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Spazio Sportdi Cristiano Bosco
pubblicato il 1 ottobre 2009 alle 13:30 dallo stesso autore - torna alla home

La difficile esistenza del tifoso alle prese con il primato dell’altra squadra (quella con le maglie da ciclisti).

“Di fronte al primato in classifica e a cinque vittorie su sei gare mi tolgo il cappello. Chapeau, è sicuramente il frutto di molto lavoro e di un’ottima preparazione”. Con queste parole, Gian Piero Gasperini, allenatore del Genoa, apprezzato da tutti e dai più definito uno dei migliori nel suo campo, dimostra, oltre che una buona dose di (non necessario) fair play, anche una verità di per sé evidente, ma in questo caso ulteriormente rimarcata: non è di Genova. Mister Gasperini, originario di Grugliasco, pur sedendo da quasi un lustro sulla panchina del Genoa Cricket & Football Club – nome riesumato per volere del presidente Enrico Preziosi, uno che di marketing se ne intende – e pur frequentando da altrettanto tempo le coste liguri, sembra essere immune di fronte Gian Piero Gasperini 1219657 Quando i più forti sono gli altri (a Genova)ai pregi e ai difetti delle tifoserie locali. Inizialmente accolto con freddezza, con la consueta (scarsa) confidenza che da queste parti si riserva a tutti, specialmente ad allenatori che non rispondano al nome di “Osvaldo Bagnoli” o “Franco Scoglio”, si è guadagnato sul campo il rispetto di tutta la tifoseria, pienamente accettato tra le fila dei grifoni. Un genoano d’adozione, al quale però manca ancora una parte, non trascurabile, di genoanità: Gasperini non riesce a provare insofferenza nei confronti dell’altra squadra, quella con le maglie da ciclisti. E se la prova, non la manifesta abbastanza, dissimulando abilmente.

FASTIDIO? - Quell’altra squadra, quella con le maglie da ciclisti, risiede attualmente ai piani alti della classifica, anzi al primo posto. E, nonostante ogni genoano da cinque-sei settimane si ostini a pronunciare il mantra “è-un-fuoco-di-paglia”, quella continua a macinare successi. Un fenomeno, agli occhi dei tifosi del Genoa, assolutamente inspiegabile. Ma, soprattutto, incredibilmente insopportabile. Una sofferenza, un problema con cui non si riesce a convivere, in grado anche di rovinare i momenti più piacevoli: poco importa che il Genoa faccia strada in Europa League, mostri (quasi) sempre il miglior calcio d’Italia e che occupi una posizione più che rispettabile in classifica, quella parte a sinistra dello schermo che per molti anni era solo oggetto di sogni e preghiere: niente da fare, il genoano non può godersi tutto ciò, né tantomeno festeggiare, perché gli altri, quelli con le maglie da ciclisti, stanno sopra, senza mostrare segni di stanchezza o cali nel gioco. A rendere tutto più difficile, la pillola ancora più amara, il comportamento dell’adorato Gasperini. Il quale non sembra mostrare preoccupazione, ignora imperterrito quanto avviene e, al limite, ci scherza su. D’accordo, in questi giorni su “Il Giornale”, edizione genovese, è apparsa la sua dichiarazione “Loro davanti ci danno fastidio”. Un cambio di atteggiamento? Niente di tutto ciò: leggendo l’articolo, infatti, si scopriva che quel “fastidio”, più che a lui o alla squadra, si riferiva “soprattutto alla tifoseria”. Non fosse per quel magico tre-quattro-tre che riesce a far vincere il Genoa a prescindere dai nomi dei giocatori in campo, un approccio da giudicarsi inaccettabile.

