Un incontro casuale, la scoperta, l’amicizia. Storia di una periferia…bellissima
Vivo in periferia ma non è così terribile. Forse perché non mi colpiscono più di tanto le case delle speculazioni edilizie, gli stradoni e le sopraelevate, i giardini di immondizia. Nemmeno gli sbruffoni e i malviventi nelle loro macchine costose mi danno fastidio passando veloce a due millimetri da me, o i ladri, quei scippatori di piccoli taglio, a cui ho sempre offerto il mio kit di sopravvivenza: 20 euro da consegnargli senza storie, troppo poco per piangere le perdute finanze, troppo perché ti picchino per non aver trovato niente.
No, in fondo qui mi sento più tranquillo, l’atmosfera è più semplice e familiare, le persone non sono snob e le senti più vicine.
Così, ogni sera, smonto da lavoro verso le 6 e torno in auto verso la mia periferia: in primavera, lungo gli ampi stradoni verso est, da qui si vedono
splendidi tramonti sul mare. Il sole si diverte a nascondersi dietro le cataste di auto incidentate per poi ricomparire dietro un enorme svincolo che mi ricorda quando, su un libro da bambino, vedevo questi immensi quadrifogli come la punta più estrema della tecnologia. Il quadrifoglio lascia il passo ad orrendi parallelepipedi, solo punzecchiati da piccole finestre rosse, e si specchia in una fontana ancora incredibilmente pulita da cui sgorga un getto d’acqua altissimo, come a pulire, in un colpo solo, tutto lo squallore di quel quartiere. E questo spettacolo cancella quello che succede intorno a me, i motorini con i ragazzi imbacuccarsi in sciarpe attorcigliate come serpenti che non si mettono il casco nemmeno quando si gela; le scritte oltraggiose, i disegni a senso unico che deturpano quel po’ di bianco risparmiato allo sporco e alla rovina dei palazzi. No, la mia attenzione è catturata solo dai magnifici graffiti sui muri della scuola, espressioni di un talento che non ha molte speranze di sfociare nella fama ma solo in qualche passatempo da riformatorio. Così una sera guardavo ad una nuova recinzione che ha lasciato il posto a dei muri alti, candidi come l’innocenza di chi ha pensato che possano conservarsi di quel colore. Muri che si perdono in un groviglio di strade e di erbacce alte. Muri che non si sa cosa possono proteggere o quale maledetto imbroglio devono coprire ma che erano già diventati il paradiso dei graffitari. Visi enormi di Jimi Hendrix lasciavano il posto a pirati con cicatrici a forma di lisca di pesce. Zombi barcollanti o ragazze stupende dai capelli biondi lunghissimi che nascondevano aguzzi pugnali lanciati nel vuoto. C’era tanta fantasia e rabbia in questi disegni e io mi fermavo ad osservarli con curiosità. Ma quella sera mi colpì uno tra i tanti esseri spaventosi, il volto con gli occhi da fuori e la bocca allargata in una forma innaturale come i visi di chi sottoponeva alle prove simulate di esplosione nucleare nell’america degli anni 50. Questo mostro teneva in mano una classica bomba, tonda e nera come nei fumetti, pronta ad essere scagliata mentre già davanti a se persone, palazzi e monumenti saltavano in aria in una orgia di sangue. Il disegno, davvero tetro, era molto originale e spiccava in mezzo agli altri. Quello che mi sorprese fu, la sera dopo, trovarne un altro in una curva un po’ più nascosta, lo stesso viso con un’altra bomba in mano e pezzi di persone che esplodevano per effetto di un precedente lancio. La cosa mi incuriosì e rifeci il giro per trovare le differenze. Il viso, allucinato e irreale come “l’urlo” di Munch, era identico, come una firma dell’autore, le esplosioni diverse, nella prima persone e palazzi, nella seconda solo persone, una famiglia sembrava, con due adulti e due bambini. Questi avevano un viso simile a quello che lanciava le bombe. Dietro al lanciatore nel primo disegno due bombe e una in mano, nel secondo una dietro e una in mano.
Il giorno dopo, in ufficio, quelle immagini mi perseguitarono. Per quanto provassi a lavorare ero distratto e nervoso e non vedevo l’ora di ripassare per vedere se, caso mai, ci fosse stato un nuovo disegno. Uscii di corsa e cominciai a fare il giro dei muri. Nulla. Pensai che in fondo quei disegni potevano stare lì da tempo ed ero stato io che ne avevo visto uno alla volta.
Mi fermai vicino al secondo, in cerca di chissà quale ispirazione e uscendo dall’auto mi avvicinai. Era già buio e non era tanto raccomandabile stare lì così feci un sospiro e alzando lo sguardo al cielo imprecai contro le mie illusioni e la giornata persa al lavoro. Fu così che lo vidi. Sulla facciata del palasport, alto da terra ma non lontano da un muretto che rendeva più agile la struttura, c’era un altro disegno. Ancora una bomba, ancora lo stesso lanciatore dalla bocca squarciata. Questa volta ad esplodere era solo una ragazza, le braccia e le gambe staccate dal corpo e gli occhi chiusi, delicatamente poggiata con la testa dalla folta chioma bruna nel suo abbraccio con la morte. Guardando meglio vidi che al posto della bomba dietro di lui c’era una pistola.
E cominciai a capire. O forse stavo solo cedendo al mio desiderio di vivere una avventura, al colorire la piatta realtà di ogni giorno con chissà quali
drammi, quali segreti profondi protetti da porte segrete e meccanismi nascosti. Andai a casa facendo finta di niente ma non potevo evitare che l’idea mi frullasse di continuo in testa.
Alla fine presi un giaccone, il mio kit di sopravvivenza e mi avviai a piedi verso la zona dei graffiti.
Non avendo idea dell’ora adatta a fare i graffiti, mi preparai ad aspettare per ore. Fumai non so quante sigarette e continuai a scorrazzare il mio cane come se fosse in preda ad un attacco di stitichezza finchè, stanco, decisi di appostarmi proprio dove pensavo potesse avvenire la scena finale. Mi sarò forse addormentato perché quando il cane diede una stretta più forte al guinzaglio, trovai, quasi davanti a me, un ragazzo con delle bombolette spray che pareva in preda a chissà quale frenesia ed urgenza. Il disegno aveva già preso la forma del viso con la bocca deforme ma la sua testa era esplosa in mille pezzi per effetto del colpo di una pistola, che il ragazzo stava finendo di disegnare, puntata contro la sua fronte.
Mi avvicinai per osservare meglio il ragazzo. Aveva un chiodo e mille orecchini e piercing che gli deturpavano il viso. Un viso che era incredibilmente infantile, una testa grande su un corpo gracile, la trasformazione da bambino a uomo che la pubertà non aveva ancora completato.



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Sei proprio BRAVO!!!!!!! ^_^
Non riesco a vedere in un graffito, a differenza di un quadro, un fatto emozionale, anche se qualsiasi disegno ti fa penetrare nell'intimo di un'artista, e i graffiti lanciano solo messaggi di inadeguatezza, urlo di un'anima inquieta.