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Economiadi Carlo Cipiciani (Comicomix)
pubblicato il 25 aprile 2008 alle 08:30 dallo stesso autore - torna alla home

Ne parlano tutti, ma li conoscono in pochi. Anzi, il più delle volte nemmeno loro sanno di esserlo. Viaggio alla scoperta delle ragioni che hanno fatto scoppiare la sindrome della quarta settimana e un paio di proposte su come la si possa curare.

Cosa in autostradaNon passa giorno senza che i media ci bombardino con le grida di dolore delle famiglie che protestano per l’impossibilità di arrivare a fine mese: pasta, riso, benzina, bollette da pagare. Un incubo più feriale che festivo, almeno a giudicare dai milioni di italiani che si mettono in coda al primo ponte disponibile pure se piove e fa freddo. Ma la povertà c’è o non c’è? Sì e no. Ad essere sinceri, più che di povertà bisognerebbe parlare di disuguaglianza, anche se suona male: di disuguaglianza dei redditi, di disuguaglianza tra le classi sociali – come ai bei tempi – e anche tra generazioni. Tranquilli! Questa non è un’invettiva contro il capitalismo, ma solo un’analisi di fatti, sensazioni e di politiche non sempre centrate. Vediamo qualche dettaglio.

LA POVERTA’ – Gli ultimi dati dell’ISTAT dicono che, alla fine del 2006, gli italiani che vivono in situazioni di povertà relativa (collocata a circa 970 euro al mese per una famiglia di 2 persone) sono oltre 7 milioni e mezzo, il 12,9 per cento dell’intera popolazione. Mica pochi. E sono concentrati, manco a dirlo, nel sud d’Italia. Approfondendo, il 14,6 per cento delle famiglie arriva con difficoltà alla fine del mese. Il 28,4 per cento non è in grado di sostenere una spesa imprevista di 600 euro. Inoltre, in almeno un’occasione il 9,3 per cento delle famiglie si è trovato in arretrato con il pagamento delle bollette e il 10,4 per cento non ha potuto riscaldare adeguatamente l’abitazione. Un quadro non molto incoraggiante.

LA DISUGUAGLIANZA – Ma allora perché si vedono tanti SUV? Perché ci sono tutte quelle file ai caselli, e tutto il resto? Il motivo è che una “piccola” rivoluzione ha spostato negli ultimi 10-15 anni quote consistenti di reddito tra le classi, tra le diverse tipologie familiari e pure tra generazioni. Un mix esplosivo prodotto da un (resistibile) ritorno della disuguaglianza. L’indagine sui bilanci familiari della Banca d’Italia, ci dice che la disuguaglianza in Italia negli ultimi 3 anni è rimasta stabile su un divario che si era creato nel periodo immediatamente precedente. Il livello di disuguaglianza in Italia è tra i più alti d’europa. Sempre secondo l’ISTAT, la distribuzione del reddito per classi, mostra che il 10 per cento delle famiglie ha guadagnato più di 51.490 euro all’anno (4.290 al mese), mentre il 40 per cento con i redditi più bassi ha avuto meno di 18.745 euro (1.560 mensili).

LA REDISTRIBUZIONE PER CLASSI – Queste differenze entrano nella carne viva della popolazione, nella vita di tutti i giorni, ma in modo non omogeneo. E’ in corso da tempo una ricomposizione interna ai redditi delle cosiddette classi medie. Con vincitori e vinti: crescono i redditi degli indipendenti, dei lavoratori autonomi, che in dieci anni aumentano del 24 per cento, mentre sono praticamente fermi quelli deiClassi sociali dipendenti (soprattutto nel settore privato). E l’euro non c’entra nulla. C’entrano invece la forte moderazione salariale che ha avuto inizio nei primi anni Novanta, la globalizzazione, che comprime la dinamica dei salari in tutti i paesi ricchi, e infine la presenza di molti settori non esposti alla concorrenza internazionale, soprattutto quelli che forniscono servizi alle famiglie, dove è più facile aumentare i margini. Senza dimenticare che il lavoro dipendente si fa carico in modo rilevante del peso fiscale: perché se è vero che non tutti gli autonomi evadono, è sicuro che tra i lavoratori dipendenti non evade nessuno.