LA STORIA (BELLA) - Dopo la duplice vittoria nelle stracittadine e il più ventidue dello scorso anno, temperatura primaverile-quasi estiva che contraddistingue le stagioni perfette, è comprensibile che il genoano non voglia tornare indietro, a quel recente passato che sperava aver rimosso dalla memoria. Perché quell’altra squadra lassù, quella con le maglie da ciclisti, fa sempre brutti scherzi, proprio quando le cose vanno bene ai rossoblù. E il precedente più celebre è proprio quello più doloroso. L’annus magnificus del Grifone, il più ricordato e il più emozionante nel periodo che va dal secondo dopoguerra agli ultimi anni (meglio nota come “era pre-Gasperini”), è infatti il 1990-91. Quello del Genoa di Osvaldo Bagnoli, di Branco-Skuhravy-Aguilera, di Stefano Eranio e di Gianluca Signorini. Quello dello storico quarto posto e dell’ancor più storica qualificazione UEFA (l’anno dopo diventata semifinale con sconfitta contro l’Ajax poi campione). Ma non solo. Quello dello spettacolare gol del brasiliano Claudio Branco nel derby, un fermo immagine trasformatosi in cartolina (per anni regalata a tifosi e simpatizzanti dell’altra squadra, quella con le maglie da ciclisti), quello delle imprese eroiche di calciatori quali Vincenzo Torrente, Nicola Caricola e Mario Bortolazzi. Un’annata da incorniciare, una stagione perfetta, con un asterisco di fianco a quest’ultimo aggettivo: il 1990-91, infatti, fu anche la stagione più che perfetta dell’altra squadra, quella con le maglie da ciclisti, la quale quell’anno, giusto per rovinare la festa al Genoa, decise di vincere lo Scudetto. Non un semplice scudetto, sia chiaro: l’unico scudetto nella sua storia.

SFORTUNA VUOLE - Curiosa coincidenza, beffardo destino o, più probabilmente, sfiga: l’unico anno che il Genoa fa qualcosa di decente, dopo decenni di anonimato alternato a opacità, l’altra squadra, quella con le maglie da ciclisti, va a vincere il campionato. La legge di Murphy applicata al calcio, in particolare al Genoa, già abbastanza sfortunato in numerosissime altre occasioni (ancora si ignora se la maledetta vicenda della valigetta sia definibile come “sfortuna che sia capitata”, “sfortuna di aver trovato una congiura giudiziario-sportiva”, oppure “sfortuna di essere stati beccati”). E oggi, che anche se la Serie A è cominciata da poco e tutto può ancora succedere – leggasi: alla fine solita storia tra Juve e Inter, dato lo stato catatonico del Milan – uno spauracchio rende più difficili i sonni dei rossoblù: l’eventualità che la storia possa ripetersi, con un revival del 1990-91, Cassano al posto di Mancini, Pazzini al posto di Vialli, Del Neri al posto di Boskov. Timore del tutto irrazionale, ipotesi del tutto implausibile, paragone del tutto inammissibile. Che però, finché le cose non cambiano, non si allontana. Anzi, dona alle pagine sportive de Il Secolo XIX nuovi spunti, così per vendere ancora più copie facendo leva sull’orgoglio dei (temporaneamente) primi in classifica, ma soprattutto sulla paura dei genoani (temporaneamente) sotto.

RIVALITA’ – “Piuttosto retrocediamo, però con un punto in più di loro”, dichiarò infaustamente il mai dimenticato Professore Franco Scoglio – l’allenatore dei pareggi, che tanti problemi ebbe dopo l’instaurazione dei tre punti a vittoria  Quando i più forti sono gli altri (a Genova)– prima di una delle tante annate grigie degli anni ‘90, in cui il Grifone, pur non retrocedendo (grazie al cielo), terminò il campionato con meno punti degli avversari cittadini. Cosa piuttosto usuale, avvenuta per circa venticinque anni consecutivi, tradizione interrotta solo lo scorso anno grazie alle magie di El Principe Diego Milito, di Thiago Motta e, ovviamente, della guida di Gianpiero Gasperini. Tanta sfacciataggine, seppur poi punita da sfottò dei tifosi avversari (i classici “menabelin”, per usare un termine tecnico zeneize), era apprezzata dal pubblico amico, e faceva infiammare le gradinate. Oggi, purtroppo, o forse per fortuna, vige un più rigido clima politically correct, interrotto sporadicamente dal copione ormai ripetitivo del solito Mourinho. “Ho i miei dubbi che questa serie positiva possa durare a lungo”, sostiene Gasperini, diretto verso Valencia per l’Europa League (persino in viaggio per il continente, il fantasma dell’altra squadra, quella con le maglie da ciclisti), “però, se dovesse durare fino in fondo, mi toglierò il cappello un’altra volta”. Spirito sportivo encomiabile, ma senza dubbio apprezzato poco, anzi per nulla, da quella metà di tifosi che ora a Genova, dopo eloquenti gesti scaramantici, si augura che quel cappello, il mister, non sia mai costretto a toglierlo.

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