I “presunti” soldi di Lusi a Rutelli e Renzi
di Dario Ferri - 25/06/2012 - I particolari della testimonianza del senatore. Per la maggior parte senza prove
Di questo passo sarà difficile per Luigi Lusi evitare di finire davvero nei guai. Perché l’ex tesoriere della Margherita racconta, racconta, racconta, ma porta poche prove a sostegno delle sue affermazioni. Soprattutto quelle che chiamano in causa Francesco Rutelli e Matteo Renzi. Carlo Bonini su Repubblica racconta i particolari:
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La storia degli immobili, ad esempio, «è da Francesco che partì», racconta l’ex tesoriere. Siamo nel 2007, appunto, e sono gli ultimi mesi del secondo governo Prodi. Rutelli è ministro per i Beni Culturali e convoca il suo tesoriere. «Il televisore era acceso a forte volume, come al solito, e Francesco mi rappresentò la necessità di investire parte della liquidità della Margherita in immobili. A quel punto io obiettai che se li avessimo intestati a una società fiduciaria italiana, questa sarebbe stata facilmente tracciabile e altrettanto facilmente si sarebbe potuto risalire ai suoi effettivi beneficiari. E fu allora che, guardandomi, mi disse: “Sbaglio o tua moglie è canadese?” ». La “Luigia ltd.”, la scatola societaria offshore destinata a fare da holding delle partecipazioni immobiliari, nascerebbe dunque quel giorno. «Per volontà e indicazione» di Rutelli.
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Ma il senatore non ha nemmeno uno straccio di prova su cui basarsi. Poi c’è la storia delle email, già circostanziata ieri:
Ai pm, l’ex tesoriere consegna dunque due sue e-mail inviate a Rutelli. Entrambe con la data di quel novembre 2009. Entrambe assai lunghe (10 pagine ciascuna). Entrambe con l’indicazione “concordata” che, da quel momento, il denaro impiegato in ragione del “patto 60/40” sarebbe stato convogliato, appunto, su associazioni e fondazioni (per Rutelli, il “Centro Futuro sostenibile” e l’associazione “Cento città”). Entrambe con accenti personali («Non capisco perché tu mi tratti in questo modo», si lamenta) soprattutto lì dove l’allora tesoriere si difende dall’accusa che Rutelli gli ha privatamente mosso di aver «restituito per paura» fondi europei affluiti alla defunta Margherita a titolo di rimborsi per il Partito democratico europeo.
Lusi non è in grado di fornire alcuna indicazione sull’uso, legittimo o meno, che del denaro uscito dalla cassa veniva fatto dai “maggiorenti” del partito. Ma «è inoppugnabile», chiosa, «che Rutelli fosse non solo al corrente di quel patto, ma mi fornisse indicazioni sulla base di quello schema»:
E la prova — svela, consegnando il documento ai magistrati che lo interrogano — è in un appunto autografo di Rutelli, siglato a fondo pagina “FR” in cui l’ex segretario politico definisce l’architettura della spartizione. L’appunto non ha data. Ma — spiega Lusi ai pm — risale allo stesso periodo di una nota battuta a macchina che porta la data del 10 novembre 2009. Anche questa attribuibile a Rutelli.
Nella nota, si affronta la divisione di 1 milione e mezzo di liquidità che Lusi viene sollecitato a prelevare dalla cassa:
Seicentomila devono andare a Rutelli e il resto agli altri capi-corrente. Tra loro, Matteo Renzi, sindaco di Firenze, in quota “Rutelliani”. Con i pm Lusi insiste che è certo che Renzi quel denaro lo abbia ricevuto («nonostante le sue smentite ») . E per dimostrarlo produce durante l’interrogatorio uno dei capitoli di bilancio in cui quella somma indicata dalla nota di Rutelli — 1 milione e mezzo — appare contabilizzata nella sua grandezza unitaria. Prima cioè che, contabilmente, ne venisse dissimulata la spartizione.
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