L’arte e la vita, schiava e padrona o viceversa? Dalla scena choc di Baaria, spunti di riflessione
Nel nuovo film di Giuseppe Tornatore, “Baaria”, un bovino (cito dal Giornale) “viene crudelmente ammazzato con un punteruolo conficcato nella fronte, quindi sgozzato, ancora vivo. Mentre il sangue esce copioso, dai vasi recisi, viene
raccolto per essere dato, come corroborante, a una donna incinta”. Il regista si è giustificato adducendo l’impossibilità tecnica di ricostruire con soddisfacente realismo la scena che aveva in mente (ancor più complessa di quella poi girata) e di aver dovuto ripiegare “realisticamente”, su consiglio del produttore esecutivo, sulle possibilità “documentarie” che i mattatoi della provvidenziale terra tunisina offrivano in materia. Giustificazione assai peregrina viste le immense possibilità oggi offerte dalle tecnologie digitali, senza poi contare che ho qualche grosso dubbio che queste pratiche ruspanti siano tanto diffuse nelle terre degli infedeli da pescare lo scannatoio adatto proprio dietro l’angolo del set.
ARTE O FETICISMO? – Ma era proprio necessaria una scena ipernaturalistica? L’arte è arrivata al punto di non saper più dire niente se non replicando la realtà tangibile degli accadimenti, se non fotografando minuziosamente la pelle delle cose animate ed inanimate? Si è ridotta a spiare la vita, senza per questo coglierne l’essenza? Anche quando questo feticismo naturalistico si sposa alle storie dell’ultrafantastico? Se l’arte non è scienza e nemmeno filosofia è perché essa si serve dei sensi ed è fatta per i sensi. La scienza ci può dare il piacere riflesso che s’accompagna alla conoscenza; la filosofia ci può dare il piacere riflesso che s’accompagna all’edificazione. L’arte ci dà un piacere diretto che getta luce sui misteri dell’esistenza; l’arte ci dà un piacere diretto che edifica. Quindi il realismo le è necessario, se per realismo si intende saper osservare, distillare e comporre le epifanie che la vita si lascia sfuggire e restituircele, in un quadro unitario, coi colori, i suoni, gli odori che le sono propri, quelli terrestri. Prendiamo l’Odissea, quel libro grandioso che solo qualche dotto cretino può pensare non composto o almeno rielaborato, partendo da una congerie di materiali preesistenti. da una singola mano ordinatrice: nessuno lo leggerebbe se fosse solo una pittoresca e vuota fantasia, se non obbedisse a tale realismo.
PADRONA E NON SCHIAVA – Ma, premesso questo, l’arte non deve divenire schiava dei sensi. Li deve padroneggiare. Non può abbandonarsi passiva alla registrazione del quotidiano. Già si recita molto nella vita, e i nostri comportamenti d’ogni giorno sembrano una somma infinita di brevi sensi unici ai quali nostro malgrado e con nostra frustrazione non sappiamo sottrarci. Non è necessariamente una forma d’ipocrisia; il più delle volte rappresentano una tregua tra il nostro io interiore e il prossimo, nell’attesa di accumulare le forze necessarie per essere più armoniosamente e compiutamente noi stessi, uscendo dalla gabbia un passo alla volta, con quell’equilibrio che si impone senza urtare il prossimo. Ed è difficile trovare una forma di “arte drammatica” più recitata dei reality shows, nei quali nulla veramente incomincia, nulla veramente finisce, dove non c’è composizione; nemmeno quella composizione dell’improvvisazione che può dare grandi esiti; ma solo una sgangherata riproduzione in vitro di un pezzo di vita dove si fa il verso, recitando, alla recita della vita; dove la frustrazione raddoppia senza che ne venga fuori nulla.
QUINDI… - Non può nemmeno, l’arte, cercare il vero nella fedeltà grafica
alle condizioni estreme della vita, rovistando tra miserie ed efferatezze; abbandonarsi a quel voyeurismo della morte che prolifera sempre più tra i media; che lascia il vuoto dietro di sé e dal quale non si cava niente; e proprio per questo induce a grattare ancor di più il fondo del barile, nell’illusione di trovarci qualcosa. Chi vuole l’arte ricondotta al più stretto naturalismo, vuole un’arte che somiglia alla pornografia, dove il corpo è ridotto brutalmente a se stesso. E così come la pura fisicità dell’esperienza sessuale è una panica manifestazione di frigidità, che porta spesso, quando ne abbia la possibilità, alla perversione, anche l’arte si può ridurre ad una dolorosa duplicazione della vita, di cui nessuno sente il bisogno. L’arte non può essere questo, e nemmeno una falsificazione, che la svuoterebbe di ogni senso; ma una concentrazione - the two hours’ traffic of our stage di shakespeariana memoria – che sottrae la vita alla schiavitù e all’angoscia del tempo, sempre che ne colga, di lontano, quella segreta armonia che per noi è fonte di piacere:
“La vera poesia si annuncia là dove essa sappia, come Vangelo mondano, con un senso di serenità interiore e di benessere esteriore liberarci dalle cure terrene che ci opprimono. Come un pallone essa ci solleva, insieme alla zavorra che a noi è attaccata, in regioni superiori, e lascia che gli errori intricati della terra si distendano sotto di noi come una veduta a volo d’uccello.”
