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Culturadi Massimo Zamarion (zamax)
pubblicato il 2 ottobre 2009 alle 11:30 dallo stesso autore - torna alla home

L’arte e la vita, schiava e padrona o viceversa? Dalla scena choc di Baaria, spunti di riflessione

Nel nuovo film di Giuseppe Tornatore, “Baaria”, un bovino (cito dal Giornale) “viene crudelmente ammazzato con un punteruolo conficcato nella fronte, quindi sgozzato, ancora vivo. Mentre il sangue esce copioso, dai vasi recisi, viene Baaria La strada senza uscita dell’ipernaturalismo raccolto per essere dato, come corroborante, a una donna incinta”. Il regista si è giustificato adducendo l’impossibilità tecnica di ricostruire con soddisfacente realismo la scena che aveva in mente (ancor più complessa di quella poi girata) e di aver dovuto ripiegare “realisticamente”, su consiglio del produttore esecutivo, sulle possibilità “documentarie” che i mattatoi della provvidenziale terra tunisina offrivano in materia. Giustificazione assai peregrina viste le immense possibilità oggi offerte dalle tecnologie digitali, senza poi contare che ho qualche grosso dubbio che queste pratiche ruspanti siano tanto diffuse nelle terre degli infedeli da pescare lo scannatoio adatto proprio dietro l’angolo del set.

ARTE O FETICISMO? – Ma era proprio necessaria una scena ipernaturalistica? L’arte è arrivata al punto di non saper più dire niente se non replicando la realtà tangibile degli accadimenti, se non fotografando minuziosamente la pelle delle cose animate ed inanimate? Si è ridotta a spiare la vita, senza per questo coglierne l’essenza? Anche quando questo feticismo naturalistico si sposa alle storie dell’ultrafantastico? Se l’arte non è scienza e nemmeno filosofia è perché essa si serve dei sensi ed è fatta per i sensi. La scienza ci può dare il piacere riflesso che s’accompagna alla conoscenza; la filosofia ci può dare il piacere riflesso che s’accompagna all’edificazione. L’arte ci dà un piacere diretto che getta luce sui misteri dell’esistenza; l’arte ci dà un piacere diretto che edifica. Quindi il realismo le è necessario, se per realismo si intende saper osservare, distillare e comporre le epifanie che la vita si lascia sfuggire e restituircele, in un quadro unitario, coi colori, i suoni, gli odori che le sono propri, quelli terrestri. Prendiamo l’Odissea, quel libro grandioso che solo qualche dotto cretino può pensare non composto o almeno rielaborato, partendo da una congerie di materiali preesistenti. da una singola mano ordinatrice: nessuno lo leggerebbe se fosse solo una pittoresca e vuota fantasia, se non obbedisse a tale realismo.

PADRONA E NON SCHIAVA – Ma, premesso questo, l’arte non deve divenire schiava dei sensi. Li deve padroneggiare. Non può abbandonarsi passiva alla registrazione del quotidiano. Già si recita molto nella vita, e i nostri comportamenti d’ogni giorno sembrano una somma infinita di brevi sensi unici ai quali nostro malgrado e con nostra frustrazione non sappiamo sottrarci. Non è necessariamente una forma d’ipocrisia; il più delle volte rappresentano una tregua tra il nostro io interiore e il prossimo, nell’attesa di accumulare le forze necessarie per essere più armoniosamente e compiutamente noi stessi, uscendo dalla gabbia un passo alla volta, con quell’equilibrio che si impone senza urtare il prossimo. Ed è difficile trovare una forma di “arte drammatica” più recitata dei reality shows, nei quali nulla veramente incomincia, nulla veramente finisce, dove non c’è composizione; nemmeno quella composizione dell’improvvisazione che può dare grandi esiti; ma solo una sgangherata riproduzione in vitro di un pezzo di vita dove si fa il verso, recitando, alla recita della vita; dove la frustrazione raddoppia senza che ne venga fuori nulla.

QUINDI… - Non può nemmeno, l’arte, cercare il vero nella fedeltà graficabaaria tornatore us  400x300 La strada senza uscita dell’ipernaturalismo alle condizioni estreme della vita, rovistando tra miserie ed efferatezze; abbandonarsi a quel voyeurismo della morte che prolifera sempre più tra i media; che lascia il vuoto dietro di sé e dal quale non si cava niente; e proprio per questo induce a grattare ancor di più il fondo del barile, nell’illusione di trovarci qualcosa. Chi vuole l’arte ricondotta al più stretto naturalismo, vuole un’arte che somiglia alla pornografia, dove il corpo è ridotto brutalmente a se stesso. E così come la pura fisicità dell’esperienza sessuale è una panica manifestazione di frigidità, che porta spesso, quando ne abbia la possibilità, alla perversione, anche l’arte si può ridurre ad una dolorosa duplicazione della vita, di cui nessuno sente il bisogno. L’arte non può essere questo, e nemmeno una falsificazione, che la svuoterebbe di ogni senso; ma una concentrazione - the two hours’ traffic of our stage di shakespeariana memoria – che sottrae la vita alla schiavitù e all’angoscia del tempo, sempre che ne colga, di lontano, quella segreta armonia che per noi è fonte di piacere:

“La vera poesia si annuncia là dove essa sappia, come Vangelo mondano, con un senso di serenità interiore e di benessere esteriore liberarci dalle cure terrene che ci opprimono. Come un pallone essa ci solleva, insieme alla zavorra che a noi è attaccata, in regioni superiori, e lascia che gli errori intricati della terra si distendano sotto di noi come una veduta a volo d’uccello.”

(Goethe, Aus meinen Leben. Dichtung und Wahrheit, Dalla mia vita. Poesia e verità, Parte terza, Libro tredicesimo)

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