Visita <a href="http://www.liquida.it/" title="Notizie e opinioni dai blog italiani su Liquida">Liquida</a> e <a href="I widget di Liquida per il tuo blog">Widget</a>
pubblicato il 18 settembre 2009 alle 17:27 dallo stesso autore - torna alla home

Dalla maggioranza e dal governo arrivano voci sempre più discordanti sul nostro impegno all’estero. Sembra quasi di ricordare il precedente esecutivo.

Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha espresso la necessità di “mettere a punto il numero di soldati afgani addestrati e il numero di componenti delle forze dell’ordine, fare un programma che vedrà aumentare le capacità del governo Karzai di garantire la sicurezza nel Paese e contestualmente consentire alle truppe alleate di diminuire gli organici”. Sulla stessa linea il ministro degli Esteri: “La missione va cambiata per recuperare la fiducia degli italiani: non c’è nessuna sicurezza senza aiuti ai civili”, ha affermato Franco Frattini in un’intervista al Corriere della Sera. Il leader della Lega Nord, Umberto Bossi, ha però espresso un’idea diversa, molto più netta, ed inequivocabile: “La missione in Afghanistan è finita, i nostri soldati dovrebbero tornare in Italia entro Natale”. Diametralmente opposto, invece, il pensiero del Ministro della Difesa Ignazio La Russa: “Se Bossi parla di rientro dei militari della Folgore attualmente impegnati in Afghanistan (quelli inviati per le elezioni, ndr) allora ha ragione altrimenti sarebbe una dichiarazione incomprensibile”.

TROVA LE DIFFERENZE – Ma chi è? Prodi?”, dunque, potremmo chiederci. “No, no, Berlusconi!”, sarebbe l’ovvia risposta. Alla luce delle posizioni espresse in queste ore dai leader della maggioranza e dell’opposizione parlamentare, oggi questo siparietto potrebbe non essere affatto fuori luogo. Sembra di rivivere davvero gli stessi momenti che ha conosciuto bene l’esecutivo guidato da Romano Prodi nel biennio 2006-2008, che ad ogni rinnovo della missione militare doveva fare i conti con l’intransigente opposizione interna alla maggioranza. Era la sinistra radicale a coprire il ruolo ricoperto oggi da Bossi. Molti tra le fila dell’Unione, in particolare tra i moderati di Margherita e Udeur, erano sulla stessa lunghezza d’onda del centrodestra incondizionatamente schiacciato sulle posizioni “interventiste” degli alleati storici. Sì deciso alla missione in nome della lotta al terrorismo, per la pace e l’esportazione armata della democrazia. Poi, ad un tratto giungeva il prevedibilissimo voto di fiducia a sedare gli animi e a trovare un’intesa parecchio forzata tra tutta la maggioranza di governo. E laddove nemmeno i numeri sarebbero stati sufficienti a garantire il successo del sì in Senato, ci avrebbe pensato l’opposizione berlusconiana a soccorrere l’avversario e colmare il dissenso di qualche senatore di rifondazione Comunista o dei Comunisti Italiani. Franco Turigliatto, Fernando Rossi, tanto per fare qualche nome.

I BEI TEMPI ANDATI – Rapidamente al ritiro delle truppe”, gridava l’allora Ministro della Solidarietà Sociale Paolo Ferrero all’indomani della morte del caporalmaggiore Giorgio Langella e al ferimento di altri cinque militari in un agguato in Afghanistan. Lo seguiva Oliviero Diliberto: “Chiedo al governo quanto tempo ancora dovremo stare in Afghanistan, perché non ci stiamo davvero a fare nulla”. Alfonso Pecoraro Scanio dei Verdi, invece, chiedeva, il “cambio di strategia”. E chissà quanto abbia fatto tesoro di quei tormentati e ripetitivi scontri all’interno del centrosinistra il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Oggi è lui a tagliar corto. Parla dell’”impegno preso, l’impegno della comunità internazionale su mandato delle Nazioni Unite con compiti di lotta al terrorismo a fini di pascificazione e di stabilizzazione di quell’area così critica”. Ed indica lui la via: “Nulla da rivedere nella missione italiana in Afghanistan”.

4 commentistampa - fallo leggere