La pubblicità è morta, viva la pubblicità
di Maghdi Abo Abia - Con la pesante crisi economica il settore è costretto a reinventarsi. Lo sta facendo abbandonando i media tradizionali. E giocandosi tutto sul web e sui social network. Con l'obiettivo d'incontrare un pubblico sempre più vasto
La crisi morde le caviglie, svuota i portafogli dei consumatori e riduce i profitti delle aziende. Tra i tanti campi disastrati a causa dell’emorraggia di contante quello pubblicitario è forse il campo peggiore.
SENZA SOLDI NIENTE SOLDI - Del resto è semplice. Se non ci sono soldi si riduce la pubblicità. E se si riduce la pubblicità si riducono i soldi. E’ un circolo vizioso che compare alle prime avvisaglie di crisi economica, e tanto più la pubblicità è in crisi, tanto più un Paese ha difficoltà a ripartire. Come ricorda El mundo in Spagna, paese ormai dilaniato dalla crisi bancaria, i profitti pubblicitari nel 2012 conosceranno un crollo del 12 per cento. Qual è l’unico Paese che farà peggio? Proprio lui, la Grecia, con il suo -19 per cento. Il calo medio dell’Unione Europea invece si attesta a un -1,1 per cento.
NEL MONDO SI CRESCE, IN EUROPA NO - Questi dati sono stati diffusi da ZenithOptimedia la quale ha studiato i dati relativi alla vendita di spazi pubblicitari sui media convenzionali, quindi stampa e tv, provenienti da 250 agenzie pubblicitarie in 70 Paesi. La pubblicità nel mondo continuerà a crescere, specie grazie al traino garantito dagli Europei di calcio e dalle Olimpiadi. Nel 2012 la pubblicità genererà un volume di affari pari a 501 miliardi di dollari con una crescita a livello globale del 4,3 per cento nonostante i timori di un crollo dei ricavi proveniente dalla Zona Euro.













“Del resto è semplice. Se non ci sono soldi si riduce la pubblicità. E se si riduce la pubblicità si riducono i soldi.”
Vero, ma solo per quanto riguarda la situazione finanziaria della singola azienda. Studi empirici mostrano infatti che la pubblicità intensa favorisce le concentrazioni nei mercati, gli oligopoli, le quali implicano quasi sempre prezzi più alti di quelli concorrenzali e meno posti di lavoro. Quindi direi che se di pubblicità ce ne fosse di meno non si creperebbe.