“Ho paura di vivere così, meglio morire”
di Tommaso Caldarelli - 25/06/2012 - L'uomo inglese inchiodato su una sedia a rotelle rilascia una Twitter-intervista al Guardian
L’intervista del Guardian a Tony Nickilson è eccezionale per più di un motivo. Primo, perché è un sincero e genuino tentativo di entrare con garbo e discrezione nella vita di una persona così in difficoltà, così piegata daglie venti. Secondo, perché è probabilmente uno dei primi esempi di intervista via Twitter. Il reporter del più importante quotidiano inglese ha contattato Tony attraverso il social network e gli ha chiesto, pubblicamente, tutto quello che riteneva importante chiedergli.
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TALK TO TONY - Così anche la comunità degli utenti Twitter ha preso parte all’intervista, ponendo domande all’uomo inchiodato sulla sedia a rotelle dalla sindrome del Chiavistello e che sta portando avanti una storica battaglia per il diritto a morire: di lui abbiamo parlato.
E’ stata una “quattro giorni di forum pubblico su Twitter” in cui chiunque poteva parlare con Tony utilizzando l’hastag #talktotony. Di tutte le domande arrivate il Guardian ha scelto quelle più rilevanti e ha raccolto le risposte sull’Observer. C’era chi voleva sapere se progressi scientifici nelle tecnologie robotiche avrebbero convinto Tony a rinunciare alla sua battaglia. “Sarei disgustato dal trovarmi in un qualche tipo di gabbia robotica”, ha risposto Tony: “Farlo anche solo per un paio di anni in più? No, grazie”, dice Tony. Il suo sbarco su Twitter, molto celebrato, non è sufficiente dice lui a convincerlo a rinunciare al suo sforzo per la libertà: “Io voglio parlare. Mi manca”, dice l’uomo, anche perché utilizzare Twitter per lui “è difficilissimo perché la postura mi fa stare male. Probabilmente ridurrò i tweet occasionali”, scrive Tony : “Prenderesti in considerazione l’idea di andare in Tribunale a discutere del tuo caso?”, chiede qualcuno: “No, è troppo difficile. Scriverò qualcosa”. Il nocciolo della sua battaglia, però, è in questa frase: “La tua battaglia si inserisce nel più ampio problema della relazione fra l’individuo e lo stato?”.
MEGLIO LA MORTE - Parzialmente, dice Tony: “Non ho intenzione che lo stato mi dica quel che posso e non posso fare con la mia vita”. Le leggi, dice, dovrebbero essere al servizio dell’uomo, “non l’inverso”. Tony si dice fermissimo nel suo ateismo: “Io non credo in Dio. E penso sia una grande debolezza collegare qualcosa che non sappiamo spiegare a Dio”; così, “chi fa campagna e mi dice che la vita me l’ha data Dio e solo lui me la può portare via parlano in maniera priva di senso. Qualsiasi delusione li faccia parlare così, non credano che io – un ateo – abbia intenzione di stargli dietro”. Se il suo impegno in tribunale andrà male, Tony ha già deciso che si lascerà morire di fame: “Sarà straziante. Ma ci ho pensato e ho concluso che qualche settimana di dolore sarà meglio di 30 anni in questo stato”. Dice Tony di sentirsi “scomodo – sei ore sulla sedia senza potermi muovere; privo di dignità – mi sfameranno per sempre come un bambino; mortificato – piango come un bimbo davanti a chi si prende cura di me; degradato, sudato, con un saporaccio in bocca perché dormo con la bocca aperta e la saliva si secca”. Non ha paura di morire, dice: “Ho paura di vivere così quando sarò vecchio e fragile”. Meglio andarsene.
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