Eni, Finmeccanica, Enel, Mediaset, Ifil, Sanpaolo, Unicredit e molte altre società pubbliche e private controllano direttamente o indirettamente ingenti capitali depositati nei paesi stranieri. Torneranno davvero questi capitali in Italia?
Ammonterebbe a 300 miliardi d’euro la consistenza dei patrimoni degli
italiani custoditi all’estero che potrebbero essere rimpatriati grazie allo scudo fiscale. Di questi, 125 miliardi si troverebbero in Svizzera e 86 in Lussemburgo. La previsione è stata resa nota dall’Agenzia delle Entrate nel corso del convegno intitolato: “Il destino dai paradisi fiscali”. Questi soldi torneranno davvero o invece si tratta dell’ennesimo annuncio spot del governo per coprire un’operazione che desta più di un dubbio in larga fetta dell’opinione pubblica? Il numero dei paradisi fiscali catalogati varia, secondo i criteri di valutazione seguiti nella loro classificazione, da un minimo di 40 ad un massimo di 80 Stati. Il fenomeno “Offshore” infatti, si presenta in varie forme, più o meno estese, e riguarda anche Paesi membri dell’UE. Una recente ricerca a livello europeo (Euroshore) ha diviso i 48 paesi analizzati in tre gruppi di “centri finanziari” in base al loro livello di prossimità agli Stati membri dell’Unione Europea.
1. Paesi che hanno particolari contatti d’ordine geografico, politico ed economico con l’Unione Europea: Andorra, Monaco, Bermuda, Malta, San Marino ecc.
2. Economie in transizione, in pratica, giurisdizioni appartenenti all’ex blocco sovietico: Romania, Moldavia, Albania ecc.
3. Giurisdizioni Offshore esterne all’Unione Europea: Bahamas, Barbados, Macao, Malesia ecc. Sette paradisi fiscali, tra i quali il Principato di Monaco, Andorra e Liechtenstein hanno in passato dichiarato di non volersi adeguare alle disposizioni internazionali in materia di trasparenza. Tuttavia, dopo la recente crisi finanziaria mondiale, sembra profilarsi un loro tardivo quanto parziale ravvedimento.
Il giro d’affari complessivo è pari a circa 1.800 miliardi di dollari l’anno di cui il 40% riguardano capitali provenienti da traffici di criminalità organizzata, da traffico d’armi e da attività terroristiche in senso lato, il 45% capitali di “pianificazione fiscale” provenienti per la maggior parte da società multinazionali, ma anche da persone fisiche, uomini d’affari, dello spettacolo ecc. Il 15% capitali provenienti da corruzione o saccheggi politici in diversi paesi del mondo (in particolare Africa e Sud America). Si stima che le società “Offshore” siano circa 680.000, mentre le banche con agenzie nei paradisi fiscali sarebbero almeno 10.000.
BANCHE CLANDESTINE - A fianco alle banche ufficiali esiste un vero e proprio sistema bancario “parallelo” fatto da banche clandestine che
prosperano in tutto il mondo. Nella generale categoria degli intermediari inquinati confluiscono due tipologie d’operatori: quelli ufficiali e legali i quali adottano linee comportamentali molto devianti, e quelli abusivi, che operano in altre parole completamente al di fuori del sistema ufficiale e che sfuggono completamente agli obblighi imposti dall’Ordinamento e, quindi, agli ordinari strumenti di vigilanza e controllo da parte delle competenti autorità. Questi sistemi bancari “alternativi” assumono denominazioni diverse ed a volte assai folcloristiche, nelle differenti aree geografiche di riferimento. Si parla così in Cina di sistema Chop Shop, nel sub continente indiano di sistema Chiti o Hundi, in ambito latino-americano di Stash House, quest’ultimo diffuso anche nel Nord America come conseguenza dei flussi migratori che interessano tale area. L’evasione fiscale stimata nel mondo sarebbe perciò pari a 292 milioni di dollari l’anno mentre il riciclaggio di denaro sporco assumerebbe un fatturato di circa 600 miliardi di dollari annui. Com’emerge dalla ricerca “Euroshore” anche il sistema finanziario di paesi membri dell’Unione Europea devia dagli standard d’integrità e di trasparenza adottati dalla Comunità Internazionale specialmente in tema di diritto societario. Merita una considerazione tutta particolare il caso del Regno Unito. L’Inghilterra e sopratutto “la City” di Londra potrebbe, infatti, essere tranquillamente considerata come “la madre di tutti i paradisi”. Arnaud Montebourg, parlamentare francese a capo di una commissione sul riciclaggio, qualche tempo fa ha reso pubblico un dossier in cui si attaccava apertamente Tony Blair per aver “predicato” al mondo la lotta – anche finanziaria – al terrorismo, salvo aver razzolato male per non aver finora ripulito uno dei principali centri del riciclaggio internazionale: la City di Londra. Downing Street però ha smentito seccamente. Resta che l’Inghilterra, grand’alleata degli Stati Uniti nella “lotta al terrorismo internazionale”, regna incontrastata su più di venti paradisi dell’arcipelago Offshore, dalle remote isole Cayman alla più vicina Isola di Man o sulle isole del Canale, dove tra l’altro sono stati appena pubblicati i bandi miliardari per “ospitare” una ventina di nuovi casinò virtuali, che operano su Internet in completa esenzione fiscale e sotto controlli irrilevanti.



