Il Paradiso (fiscale) può attendere
01/10/2009 - Il vero nodo della questione è semmai l’Inghilterra stessa, dove con 100 sterline si può fondare una società per telefono e metterla al riparo da occhi indiscreti con il meccanismo dei “nominee”, società fiduciarie che operano per conto di un
Il vero nodo della questione è semmai l’Inghilterra stessa, dove con 100 sterline si può fondare una società per telefono e metterla al riparo da occhi indiscreti con il meccanismo dei “nominee”, società fiduciarie che operano per conto di un cliente anonimo. Una formula questa che è un invito per chi ha qualcosa da nascondere e che è comune a quasi tutte le legislazioni di cultura anglosassone.
E L’ITALIA ? - Le banche italiane con sedi nei “paradisi” sarebbero più di
300 (sparse in oltre 30 paesi) in particolare, nel solo Lussemburgo sono almeno 30. I gruppi controllati da banche italiane, allo stato, sono ben 117. Inoltre: Il 50% (112 su 250) delle società italiane quotate in borsa e 22% (22 su 88) dei gruppi bancari italiani hanno partecipazioni di controllo su società residenti in paradisi fiscali. Dall’elenco elaborato dall’Istituto Nens possiamo vedere come molte società pubbliche e private e diverse banche hanno depositato ingenti capitali nei paradisi fiscali sparsi in mezzo mondo. Si tratta di capitati esportati legalmente, poiché certificati nei bilanci (2007 e 2008) delle stesse società che, però, hanno goduto del favorevole regime fiscale di quei paesi. Così si scopre che Mediaset controlla totalmente “Mediaset Investment S.a.r.l.” con sede in Lussemburgo. Allo stesso modo ENI controlla, con quote di possesso che variano dal 13 al 100%, ben 12 società Offshore sparse tra Nassau, il Lussemburgo, le Bermuda, le Bahamas, le Isole del Canale e Singapore. Finmeccanica, a sua volta, controlla ben 8 società Offshore, quasi tutte in Lussemburgo, con quote di partecipazione diretta che vanno dal 15 al 100% del capitale. Un vero exploit lo segna la Banca Sanpaolo di Torino. Ottanta società e filiali dislocate in Lussemburgo, a Lugano (Svizzera) e alle Cayman. Pure la finanziaria di casa Agnelli, la IFIL, si è data molto da fare per il mondo. 25 società controllate da Singapore alle isole Mauritus, Maldive, passando poi per il solito Lussemburgo, la vicina Svizzera e le “accoglienti” isole Cayman… con quote di partecipazione che variano dal 50 al 100% del capitale. ENEL, l’ex monopolista pubblico dell’energia elettrica, controlla variamente i capitali di ben 13 società Offshore distribuite tra Lussemburgo, Panama e le Isole Cayman. Infine, il gruppo bancario Unicredit è presente in quasi una sessantina di società con partecipazioni che vanno dal 13 al 100% del capitale sociale. Adesso, le direttive dell’Ocse parlano chiaro. Anche l’Italia dovrà trattare con questi Stati Offshore per conoscere, con precisione, l’entità dei depositi dei nostri capitali. Come detto, questi paradisi vanno da un minimo di 40 ad un massimo di 80 stati. Bisogna trattare con ognuno di essi e, allo stato, il nostro Paese si presenta in forte ritardo rispetto agli altri.
LO SCUDO FLOP - Da un rilevamento della sezione antiriciclaggio dell’ Ufficio Italiano Cambi qualche anno fa è risultato che ogni mese circa 5 milioni di euro lasciavano l’Italia per riparare nei forzieri delle banche
Offshore. E’ risultato ancora che, nonostante l’operazione del passato “Scudo fiscale” sui capitali che rientrano dall’estero, varato ben due volte dal passato governo Berlusconi (2001-2006), i flussi verso l’Offshore non si siano prosciugati. Del resto tutto è ormai facilitato dall’elettronica. Il trasferimento elettronico di fondi tra più paesi è ormai divenuto un sistema molto diffuso e non può più considerarsi appannaggio di pochi operatori. Sino a pochi anni fa si diceva che in appena 24 ore il denaro poteva essere movimentato per ben 72 volte in giro per il mondo. Oggi bastano un palmare, una connessione internet e pochi istanti d’attesa.
IL NENS CI DICE - “Bnp Paribas, la banca francese che controlla anche l’italiana Bnl, ha promesso solennemente che eliminerà tutte le sue diramazioni nei paesi che restano nella lista grigia dell’Ocse. In sostanza, seguirà le indicazioni del presidente Nicolas Sarkozy per la lotta ai paradisi fiscali. E le aziende italiane che cosa faranno? Banche, industrie, grandi società pubbliche e private controllano direttamente o indirettamente molte società nei paesi più esposti sul fronte della finanza più libera. Come testimonia l’elenco messo a punto dal Nens alcuni mesi or sono sulla base dei bilanci consolidati presentati nel 2008 e relativi al 2007, che riportiamo qui di seguito, per memoria”.













