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pubblicato il 25 settembre 2009 alle 09:00 dallo stesso autore - torna alla home

Se io fossi Tony Blair (e tra tutti gli statisti recenti è lui l’unico con cui non mi dispiacerebbe troppo identificarmi), presterei particolare attenzione alle mosse della Cina – nel sessantesimo anniversario della Repubblica Popolare. Tra qualche settimana – quando anche gli irlandesi avranno finalmente ratificato Lisbona – Tony Blair potrà finalmente annunciare la propria candidatura a primo Presidente della nuova Unione Europea. E la nuova Unione Europea, che varcherà finalmente – con dieci anni di ritardo – la soglia del 21mo secolo, farebbe bene ad ispirarsi alla Repubblica Popolare Cinese, la stessa Cina del vertiginoso sviluppo industriale “guidato” dai comunisti; la Cina che ha, sola al mondo, trovato la terza via tra i capitani coraggiosi dalemiani e i piani quinquiennali stalinisti. Eh si, perché invece di insegnare ai cinesi i diritti umani e la libertà di stampa, noi europei dovremmo pensare, principalmente, ad imparare.

Cos’é che ha da imparare la vecchia Europa dai cinesi? Principalmente, l’arte di farsi superpotenza. Ma non solo: più specificatamente, l’arte di rubare il mestiere di superpotenza ad altri utilizzando sia gli strumenti dei vinti che dei vincitori. Che la Cina sia la nuova superpotenza di cui la dialettica materialista marxista aveva disperato bisogno non è una novità. Che la Cina abbia sostituito l’Unione Sovietica è ancora più ovvio. Ciò che propongo qui è che la nuova Unione Europea del 21mo secolo prenda ispirazione dalla Cina per fare, a sua volta, le scarpe agli Stati Uniti d’America. La presunta crisi degli U S of A è argomento stantio quanto noioso – eppure i segnali di decadenza andrebbero colti proprio lì dove gli stolti pensano di intravvedere un nuovo domani: brevemente, l’elezione di Barack Hussein Obama all’ufficio più alto che quella grande democrazia possa offrire. E’ solo quando i grandi vecchi cominciano ad intravvedere l’inevitabilità della fine che si permettono gesti di caritatevole bontà – gesti “alti”, per capirci – cioé irrazionali. L’America si è voluta permettere questo lusso del Presidente scuro: prova di forza, o vezzo fin de siecle?

L’equazione è abbastanza semplice: la Cina sta all’Unione Sovietica come l’Unione Europea sta agli Stati Uniti d’America. Nelle continuità – e differenze – tra Cina ed Unione Sovietica c’é’ la futura strategia dell’Europa che vuole far le scarpe agli Stati Uniti. Prima di tutto il parallelo del fidato alleato: i maestri russi hanno coltivato gli allievi cinesi per poi vedersi, inevitabilmente ed hegeliamente, superati. Così gli Stati Uniti con gli alleati dell’Europa occidentale – che continua a crescere verso Est. C’é poi il discorso del modello politico-economico: i cinesi hanno importato dai russi la soppressione sistematica delle differenze (leggi libertà) – ideologiche, politiche, simboliche – ma si son visti bene dal tarpare le ali allo spirito d’impresa (dai giocattoli alle tartarughe senza mai guardare indietro) della frontiera americana che ha caratterizzato gli ultimi due secoli: purché l’unica ideologia sia il profitto; a patto che il profitto non diventi progetto di paese.

E così l’Unione Europea dovrebbe mettersi alla ricerca della terza via di circumnavigazione del sogno americano: non tanto il capitalismo regolamentato di questa prematura uscita dalla recessione, ma lo stato come promotore – nel senso di impavido difensore – di libertà, che esse siano economiche o politiche. Uno stato superattivo nel senso più odiato dalla tradizione conservatrice d’oltreoceano; ma uno stato che passa il proprio tempo a sdoganare, invece di arrovigliarsi il cervello intorno a nuovi sistemi di recinzione di un gregge che ha scoperto il patrimonio dell’individualità. Ma l’uovo di colombo, per l’Unione Europea, non potrà bastare. Così come non ci sarebbe stata una Cina se gli Stati Uniti non avessero vinto la Guerra Fredda, così l’Europa non potrà mai sostituirsi, da sola, agli Stati Uniti. Avrà invece bisogno che sia la Cina ad aggiudicarsi la Seconda Guerra Fredda – il perpetuarsi della dialettica è l’unica prospettiva nella quale l’Europa si ritroverà, entro la fine di questo secolo, ad essere superpotenza.

In questo contesto, l’Europa – sotto una leadership unica ed indiscussa, il tipo di ruolo che può essere ricoperto solo da un “grande” (o presunto tale, o ex tale – Blair, appunto) – dovrà riuscire a rimanere il fedele alleato degli Stati Uniti e allo stesso tempo ad alimentare le possibilità che i cinesi si aggiudichino il singolar tenzone. E’ per questo che è nell’interesse dell’Europa fomentare la competizione tra le due superpotenze: per esempio, nel breve termine, sul tema del clima e degli sforzi per ridurre le emissioni in vista della scadenza di Kyoto. Allo stesso tempo l’Europa farebbe bene a tuffarsi, silenziosamente, nelle gaffe obamiane: l’ultima, il protezionismo sull’importazione di pneumatici – tassando le gomme cinesi al 35%. Dopo le trincee, i bombardamenti al tappeto, e la minaccia nucleare, la nuova sfida avrà, inevitabilmente, un carattere ancora una volta diverso: vista l’attuale situazione del credito, non ci sarebbe da sorprendersi se la Seconda Guerra Fredda fosse combattuta, silenziosamente, sul terreno del trade e del credito. E che vinca il migliore.

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