Il ruolo di Mancino nella trattativa Stato-mafia

di - Le telefonate dell'ex minsitro al Colle per sollecitare l'intervento di Napolitano: l'ultimo, piccolo ma grande tassello della storia più incredibile che sia mai stata raccontata

Il ruolo di Mancino nella trattativa Stato-mafia
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Se tanti anni fa uno scrittore o un regista avesse cominciato a scrivere una storia simile alla trattativa italiana tra mafia e Stato degli anni 1992 – ’94, probabilmente avrebbe messo ben presto da parte il loro lavoro, giudicandolo troppo surreale, destinato piuttosto agli amanti del genere fantastico.

DOMANDA E OFFERTA STATO-MAFIA – L’intreccio della storia vera è parecchio complesso, come pure inquietante. La criminalità organizzata applica la strategia del terrore comiciando ad uccidere con regolarità, a colpi di armi da fuoco e bombe, i suoi più acerrimi nemici. Lo Stato teme per il suo futuro. Pezzi delle istituzioni prima cercano contatti con la criminalità organizzata autrice delle stragi, poi scendono a patti. Cosa Nostra, un ventennio fa organizzazione criminale più pericolosa d’Italia, dunque, avanza richieste. La controparte, probabilmente, le accetta porgendo ai mafiosi un regime carcerario meno duro, un’applicazione blanda del temuto 41 bis. Gli uomini indagati dalla procura di Palermo per aver direttamente e indirettamente dialogato con gli emissari della cupola allora guidata da Totò Riina o aver nascoto dettagli della trattativa sono rappresentanti delle forze dell’ordine, politici, parlamentari, ministri.

IL MINISTRO CHE DISSE NO AL CARCERE DURO – Un ex generale dell’Arma, Antonio Subranni, ad esempio, è indagato per “violenza o mianccia ad un corpo politico, amministrativo o giudiziario”. Insieme agli ufficiali del Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno, Subranni avrebbe contattato l’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino per stabilire un dialogo con la mafia per mettere fine alle azioni terroristiche. L’ex ministro degli Interni Nicola Mancino, insediatosi al Viminale il primo luglio 1992, poco dopo l’uccisione di Giovanni Falcone, è stato raggiunto da un avviso per falsa testimonianza. Secondo i giudici era a conoscenza della trattativa fin dai primi giorni del suo arrivo al Viminale. Anche il ministro della Giustizia del ’93 Giovanni Conso, e con lui l’ex capo dell’amministrazione carceraria Adalberto Capriotti, è indagato per aver mentito. Capriotti, in piena stagione delle stragi, avrebbe proposto al Guardasigilli di non rinnovare il 41 bis a 373 detenuti per dare “un segnale positivo di distensione” all’organizzazione criminale che minacciava lo Stato con gli attentati.

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4 Commenti

  1. sertenovariabile scrive:

    Affaroni cumunisti. E totò riina resta al 41/bis

  2. bramncaleonedanorcia scrive:

    Mancino il capo della magistratura italiana.
    In cjhe mani sta l’italia!

  3. paolo dinucci scrive:

    i politici sono sempre stati dei mascellai di stato. comunque la morte di falcone e la morte di borsellino non hanno niente a che fare con la “trattativa stato-mafia”. e poi quale trattativa? la mafia era stata usata (e viene usata) dai mascellai istituzionali si é mai visto uno schiavo trattare con il padrone? sotto c’é mooolto di più
    che quattro “chiacchiere”. hanno tentato di uccidere anche me e la mia famiglia gli stessi mascellai istituzionali

  4. giulas scrive:

    Governo Ciampi apr-93 /Mag-94 Non vedo misteri se qualcuno ha concesso privilegi o solo ha lasciato andare in prescrizione provvedimenti a carico della mafia, quello è sicuramente il colpevole o almeno è uno che la sa lunga.Tutto il resto sono chiacchiere inutili.Una trattativa ha senso se si trova l’oggetto del beneficio altrimenti di cosa stima parlando?

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