Inglourious Basterds: Tarantino si nega per affermarsi
08/10/2009 - Per quanto se ne possa parlare bene o male, un nuovo film del regista cult è sempre un evento in grado di catalizzare l’attenzione del pubblico. Mettiamo dunque questo raro esempio di cinema sotto il microscopio e capiamo assieme di
Per quanto se ne possa parlare bene o male, un nuovo film del regista cult è sempre un evento in grado di catalizzare l’attenzione del pubblico. Mettiamo dunque questo raro esempio di cinema sotto il microscopio e capiamo assieme di che cosa stiamo realmente parlando.
Di fatto tutti si aspettano qualcosa perché Tarantino è Tarantino. Tautologia poco significativa se non si conosce l’immenso patrimonio che questo cognome italianeggiante ha lasciato al cinema mondiale. Film epocali che hanno sbancato a Cannes (Pulp fiction), sceneggiature controverse e taglienti (Natural born killers), conoscenza e amore profondo per un cinema underground e affascinante (Kill Bill e Grindhouse, ma anche Jackie Brown). Ogni tassello del suo puzzle ha una forte significato ed è assolutamente insostituibile. Facile pensare che tutto questo possa far sentire un peso insormontabile e possa schiacciare delle spalle che, invecchiando, non riescono più a reggere i
muscoli del passato. E’ questo il caso? Molti pensano di sì. Io, decisamente, di no in quanto la chiave di lettura di questo Bastardi senza gloria è una matura negazione del clichè tarantiniano in favore di una maggiore maturità.
…IN A NAZI OCCUPIED FRANCE… - I bastardi senza gloria agiscono in Francia, in un periodo compreso tra il 1941 e il 1944. Questi bastardi sono rappresentati da una ragazza ebrea sfuggita per miracolo alle grinfe di Landa, il cacciatore di ebrei, e il suo amante nero con il quale gestisce un cinema a Parigi. Sullo sfondo le efferatezze di un gruppo di soldati americani paracadutati dietro le linee nemiche che, in abiti civili, si divertono e divertono lo spettatore con efferati massacri pulp. Sì perché è questo il primo colpo che Tarantino riserba al suo spettatore: i bastardi che danno il titolo al film non sono affatto il manipolo guidato da Brad Pitt. Questi sono solo bastardi di nome, ma il sapiente regista del Tennessee pare dedicare molta più attenzione ai bastardi di fatto, e a ciò che gravita attorno all’eroe tedesco invaghito dell’ebrea in incognito e a infiniti piccoli accenni ad arte, cinema e immagini in movimento. Si capisce presto, infatti, che al centro delle vicende e delle loro conclusioni ci sarà quel piccolissimo cinema di Parigi, riempito inaspettatamente di personalità quali Goebbels, Bormann, Goering e, udite udite, Adolf Hitler.
TARANTA – Insomma cominciamo col chiederci: perché essere Tarantino è già di per sé un evento? La sua storia cinematografica parte negli anni ’90 ed è subito chiaro il motivo della sua dirompenza: Tarantino di cinema sulla carta non sa nulla, ma sul campo sembra saperne più di chiunque altro. Il buon Quentin è caratterizzato dalla capacità, tutta naif, di comprendere l’anima del cinema del suo tempo. Capisce cosa sono gli anni ’90 e il postmodernismo e lo manipola come un abile giocoliere fa incrociare gli occhi al pubblico con il gioco delle tre carte. Queste tre carte sono: interminabili dialoghi taglienti e divertenti, apparentemente slegati alla narrazione, ma che ne costituiscono non solo una solida base, ma un vero e proprio trattato generale di cinema e letteratura (vedi il discorso finale di Bill, ma uno qualsiasi dei famigerati “dialoghi tarantiniani”). Seconda carta: abilità nel riuscire a catturare tecnicamente quanto di più cool e intrigante abbia proposto il cinema del passato. Non solo grandissima conoscenza del cinema tutto (e citazioni come piovessero) ma anche incredibile bravura a reinterpretarle. Terza carta una capacità tecnica strabiliante: guardare per credere l’incredibile piano sequenza del bagno in Kill Bill. Tutto questo è nei bastardi eppure non tutto ora è come allora.