L’articolo, al solito, mi sembra molto preciso e pertinente. Soprattutto pone una serie di domande a cui sarebbe bene che qualcuno desse risposta. Se davvero si opera questa stretta globale sui paradisi fiscali mi sembra inutile, a questo punto, il deposito di questi capitali all’estero (per quanto regolarmente iscritti a bilancio) e il controllo di tante società dai nomi, talvolta, persino curiosi legg… Come scritto nell’articolo oggi basta un clic per movimentare capitali nel mondo, perché allora lasciare al’estero queste società e i loro capitali se cade il vantaggio fiscale? Ah sì… magari perché con sistemi non propriamente “etici” si ricorre alle cosiddette “scatole cinesi”… E quelle società, apparentemente regolari, possono a loro volta controllarne altre magari molto meno regolari… che invece possono compiere, diciamo così, operazioni poco limpide. I precedenti, come sappiamo, sono numerosi. “All Iberian” vi ricorda niente?
Poi a proposito dell’Inghilterra… Avete mai visto tutte quelle pubblicità dei casinò on line? Sapete che le loro sedi legali, per lo più, si trovano nelle Isole del Canale (GB) e che operano con un regime fiscale pari a zero e senza controlli di fatto? Prima di guardare alle Cayman forse un’indagine in sede europea sugli “euroscettici” sudditi di Sua maestà sarebbe d’uopo.
Terza e per me ultima domanda. Gli scudi fiscali passati sono stati un flop, lo dicono le cifre recuperate. Perché non dovrebbe esserlo pure questo? Perché adesso c’è la lotta globale agli stati offshores?
Nel 2001 c’era stato l’11 settembre… Anche allora si promettevano lotte senza quartiere al terrorismo internazionale e alle sue fonti di approvvigionamento. Eppure, oggi, i risultati fallimentari li conosciamo. Forse, Tremonti immagina un successo del suo terzo scudo solo perché è aperto anche a quanti hanno commesso reati fiscali? Ma allora sarebbe non solo una sanatoria o se volete un condono fiscale ma, addirittura, un vero e proprio “lavaggio” di Stato per molti capitali di dubbia, dubbissima provenienza. Ai posteri, questa volta, la facile sentenza…
Grazie dei “soliti” complimenti. Sì le domande che tu poni sono giuste. Temo però che nessuno degli “scudieri” risponderà. E' un provvedimento eticamente e – tra qualche tempo lo dimostreranno pure i dati fiscali – economicamente indifendibile. Del resto, basta ricordare l'atteggiamento di Gasparri e Fitto l'altra sera a Ballarò. Cambiare argomento, magari offendere gli avversari (vedi Marino e Caselli) e non entrare nel merito. Sono argomenti off-topic. I Tg e giornali si sono subito adeguati. Ieri, per esempio, Avvenire (sì proprio Avvenire…) ha scritto che in questo momento non bisogna farsi troppe domande sulla provenienza di quei soldi. Pecunia non olet. Come l'8 per mille, I suppose.
secondo me anche questo scudo fiscale sarà una chiavica, nonostante a questa botta ci abbiano messo anche l'immunità penale.
Se ci pensate perchè dovrebbero pagare il 5% di tasse se ora ne pagano 0? per rendere i capitali legali? ma figurarsi ci sono ben altri modi per ripulire impunemente i soldi sporchi e soprattutto modi meno costosi.
Una possibile risposta potrebbe essere chel'Ocse prevede l'equiparazione dei regimi fiscali dei “paradisi” con quelli degli altri paesi. Questo richiede trattative bilaterali tra i singoli stati e come detto, tanto per cambiare, l'Italia si presenta in forte ritardo. Perciò, almeno per le società che hanno regolarmente certificato nei loro bilanci questi capitali all'estero è poco conveniente farli rientrare. Può convenire, visto l'obolo del solo 5%, farli rientrare a quelli “illegali” ma come dici, per il riciclaggio, esistono anche altre vie a costo zero…
chissà se anche il Gruppo De Benedetti ha qualche società off shore?
Potreste informarci, please?
Probabile. Però non ha fatto campagna per lo scudo fiscale. Cosa che non si può dire per il partito-azienda di Berlusconi.
tra i tanti paradisi fiscali vi siete dimenticati dello Stato del vaticano con le sue banche e clienti di Rispetto. Non e' concesso a tutti poter depositare i propri beni in tali luoghi. Ma…… nonostante i richiami della CEi alcuni se lopossono permettere e non sono membri del clero
Il vantaggio della “corruzione generalizzata” è questo. Però ha un lato debole, quando i soldi scarseggiano è un casino, chi non cucca diventa pericoloso. Fino a che si può aumentare il debito pubblico va tutto bene, tanto chi se ne frega del debito pubblico? Ma quando finirà anche questa trovata a chi lasceremo a bocca asciutta? E' Tremontino?