L’articolo, al solito, mi sembra molto preciso e pertinente. Soprattutto pone una serie di domande a cui sarebbe bene che qualcuno desse risposta. Se davvero si opera questa stretta globale sui paradisi fiscali mi sembra inutile, a questo punto, il deposito di questi capitali all’estero (per quanto regolarmente iscritti a bilancio) e il controllo di tante società dai nomi, talvolta, persino curiosi legg… Come scritto nell’articolo oggi basta un clic per movimentare capitali nel mondo, perché allora lasciare al’estero queste società e i loro capitali se cade il vantaggio fiscale? Ah sì… magari perché con sistemi non propriamente “etici” si ricorre alle cosiddette “scatole cinesi”… E quelle società, apparentemente regolari, possono a loro volta controllarne altre magari molto meno regolari… che invece possono compiere, diciamo così, operazioni poco limpide. I precedenti, come sappiamo, sono numerosi. “All Iberian” vi ricorda niente?
Poi a proposito dell’Inghilterra… Avete mai visto tutte quelle pubblicità dei casinò on line? Sapete che le loro sedi legali, per lo più, si trovano nelle Isole del Canale (GB) e che operano con un regime fiscale pari a zero e senza controlli di fatto? Prima di guardare alle Cayman forse un’indagine in sede europea sugli “euroscettici” sudditi di Sua maestà sarebbe d’uopo.
Terza e per me ultima domanda. Gli scudi fiscali passati sono stati un flop, lo dicono le cifre recuperate. Perché non dovrebbe esserlo pure questo? Perché adesso c’è la lotta globale agli stati offshores?
Nel 2001 c’era stato l’11 settembre… Anche allora si promettevano lotte senza quartiere al terrorismo internazionale e alle sue fonti di approvvigionamento. Eppure, oggi, i risultati fallimentari li conosciamo. Forse, Tremonti immagina un successo del suo terzo scudo solo perché è aperto anche a quanti hanno commesso reati fiscali? Ma allora sarebbe non solo una sanatoria o se volete un condono fiscale ma, addirittura, un vero e proprio “lavaggio” di Stato per molti capitali di dubbia, dubbissima provenienza. Ai posteri, questa volta, la facile sentenza…
Grazie dei “soliti” complimenti. Sì le domande che tu poni sono giuste. Temo però che nessuno degli “scudieri” risponderà. E' un provvedimento eticamente e – tra qualche tempo lo dimostreranno pure i dati fiscali – economicamente indifendibile. Del resto, basta ricordare l'atteggiamento di Gasparri e Fitto l'altra sera a Ballarò. Cambiare argomento, magari offendere gli avversari (vedi Marino e Caselli) e non entrare nel merito. Sono argomenti off-topic. I Tg e giornali si sono subito adeguati. Ieri, per esempio, Avvenire (sì proprio Avvenire…) ha scritto che in questo momento non bisogna farsi troppe domande sulla provenienza di quei soldi. Pecunia non olet. Come l'8 per mille, I suppose.
secondo me anche questo scudo fiscale sarà una chiavica, nonostante a questa botta ci abbiano messo anche l'immunità penale.
Se ci pensate perchè dovrebbero pagare il 5% di tasse se ora ne pagano 0? per rendere i capitali legali? ma figurarsi ci sono ben altri modi per ripulire impunemente i soldi sporchi e soprattutto modi meno costosi.
Una possibile risposta potrebbe essere chel'Ocse prevede l'equiparazione dei regimi fiscali dei “paradisi” con quelli degli altri paesi. Questo richiede trattative bilaterali tra i singoli stati e come detto, tanto per cambiare, l'Italia si presenta in forte ritardo. Perciò, almeno per le società che hanno regolarmente certificato nei loro bilanci questi capitali all'estero è poco conveniente farli rientrare. Può convenire, visto l'obolo del solo 5%, farli rientrare a quelli “illegali” ma come dici, per il riciclaggio, esistono anche altre vie a costo zero…
chissà se anche il Gruppo De Benedetti ha qualche società off shore?
Potreste informarci, please?
Probabile. Però non ha fatto campagna per lo scudo fiscale. Cosa che non si può dire per il partito-azienda di Berlusconi.
tra i tanti paradisi fiscali vi siete dimenticati dello Stato del vaticano con le sue banche e clienti di Rispetto. Non e' concesso a tutti poter depositare i propri beni in tali luoghi. Ma…… nonostante i richiami della CEi alcuni se lopossono permettere e non sono membri del clero
Il vantaggio della “corruzione generalizzata” è questo. Però ha un lato debole, quando i soldi scarseggiano è un casino, chi non cucca diventa pericoloso. Fino a che si può aumentare il debito pubblico va tutto bene, tanto chi se ne frega del debito pubblico? Ma quando finirà anche questa trovata a chi lasceremo a bocca asciutta? E' Tremontino?