Continua il viaggio alla scoperta degli scienziati del bello
“Sono nato a Roma in via XXIV Maggio il 12 agosto 1921 a pochi passi dal Quirinale e dalle statue dei Dioscuri. La Roma papale accanto a quella imperiale”. Così Federico Zeri traccia i confini culturali che hanno inciso la sua formazione, caratterizzata da una precoce vocazione per l’arte e l’antichità classica, un richiamo ineluttabile, strutturato articolatamente lungo tutta la sua carriera. Zeri ben incarna il ruolo del conoscitore solitario, fuori dagli schemi, molto protagonista, ma dotato di una profondo cultura artistica ed umanistica, esposta in una prosa asciutta, semplice, fruibile da tutti, ricca di intuizioni geniali, di nessi storici e cronologici precisi, di richiami ed appelli, ahimè, talvolta inascoltati.
VITA SULL’ARTE – Allo schiudersi degli anni ’40 si iscrisse all’università di Roma, frequentò i corsi di Pietro Toesca, con cui si laureò nel 1945, con una tesi su Jacopino del Conte, un pittore manierista romano trascurato. Egli mostrò immediatamente un approccio alla disciplina storico-artistica anti-convenzionale, scegliendo il più delle volte percorsi di analisi scarsamente battuti ed innovativi per gettare un fascio di luce sui grandi temi della storia dell’arte. Tramite Toesca entrò in contatto con Berhnard Berenson, quindi negli anni seguenti si avvicinò a Mario Praz, Giuliano
Briganti e Roberto Longhi, con cui Federico Zeri intrattenne rapporti molto spesso controversi. Nel 1948 venne nominato direttore della Galleria Spada di Roma, carica che lasciò all’inizio del decennio successivo, immediatamente dopo avere curato il catalogo della raccolta. Un carattere indipendente, libero, soprattutto di criticare i guasti, gli sprechi e i macroscopici errore della Pubblica Amministrazione; un’avversione che condusse la carriera di Zeri a percorrere i sentieri dello studioso autonomo, senza far venire meno in lui la coscienza critica della tutela e l’indagine filologica sui legami fra le opere e i contesti culturali di origine ed appartenenza, gettandosi a capofitto nella riscoperta di aree marginali della produzione artistica; tramite tale approccio, gli si deve il recupero filologico e storico di artisti scarsamente studiati, la ricostruzione di complessi pittorici disgregati, argomenti a cui dedicò un numero impressionante di saggi, articoli in riviste specializzate e contributi lucidissimi, nitidi, essenziali e calibrati, saldamente appoggiati su una rigorosa scientificità, avulsa dallo stile estremamente letterario di Roberto Longhi e della sua scuola di pensiero.
I ‘DISCEPOLI’ – Alla sua morte avvenuta nel 1998 egli donò filantropicamente la sua villa di Mentana, comprendente la biblioteca, fototeca, collezione di epigrafi e sculture antiche all’Alma Mater di Bologna, con l’intento di sostenere, agevolare e valorizzare i giovani studiosi in Storia dell’Arte più talentuosi. Un’attenzione questa rivolta alla formazione di ricercatori condivisa da gran parte degli scienziati più grandi. Tra questi troviamo Rodolfo Pallucchini (1908-1989) un maestro che istruì con generosità numerosi allievi, incoraggiandone le attività di ricerca, indirizzate secondo le peculiari attitudini personali. Pallucchini rappresenta l’equivalente veneto dei grandi Storici dell’Arte che si occuparono di contesti artistici centro-italiani. Trasferito a Venezia sin dal 1925, a seguito del padre ingegnere del Genio Civile, si laureò nel 1931 presso l’Università di Padova con una rivoluzionaria tesi su Giambattista Piazzetta e la sua scuola. Dopo una parentesi presso la Galleria Estense di Modena, dove dal 1935 al 1937 divenne Ispettore nel ruolo Antichità e Belle Arti e in seguito la Direzione, fu trasferito nel 1939 alla Soprintendenza delle Gallerie di Venezia, reggendo la Direzione Belle Arti del Comune fino al 1950. Memorabili e di rilevanza capitale, dal punto di vista della conoscenza storica e scientifica, furono le mostre di cui curò l’organizzazione, vere e proprie curatele pioneristiche quali quella su Paolo Veronese (Ca’ Giustinian, 1939), Gli Incisori Veneti del Settecento (1941), ma ancor più, perché volute caparbiamente nell’immediato dopoguerra e tese alla riscoperta di opere naufragate dalla memoria collettiva a motivo degli eventi bellici, una sorta di rinascita culturale incentrata sulla pittura veneziana sfociata nei Capolavori dei Musei Veneti (Museo Correr, 1946), Giovanni Bellini (1949), nonché quella, celeberrima, da cui scaturì un originale saggio di Roberto Longhi, intitolata Cinque secoli di pittura veneta (Museo Correr, 1945). Nel 1947 Rodolfo Pallucchini fondò e diresse la rivista “Arte Veneta”, una delle più prestigiose pubblicazioni scientifiche in Storia dell’Arte a livello globale. Negli anni seguenti affiancò ad incarichi direttivi nelle manifestazioni culturali, la docenza presso l’Università di Bologna dapprima, e quella di Padova poi. Nel 1972 assunse la direzione dell’Istituto di Storia dell’Arte della Fondazione Giorgio Cini di Venezia a cui lasciò, alla sua scomparsa, una ricchissima fototeca, unica per quanto riguarda l’arte veneta, compulsata ogni giorno da numerosi studiosi, una sorta di affascinante paese dei balocchi, mentre la biblioteca personale dello studioso pervenne all’Università di Udine.
ESPLORARE IL BELLO - La precisione attributiva di cui fu dotato Rodolfo Pallucchini, la sua straordinaria capacità di ricostruire i legami tra artista, committente e mentalità dell’epoca, assumono contorni leggendari. Tale
capacità trasse beneficio dall’incontro con Giuseppe Fiocco, precursore nell’indagine storico-artistica in area veneta. Di estrema importanza furono le collaborazioni con Giulio Carlo Argan, Lionello Venturi, Carlo Ludovico Ragghianti e Roberto Longhi. La vastità degli interessi di Rodolfo Pallucchini lo indirizzarono a compilare vasti lavori di taglio monografico che abbracciano gli aspetti più reconditi della civiltà figurativa veneziana dal Trecento al Settecento: Giovinezza di Tintoretto (1950), Piazzetta (1934 e 1956), Giovanni Bellini (1959), Tiziano (1969 e 1979), Bassano (1982), Jacopo Tintoretto (1982) e Paolo Veronese (1984), indispensabile per chiunque si voglia accostare alla magnificenza della pittura veneta, al suo abbaglio che rapisce all’istante. Attraverso un puntiglioso recupero storico-filologico, Pallucchini ha dedicato i suoi sforzi alla ricostruzione delle personalità maggiori, ma anche di quelle minori o apparentemente trascurabili. La sua abilità di conoscitore non si esaurì nell’identificazione dell’artista, nel mero esercizio attributivo, ma si spinse alla comprensione del singolo linguaggio espressivo in relazione all’ambiente da cui scaturisce l’opera, inoltrandosi nella spasmodica ricerca di legami inattesi, magari a un’analisi superficiale persino fuorvianti ma, in grado di illuminare il percorso intero dell’artista esaminato. Questo fece di Pallucchini uno dei più grandi esploratori del territorio insidioso e vischioso in cui sorgono le Storie dell’Arte.