(Goethe, Aus meinen Leben. Dichtung und Wahrheit, Dalla mia vita. Poesia e verità, Parte terza, Libro tredicesimo)






















[...] [pubblicato su Giornalettismo.com] Categories: Cinema, Giornalettismo Tags: Giuseppe Tornatore, Goethe Comments (0) Trackbacks (0) Leave a comment Trackback [...]
Ma tu il film l'hai visto?
No.
Ma ricordati che io non parlo del film, prendo spunto da questo singolo episodio per il quale il regista ha ritenuto di non poter agire altrimenti da come ha fatto.
Certo: anche perché, nonostante questi episodi iperrealistici, il regista in questione è poi capace di voli lirici di profonda bellezza, anche esplorando dimensioni surreali, come ha fatto in passato.
Sono d'accordo con te sul fatto che un'arte che insegua un realismo esasperato e fotografico non porti a niente: sarà per questo che anche artisti considerati grandi come Courbet o Steinbeck, tanto per fare i primi nomi che mi vengono in mente, non mi hanno mai detto e lasciato niente. Questo perché per ogni artista degno di questo nome la “realtà” è sempre qualcosa che va messa tra virgolette, visto che l'arte, come dici bene tu, partendo dai dati sensibili, deve crearne uno suo, di mondo. Può capitare anche che un iperealismo estremo, però, produca effetti non fotografici, ma di astrazione: effetti artistici ed emozioni estetiche, voglio dire.
Mi sembra un po' riduttivo, lasciamelo dire, il tuo conferire all'arte tout court dei fini “edificanti”, all'interno di quella visione classicamente rasserenante (ariostesca, foscoliana, appunto goethiana etc etc), di un'arte “ristoro unico ai mali” delle “nate a vaneggiar menti mortali”:-)
D'altro canto , in quanto appassionata dilettante di arte, ho profonda nostalgia di questa visione armoniosa, catartica.
Forse avrei dovuto scrivere “eleva” invece di “edifica”.
“l'arte …partendo dai dati sensibili, deve crearne uno suo, di mondo”, che non sia il mondo reale, ma che però lo rifletta. L'armonia dell'artificio, che ci dà piacere, e l'aggancio con il reale, che ci parla. Non reale ma non menzognero. Un bel gioco di prestigio.
E' brutto tuttavia che Tornatore si sia abbassato a fare ciò che ha fatto. I mezzi non giustificano il fine. Per esempio a me “ripugnano” certe scene di sesso al cinema o in TV; non certo per il sesso in sé, naturalmente, ma perché trovo che sia degradante per gli attori replicare (visto che non possono “fingere”) sulla scena, oltre un certo punto, quello che nella vita privata appartiene all'intimità.
Per quello c'è il cinema porno, o no? Lo dico da peccatore, con la massima comprensione per la natura umana, specie per quella meno dirozzata: quella maschile.
Sì, forse “eleva” va meglio, anche perché “edificante” sapeva di sacrestia un po' manzoniana, non trovi?:-)
Elevare è un termine che si avvicina di più a quel senso di scoperta e rivelazione che io attribuisco al'arte: epifania anche di ciò che, dentro noi stessi, spesso ci “trascende” e non riusciamo del tutto ad afferrare, se non con l'aiuto, appunto, dell'arte. Magari, anzi soprattutto, una dimensione che non sapevamo neanche di possedere.
Sono d'accordo con la tua riflessione sul sesso nei film: non a caso molti grandi registi non hanno mai voluto girare scene di sesso, ritenendole quanto di più difficile possa realizzarsi nell'ambito dell'arte cinematografica; pochi ci riescono davvero bene. E non solo perché può essere degradante per un attore mostrare così la sua sfera intima (in fin dei conti, è il loro mestiere): ma perché in quel campo lì il ne quid nimis auspicabile (l'essenzialità senza compiacimenti) per ottenere un risutato credibile è molto più difficile. Vallo a far capire a un Michele Placido;-)
“i mezzi non giustificano il fine” ah ah ah
Ho la testa fra le nuvole o le nuvole fra la testa?
In effetti “sapeva” di sacrestia. Sapevo pure in anticipo che poteva essere inteso così. Ma non mi veniva un'altra parola.
Non so cosa ne pensi Zamax ma secondo me l'utilizzo di elementi fortemente realistici all'interno di un film può anche avere un senso, il problema è che come tutte le cose “forti” è molto più difficile da utilizzare, non che in sè sia impossibile da inserire in un opera d'arte.
Per dire , anche se il paragone non è nello specifico, sono molto più artistiche le brutalità di un Cronemberg dei film di Zeffirelli, con tutto il rispetto.
Riprendere un fiore che oscilla delicatamente nel vento è meno iperreale della macellazione di un bovino?.
Secondo me perché di fronte alla sofferenza (non a caso spesso definita iperreale) i meccanismi di rimozione dell'uomo perdono di efficacia. Guardando la scena di una macellazione, dal vivo o in un film chi può rimanere indifferente?
E' curioso che a forza di rimuoverla, questa realtà, si definisca iperreale ciò che semplicemente non è artefatto.
I gà copà na vaca uh signur……da domani moriremo di fame per elevarci oltre l'iperealtà