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Inchiestadi Carlo Cipiciani (Comicomix)
pubblicato il 24 settembre 2009 alle 10:30 dallo stesso autore - torna alla home

Nel 2005 gli attuali ministri del governo Berlusconi, lanciavano al mondo la sfida del riformismo di ispirazione socialista. Con idee forti e proposte per l’Italia. Ma nel 2009 non sanno, non vedono, non sentono. E se ci sono, dormono

A volte leggere cose vecchie di qualche anno può riservare delle sorprese. Una vecchia rivista, “L’Ircocervo”, e precisamente il numero 2 di novembre del 2005, intitolircocervo1 Brunetta e Sacconi, una bella coppia di fannulloniata “La sfida dei Riformisti” ha un’introduzione che inizia così: “Il centrodestra, nato dall’iniziativa di Berlusconi, ha colto il punto fondamentale: la crisi è strutturale e i guai sono il frutto di un sistema malato, che deve essere riformato dalla testa ai piedi nelle sue strutture istituzionali, politiche, economiche e sociali. Non è un problema di buona o cattiva amministrazione. Il problema è riformare il paese in ogni ambito.” Parola di Renato Brunetta, Maurizio Sacconi, Fabrizio Cicchitto.

UN’ANALISI IMPIETOSA - Scrive Stefania Craxi, attuale sottosegretario agli esteri del governo Berlusconi, nel suo articolo: “Ciò di cui l’Italia ha bisogno è più libertà. Ne ha bisogno la nostra vita economica, come quella civile. L’Italia perde posizioni, la nostra economia perde colpi, la nostra vita civile perde fiducia, perché è ingabbiata dall’immobilismo e dalla conservazione, dalla prepotenza e dall’illibertà di quanti temono il futuro e preferiscono conservare i privilegi del passato.” Giusto. Ma chi sono questi infami, questa gente che non vuole cambiare, che non vuole costruire un paese moderno? Secondo Stefania stanno tutti nel centrosinistra, ovvio. Però, quando esce questa rivista, Sacconi è sottosegretario al welfare, Brunetta è deputato (assenteista) al parlamento europeo, Cicchitto è vicepresidente del gruppo parlamentare di Forza Italia, principale partito di governo.

LA SFIDA DEI RIFORMISTI – E al governo dell’Italia, da 4 anni, c’è Silvio Berlusconi, c’è il centro destra, c’è Forza Italia. E le cose non sono andate benissimo. L’Italia ha continuato il suo declino, e in più – complice una gestione non proprio “avveduta” della politica economica – sono stati vanificati gli anni del risanamento, la faticosa risalita dei fondamentali dei conti pubblici che nel periodo 1992-2001, dopo la montagna di debito pubblico accumulato negli anni della Milano da bere e del Caf. E di quelle riforme che servono all’Italia e di cui parlano i nostri campioni del riformismo, nei 4 anni di Berlusconi se ne sono fatte pochine. Lo ammettono anche loro, a mezza bocca. Ma la fede incrollabile non ammette repliche: “non c’è dubbio che lo spazio per un riformismo autentico, di stampo blairiano, si è creato solo nel centrodestra. E non è un caso che i riformisti più decisi e innovativi si siano ritrovati tutti in Forza Italia”. Riformisti del calibro di Brunetta e di Sacconi, per capirci.

IL PARTITO UNICO DEL CENTRODESTRA – La scelta di campo che vede accumunati in un grande abbraccio i nipotini di Matteotti e quelli di Mussolini, si spiega con i riferimenti politici e culturali dei nostri bravi ragazzi: Popper, Ratzinger, Turati, Nenni, Matteotti, De Gasperi, Saragat, La Malfa. Tutti arruolati come “naturale riferimento culturale” del nuovo che avanza, in compagnia di Bossi e La Russa. Tutti uniti sotto Silvio Berlusconi, nel “progetto del partito unitario del centro-destra, quali che siano i tempi della Pigrizia2 Brunetta e Sacconi, una bella coppia di fannullonisua graduale realizzazione.” Di cui i riformisti avevano chiara sin d’allora la natura: “questo progetto ha motivazioni assai precise e serie, e  la sua futura aggregazione può fondarsi solo su un reale pluralismo ideale, politico, culturale. Il partito unitario non può avere a livello culturale un pensiero unico, perché esso ci costringerebbe o al silenzio, o all’abiura o al rifiuto e noi non intendiamo fare nessuna di queste tre cose.” Sacconi e Brunetta, i capitani coraggiosi. D’altronde che il PdL sia un partito plurale oggi è chiaro a tutti, a partire da Gianfranco Fini.

FATTI NON PAROLE – Ma lasciamo perdere il politichese, che non interessa più a nessuno. Diamo per superata la vecchia distinzione destra-sinistra, e parliamo di fatti. Se, come dicono i nostri riformisti, “lo spazio per un riformismo autentico, di stampo blairiano, si è creato solo nel centrodestra”, ben venga la conferma della scelta di campo “berlusconiana” pur di varare quelle riforme che servono al paese. E i nostri riformisti coraggiosi, capitanati da Sacconi e Brunetta, hanno idee chiare. Vediamo con ordine.

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