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Editorialedi Ezio Nullo
pubblicato il 2 ottobre 2009 alle 09:00 dallo stesso autore - torna alla home

Quest’anno sono duecentocinquantanni che “the black stuff called the pint” (© Frank McCourt) prova ad affogare l’Irlanda. La Chiesa Cattolica ha fatto di tutto per umiliare, offendere, ed uccidere questo giovane paese fiero; invano. Ma non è detto che alla fine non ci riesca quell’ibrido tra petrolio e caffè inventato da Arthur Guinness nell’anno del signore 1759. Per tracciare la storia recente d’Irlanda alla vigilia del secondo referendum sul Trattato di Lisbona, in programma questo venerdì 2 Ottobre, è utile cominciare dal prezzo di una pinta di Guinness: nel centro di Dublin, all’ombra dello stabilimento originario di St. James’s Gate, the black stuff called the pint costa più che in qualsiasi altra capitale europea. Questo perché Dublin, uno tempo tarchiata e scalza, è diventata negli ultimi anni uno dei posti più esclusivi al mondo, dove ci vogliono stipendi a sei cifre per emanciparsi dalla working class.

Un regime fiscale da paradiso libertario, combinato ad una forza lavoro altamente scolarizzata ed english-speaking hanno contribuito, negli anni, a fare dell’Irlanda un hub economico intercontinentale, dove molte delle grandi multinazionali hanno aperto i propri headquarters europei (Apple, Microsoft, Google, Dell – per nominare solo alcune di quelle care al popolo internettiano). E’ scomparsa la disoccupazione, gli stipendi del privato si sono impennati trainando anche i contratti pubblici; il prezzo della vita, di conseguenza, s’é impennato. Mille euro mensili per il privilegio di un appartamentino di plastica umido che non ti dico con vista panoramica su accampamento knackers (gli zingari locali).

Poi, nel settembre dello scorso anno, ha ricominciato a piovere sull’Irlanda, anche se in realtà l’economia irlandese ha preceduto il resto del mondo in recessione, entrandoci ufficialmente già a fine Giugno 2008. E siccome l’Irlanda è, parliamoci chiaro, poco più che un buco di culo affacciato sull’atlantico, al governo irlandese non è stato possibile fronteggiare la recessione a forza di credito estero, cosi come hanno fatto i due fratelli maggiori, UK e US. E così polacchi e ucraini hanno ripreso la via di casa; la bolla edilizia è scoppiata; sono ritornate le file alle mense caritatevoli, così come quelle per il sussidio di disoccupazione (che è, tra parentesi, un affare: più di duecento euro a settimana!); ma il simbolo più evidente della fine della Celtic Tiger è stato evidentemente l’aumento delle tasse. Tra il 2008 ed il 2009, la mia busta paga si è alleggerita a cadenza mensile.

Così che le circostanze di questo secondo referendum sono totalmente diverse da quelle di quando, lo scorso anno, l’Irlanda scioccò l’Europa intera rifiutando il Trattato di Lisbona. La stessa Irlanda che si era arricchita a suon di finanziamenti comunitari, incredibilmente, sbatteva la porta – come il più ingrato dei figli viziati. L’elemento più interessante della vittoria del NO al primo referendum dello scorso anno è certamente il fatto che tutti i partiti mainstream appoggiavano il SI (FF, FG, e Labour): i paragoni sono difficili, ma immaginate, all’incirca, se in Italia vincesse il NO in un referendum per cui sia il governo che i due principali partiti di opposizione invitavano a votare SI. In Irlanda solo i terroristi dello Sinn Fein sostenevano il NO – eppure un movimento molto politico ma per niente parlamentare la spuntò. Lo stesso movimento ci sta riprovando questa volta, ma sembra abbastanza chiaro dai sondaggi che le differenti circostanze economiche favoriranno il SI, che dovrebbe imporsi con relativa facilità. La posta in palio è talmente alta – e i precedenti talmente scandalosi – che sarebbe inopportuno considerare la vittoria del SI cosa fatta; però il nodo politico più interessante legato a questo referendum non è tanto l’esito, ma il metodo.

Cioè un popolo fiero e sofferto – ottocento anni di dominio britannico  (anche se loro dicono English), come chiunque abbia passato anche solo due ore in transito all’aeroporto di Dublin non può non sapere – che si ribella non solo all’establishment europeo, ma anche al proprio establishment parlamentare, in un momento di democrazia alta perché slegata da logiche politico-partitiche; e il mondo che fa? Arrangiatevi, il referendum deve passare a tutti i costi quindi vi faremo votare finché, alla fine, non lo approverete. C’é in questo una ironia di fondo che non può che dare ragione alle paure più recondite del contadino irlandese medio ed ignorante.

A sentire l’intellighenzia urbana ed illuminata – i miei amichetti delle università di Dublin, per capirci – il movimento del NO è stato abilissimo a sfruttare il fiero indipendentismo dell’irlandese medio per convincerlo – stoltà sua – che il Trattato di Lisbona avrebbe violato la sovranità irlandese: aborti forzati, leva obbligatoria – la propaganda non si è in effetti fatta mancare nessun colpo basso. Il voto per il NO è stato cioè testardo, antipolitico, e del tutto irrazionale; invece che libero. Eppure gli eventi sembrano aver confermato tali, stupide, paure. L’Europa se ne è in effetti fregata della volontà del popolo sovrano irlandese, così come se ne è fregato lo stesso governo irlandese. E così si rivota, in barba alla cosiddetta volontà popolare. Venerdì sera avremo finalmente la nuova Europa. Per la democrazia c’é tempo.

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