Perché la Fornero ha ragione
di Tommaso Caldarelli
“Il lavoro non è un diritto”, dice Elsa Fornero sul Wall Street Journal: anzi, traduzione più esatta, “il posto di lavoro non è un diritto”. Il ministro del Lavoro che ieri ha portato a casa l’approvazione definitiva della riforma del mercato dell’impiego italiano, realizzando così uno dei più storici cambiamenti, almeno potenzialmente, dell’ordinamento italiano, è sotto il fuoco di fila dei commentatori, più o meno presunti di sinistra. “E la Costituzione? E la Repubblica fondata sul Lavoro?”: la Fornero, dicono, se l’è dimenticata.
Forse. Bisognerà vedere se questa riforma, da sola, riuscirà a migliorare la situazione italiana. Come abbiamo spiegato su queste pagine, è improbabile. Ma che i commentatori abbiano dimenticato come si legge la Costituzione, è invero evidente: perché dal punto di vista strettamente giuridico, che la Repubblica sia fondata sul lavoro, non significa certo che tutti i cittadini hanno diritto ad un lavoro. Perché diritto è una parola ben precisa: se tutti noi avessimo un diritto perfetto, giuridicamente inteso, al lavoro, potremmo costringere una qualsiasi azienda ad assumerci e a pagarci. Perché ne abbiamo il diritto, e chi ce lo rifiutasse potrebbe essere portato davanti ad un giudice e costretto ad erogarci la prestazione che ci deve. Leggendo la Costituzione così, è evidente che nessuno, in Italia, ha un diritto al lavoro. Per cui, stupisce che la Fornero si sia sentita in dovere di precisare le sue affermazioni: nessuno ha un diritto soggettivo al lavoro in Italia, il ministro ha detto bene. Punto.
Diverso è il testo della Costituzione e diverso quel che un ministro del Lavoro deve fare. La Carta afferma che la nostra repubblica si fonda sul Lavoro, bellissima affermazione, ma di principio e fondata su un compromesso fra le forze politiche che hanno fatto la resistenza (Togliatti voleva la Repubblica dei Lavoratori, si sa). Più interessante è l’articolo 4 della Carta Fondamentale.
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.
Ancora una volta, l’affermazione va ben letta: tutti i cittadini hanno diritto di lavorare, il che significa che se lavorano – che è peraltro loro dovere, obbligo, e non in realtà diritto, altrimenti non sarebbe obbligo – non devono essere discriminati o intralciati nella loro attività. La Repubblica si adopera per rendere effettivo questo diritto, dice poi la Carta, perché le affermazioni di principio non possono rimanere tali: e così un ministro del Lavoro deve fare riforme, aggiustare le cose, aprire il mercato del Lavoro, metterlo al servizio del Paese, garantendo la più ampia possibilità per il più alto numero di italiani di avere un buon lavoro. Lei direbbe che, con la sua riforma, è proprio quello che sta facendo: noi diciamo che vedremo come andrà a finire. Ma che ogni italiano abbia “il diritto al lavoro” non lo dice nemmeno la Costituzione: e non saperla leggere è sintomo di pericoloso analfabetismo giuridico che non può che far male.












Io sono a p.iva, e vedo ogni anno tra “spese fatte per mantenere l’attività” “tasse” e anticipi per l’anno successivo andar via praticamente TUTTO. E contate che ho la fortuna di avere dei genitori che mi danno una mano con le spese “personali” (cibo, bollette…)
Ma alla cara amica Fornero vorrei far presente, che ho molti amici che non trovano lavoro perché si rifiutano di spaccarsi la schiena per 600€ al mese (muratori, elettricisti) in nero. Ci sono molti immigrati nel nostro paese che accettano queste condizioni lavorative, a discapito dei cittadini ITALIANI.
Lei ci chiede sacrifici, ma forse andrebbero corrette diverse cose in quest’Italia. Dai politici ai problemi del lavoro (anche l’immigrazione incontrollata e il lavoro in NERO).
POI COSA ABBIA DETTO, non cambia il fatto che lei è l’ultima a dover chiedere sacrifici a noi (Così come monti, che evita di pagare l’IMU su svariati suoi immobili con scuse come “stabile ad uso educativo” e altro…)
Scusate, ma una cosa non capisco dell’editoriale: cioè, non mi sembra che avere ‘diritto’ a qualcosa presupponga l’obbligo per lo Stato di adempiere pienamente a quel diritto, ma solo l’obbligo di facilitare la ‘fruizione’ del diritto. Per esempio, avere un tetto sulla testa è un diritto – ma i proprietari di case non sono automaticamente costretti a dare alloggio ai senza tetto; allo stesso modo, anche se il lavoro fosse un diritto, le aziende non potrebbero essere costrette ad assumere. Boh.
consiglierei al ministro di fare una riflessione sull ’orario di lavoro compresso, non quello partime, l’orario odinario delle 39 ore su 4 giorni. si potre articolare le altre ore sù tre giorni, se addirittura se si riducesse l’0rario a 35 ore su 4 giorni sarebbe un incastro perfetto sui glialtri tre giorni e 5 ore. si avrebbero 3 giorni a 10 ore al giorno piu un 4 giorno di 5 ore e viceversa. aumenterebbe la produzione 7 giorni su 7 e si avrebbe quasi il doppio dell’occupazione, certo da verificare la dove è possibile