deve tutto e che sommamente ama, la sua mamma.
Per capire meglio il concetto dovete guardare una pubblicità, quella della Procter & Gamble su come si diventa campioni.
È in inglese, non c’è un italiano, se non quello che ha scritto la musica, Ludovico Einaudi, musicista figlio di un grande editore, nipote di un presidente della repubblica.
Ci scommetto che il brano, posto che l’abbia composto pensando a qualcuno, l’ha scritto pensando non al padre né al nonno, ma alla sua mamma. Domenica Monti e Balotelli saranno nello stadio di Kiev, nel bene e nel male. Se che bisognava andarci l’ha capito Monti, se l’ha capito Balotelli, i due più improbabili di tutti, allora vale la pena esserci. Andiamoci tutti con il cuore. La partita in sé non significa niente. In certe competizioni quello che conta è il pubblico.












speriamo non porti sfiga…
A me un Monti che sta curando la svendita fallimentare del nostro paese e di una Nazionale che sta cercando di non farcelo notare non frega un accidente, per me possono anna’ a mori’ ammazzati loro e tutti gli italiani che se la stanno bevendo.
Non mi sono mai sentito così poco italiano come in questi giorni.