DA DOVE VIENE IL DIRITTO? - “Un bisogno insopprimibile che appartiene a tutti”: se questo bisogno non si sente, è perché non si è abbastanza sensibili o perché non si appartiene alla categoria che sta per “tutti (gli esseri umani)”: in entrambi i casi, si è delle bestie. Al contrario – ed è il mio personale punto di vista – si è delle bestie nel non riuscire a decostruire il sacro, fino alle sue forme presociali e preistoriche, nelle
pulsioni che legano l’uomo alla sua paura dell’“ignoto” (la sua più grande paura, come ha scritto qualcuno) e alla necessità di esorcizzarlo con pratiche nevrotiche e alienanti. Decostruzione tanto più necessaria – e oggi fatta urgente dall’arrogante “pretesa” degli assoluti contro il “relativismo” – per evidenziare la natura intrinsecamente antidemocratica di ogni credo. Non contesto la possibilità che un credente in questa o in quella fede – o anche un appartenente a questa o a quella confessione religiosa – possa essere un sincero democratico: affermo che un bene comune che non parta dal basso, ma che sia concepito come valore trascendente, annulla di fatto la democrazia, chiudendola in limiti che sono oltre il reciproco rispetto degli individui, per informarla di valori dati per eterni, intangibili, “non contrattabili”. L’ho più volte scritto altrove, e non posso che ripeterlo ora: si tratta di decidere donde discenda il diritto, se da un disegno antecedente e superiore all’uomo, e che l’uomo non può modificare se non entro certi limiti che dovrebbero essergli derivati dalle forme dello spirito, o se dal continuo farsi e disfarsi di verità mai assolute, perché in risposta ad esigenze sempre nuove e sempre relative.



























uno scisma!
ho cercato l’ errore e stavolta non l’ ho trovato
non una delle cose dette da Malvino a mio parere stavolta è inesatta
mi rammarico quasi
forse il pericolo è che alcuni, pochi, furbi, che si attribuiscono il merito della rappresentatività di un intero gregge, si autoproclamino soldati e difensori di quei limiti e valori invalicabili all’ uomo ed immodificabili al trascorrere dei tempi
tié, rosica Gennarì
In italiano, per via di una certa passione alla spaccatura (spaccamento?) del capello, abbiamo almeno tre parole (laicismo, laicità, secolarismo) là dove inglesi e spagnoli ne hanno solo due, rispettivamente “laicism”, “secularism” (anche “secularity”) in inglese e “laicismo”, “secularismo” (e, a dire il vero, altri derivati del lemma “secular”) in spagnolo. La traduzione di “laicità” poneva quindi problemi lessicali, risolti, a mio parere, nel modo più corretto e anodino. Rimbalzare indietro sulla lingua italiana, ritraducendo in modo letterale, per imbastirci poi un’argomentazione, mi pare una forzatura.
Dove Gennarino lascia, “Robertino” attacca.
A me pare che la forzatura sia definire “forzatura” un’argomentazione che non basa sulla traduzione del termine “laicità” se non nello stretto necessario per confermare quanto già ampliamente noto nella “teoria pannelliana”.
Ma Piero Dell’Olivo - altrove col nickname di “Erasmo” e sempre, in fondo, “Robertino” - ha bisogno di questa forzatura per insinuare che tutto l’articolo sia un “rimbalzare indietro sulla lingua italiana”. Probabilmente lo fa, come sempre, per attirare la mia attenzione, anche se gli ho fatto sempre capire che non è il mio tipo.
Errata l’ultima ipotesi, distorta la precedente deduzione. Infatti, il mio commento si riferiva, chiaramente, non a tutto l’articolo, ma alla sola argomentazione che prendeva le mosse dalla traduzione in inglese e in spagnolo. Argomentazione, peraltro, abbastanza importante perché scelta come chiave di volta dell’articolo.
Non mi permetterei di scrivere qui commenti provocatori. Devo però aggiungere che la sua sì, mi sembra una forzatura, ossia una deliberata distorsione del mio commneto, che voleva esserle di aiuto nel caso che, in futuro, dovesse di nuovo ingaggiarsi sul tema della laicità in ambienti internazionali, o comunque poliglotti.
No, Erasmo il Perspicuo non si permetterebbe mai di scrivere commenti provocatori qui.
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