POVERTA’ ASSOLUTA, RELATIVA E SOGGETTIVA – E poi, in questa strana storia di miseria e nobiltà, ricchezza e povertà c’è un’altra cosa da non sottovalutare: la differenza tra povertà “oggettiva” e quella soggettiva. Che dipende soprattutto dai desideri, dalle abitudini di spesa, dal bisogno di uniformarsi allo standard dell’ambiente sociale in cui si è inseriti. Ecco, in questo caso la soglia media arriva a più di 1.250 euro a persona (Fonte ISAE). Ed è strano, ma la “sensazione” di povertà cresce all’aumentare del reddito dichiarato. Più sei ricco, più ti senti povero;: Il reddito minimo “sufficiente” è di circa 950 euro per chi percepisce redditi “bassi” ma sale a 1.700 euro per quelli più alti. E negli ultimi anni cresce di più, proprio tra le famiglie dei liberi professionisti. I ricchi piangono. E il bello è che ne sono assolutamente convinti, anche se non è vero. Non è un caso che la sensazione di povertà è più bassa nel Sud “povero” che nel resto d’Italia, dal momento che il consumatore del centro-nord incorpora nella valutazione del reddito “necessario” a sopravvivere anche un più alto costo della vita rispetto al Sud.

MISERIA E NOBILTA’. E LA POLITICA CHE FA? – Confessiamolo. Quando in campagna elettorale i due partiti maggiori parlavano di alzare i salari ci veniva da ridere. L’Italia è o no un’economia di mercato? Però qualcosa contro la povertà un governo può farla. Ad esempio ridisegnando le aliquote. Ma come? Secondo il libro bianco sull’IRPEF della Fondazione Vanoni, presentato il 23 aprile, il gettito dell’IRPEF si addensa sui redditi medio-bassi e medi. E allora bisognerebbe partire da una revisione delle aliquote basse, quelle subito al di sopra dei minimi imponibili, che sono ancora troppo elevate, soprattutto per i lavoratori dipendenti e parasubordinati. Insomma proprio quelli più poveri, quelli più penalizzati dalla partita della disuguaglianza. Che però per fortuna non se ne accorgono e non si lamentano. Si propongono due interventi: una meno tassesignificativa riduzione dell’aliquota formale sul primo scaglione, oggi al 23 per cento, e l’attenuazione della decrescenza della detrazione personale per tipo di reddito, distinguendola in due parti, una per tutti e l’altra solo per dipendenti e parasubordinati, per le “spese di produzione del reddito”.

IL NUOVO GOVERNO CHE DICE? – Tutto bene? Insomma. Il PdL in campagna elettorale ha detto altro: ha proposto l’abbattimento dell’aliquota massima per portarla al 33 per cento, concentrando così il beneficio degli interventi fiscali sui redditi alti, in special modo su quelli superiori ai 75mila euro, escludendo dal beneficio i soggetti con reddito sotto i 28mila euro: Sì, perché le aliquote dell’IRPEF attualmente superiori al 33 per cento sono quella al 43 per cento per redditi superiori ai 75mila euro, quella al 41 per cento per redditi compresi fra 55mila e 75mila euro e quella al 38 per cento per redditi compresi fra i 28mila e i 55mila euro. Insomma, diamo un po’ di più ai “ricchi” perché si sentano meno poveri, e non diamo ai poveri che tanto stanno bene così. Sono sempre allegri, e cantano la canzone: “E sempre allegri bisogna stare che il nostro piangere fa male al re, fa male a ricco e al cardinale, diventan tristi se noi piangiam!

Per approfondire:

La povertà relativa in Italia – ISTAT

Distribuzione del reddito e condizioni di vita in Italia – ISTAT

I bilanci delle famiglie Italiane nel 2006 – BANCA D’ITALIA

La povertà soggettiva in Italia – ISAE

Libro Bianco L’imposta sul reddito delle persone fisiche e il sostegno alle famiglie

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