Nonostante i silenzi, la crisi sta picchiando duro sul più grande gruppo nazionale. E, mentre arriva il declassamento da parte degli analisti, il futuro si annuncia ancora più carico di nubi.
Non bisogna scomodare Enrico Mattei per sapere che l’amministratore delegato dell’Eni deve essere un politico e un diplomatico ancor prima che un buon manager. Paolo Scaroni ha dimostrato che non solo nel corso degli anni questa legge è ancora in vigore, ma le capacità del grande amministratore sono diventate sempre più marginali. L’Eni ha archiviato a giugno i peggiori sei mesi del decennio, che dovrebbe portare ad un crollo del 25-30% di tutte le poste di bilancio a fine anno con l’utile che invece si inabissa della metà (-40/50%). Il cane a sei zampe rimarrà anche nel 2009 un colosso da almeno 75 miliardi di fatturato e cinque miliardi di utile, ma è anche l’azienda italiana più pesantemente colpita dalla crisi, anche di più, dicono gli analisti, dei suoi concorrenti internazionali.
IL PETROLIO COSTA – La mazzata è arrivata dall’ultimo report di Credit Suisse che ha sancito “l’underperfom” rispetto al settore e ha affibbiato un prezzo obiettivo al titolo di soli 15 euro, riavvicinandola ai minimi dell’anno (i 12 euro di marzo, quando le borse scontavano la possibilità di una depressione economica globale delle durata di un decennio), ma soprattutto ricacciando il campione nostrano dell’energia lontano dall’elite dei petrolieri. La mossa degli analisti della banca svizzera è coraggiosa anche perchè la confusione degli esperti sul futuro di Eni è massima: la valutazione varia tra i 15 e 22 euro, limitandosi ai giudizi aggiornati da agosto ad oggi. Credit Suisse ha ragione nel sottolineare due limiti di “lungo periodo” che la gestione Scaroni non è riuscita ad invertire: il costo troppo elevato del petrolio estratto e la difficoltà a rinnovare i pozzi in esaurimento. L’avvertimento di Credit Suisse è “Eni avrà difficoltà se non farà nuove acquisizioni”. Eppure proprio Scaroni è stato il più attivo nel comprare piccole società come la Burren e Muriel e Prom spendendo 10 miliardi di euro, pagando i barili da estrarre con il prezzo del petrolio vicino a 100 dollari e con prospettive di crescita infinita. Già ora il capitale investito sorpasserà i 70 miliardi superando la cassa generata. Un effetto di questo squilibrio si è visto con il taglio dell’anticipo del dividendo 2009. Così significa in realtà? Scaroni ha speso la sua dote, sa che ogni barile estratto gli costerà un po’ di più degli altri, una differenza di qualche dollaro che nessuno noterà se la domanda mondiale di greggio tornerà a correre riportando il prezzo verso le tre cifre, ma soffrirà più di altri se il prezzo del greggio rimarrà intorno ai 70-80 dollari di media per i prossimi anni.
IL RE È NUDO MA… – Gli ottimisti dicono che la strategia è giusta: le acquisizioni permetteranno di difendere il livello di 1.800 milioni di barili al giorno
raggiunto in questi anni (senza compensare però con un adeguato aumento delle riserve). I moderati dicono che quella delle acquisizioni costose era l’unica strategia e che scommettere su un mondo assetato di energia è la puntata più sicura. Però il pericolo esiste: il titolo ha dimezzato il valore da metà del 2008 a metà 2009, ora che tutti risalgono, dividendi e capitalizzazione di Eni sembrano zavorrati, perché gli azionisti non chiedono conto al management? Eppure l’estrazione e la vendita del petrolio determinano ancora i due terzi del valore del gruppo. La risposta è nel gran lavoro da “politico” che Scaroni sta realizzando per compiacere lo Stato suo azionista pubblico fornendo tutta una serie di contropartite “collaterali” che placano ogni istinto di controllo. Un bell’esempio è la petrolchimica, un settore che si “mangia” 100-200 milioni di euro l’anno di perdite e su cui il cane a sei zampe non investe più da anni. Ma gli stabilimenti non vengono chiusi per evitare tensioni sociali, specie per quegli stabilimenti in Sardegna e in Sicilia dove avrebbero ancora più risonanza. Poi c’è il gas, con la battaglia ormai infinita con l’autorità dell’energia: la difesa della proprietà di Snam rete gas e quella del dominio sul mercato interno.




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