50 TONS – Questo passato è la classica incudine del coyote. C’è chi regge poco i suoi antichi fasti. Per rimanere nel territorio del pulp, anche se di una caratura qualitativa infinitamente più bassa, pensiamo a Guy Ritchie. Ritchie si è bruciato in due film. Ha messo nei suoi due Lock’n'Stock tutto quello che sapeva fare e sono usciti due gioielli. Ma poi si è reso conto che questi due film erano evidentemente troppo belli per lui ed è caduto in una sindrome da
autocitazione, da clichè di se stesso, da innovazione forzata e un tunnel cinedepressivo da cui sta uscendo solo ora. Tarantino era di fronte allo stesso rischio. Da una parte l’autocompiacimento: dare al pubblico solo “more of the same” e rifugiarsi in quello che sa fare senza cambiare una virgola. L’equivalente di una sega di celluloide. Dall’altra puntare all’estremo sulle sue caratteristiche più innovative: il postmodernismo, il discorso metacinemaografico e la conoscenza del cinema in sé. Ovvero il rinchiudersi in una torre d’avorio culturale e non parlare più al grande pubblico come un tempo. I bastardi non sono né l’una né l’altra cosa: sono un utilizzo reiterato delle sue tre carte, ma di segni e colori completamente diversi, disegni meravigliosi mai visti prima.
CITESEER – Cominciamo dal classico gioco dello spettatore di Tarantino: il riconoscere di chi era quella tutina gialla in Kill Bill o qual era quell’altra scena di tortura con il sottofondo musicale simile alle Iene. Qui il cineasta americano riempie di nuovo la sua trama di citazioni, ma sorprendono soprattutto quelle esplicite, che sono una delizia nell’inquadrare Bastardi senza gloria all’interno del cinema tedesco degli anni ’30. E’ una delizia certamente poco ruffiana nei confronti di un pubblico che probabilmente non conosce che cosa Pabst, Selznick o la Dietrich rappresentino per il mondo delle ventiquattro foto al secondo. E’ questo caleidoscopio citazionista in cui tra dialoghi espliciti e azioni implicite Tarantino vuole rendere chiaro a tutti quanto il cinema sia il cuore e l’anima della vita e che ormai non può esistere l’uno senza l’altro. Un affascinante trattato di come questo strumento possa essere il perverso servitore del potere di Goebbels o lo spiraglio di una mai troppo vicina libertà. Una vera e propria esplosione di pellicole che disintegra da una parte le convenzioni e lo status quo (i gerarchi nazisti), ma che può anche sacrificare la propria umanità.
DIVERTIMENTO – Vedo delle facce perplesse dall’altra parte di questo schermo. Perché va bene i sottotesti, vanno bene le parti più culturali, ma diamine! E’ un film dove si ammazzano nazisti! Si risolve tutto per caso in rimandi al cinema tedesco degli anni ’30? No di certo. In Inglourious Basterds si ride. Non tantissimo, non fragorosamente, ma di Tarantino è rimasta tutta quella carica satirica che lo ha sempre caratterizzato. Ma c’è di più e di meglio. I dialoghi di Pulp fiction, per dirne uno, erano cool per l’economia del personaggio, ma sostanzialmente inutili. Nei bastardi, invece, sono cool in ottica cinefila e della storia: basta prendere lo splendido inizio del colonnello Landa che passa da una connotazione personale a quella storica per poi essere negato lungo tutto il film: nessun altro vero monologo tarantiniano. Il dialogo brillante muta forma e si nasconde, come nel lungo discorso alla sporca dozzina di Pitt, che dasicuro protagonista si vedrà ridotto a semplice comparsa, a una riuscitissima macchietta comica (la taverna o il dialogo siciliano sono due fulgidi esempi).













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Uscendo dalla sala ho sentito commenti del tipo “Ecco cosa meritavano i tedeschi” oppure “Ci vuole fantasia pr architettare un film come questo”..
Non è un film “architettato”, è ma riuscito dannatamente bene (meglio di quanto mi aspettassi da Tarantino adesso).
Ottima osservazione su “la vendetta che i tedeschi meritavano”, perchè nessuno sta giudicano nessuno su cosa si merita e cosa, forse chi pensa questo del film ha dormito per tutta la proiezione..
Merita, cacchio se merita.
Applausi per la recensione, hai veramente colte nel segno.
E applausi per Tarantino che ha fatto un altro capolavoro!!