Quelli che censurano Google
18/06/2012 - I nuovi dati del Transparency Report della grande G mostrano chi mette i bavagli
Già da due anni il Transparency Report di Google è il sito/pubblicazione in cui il motore di ricerca più grande ed importante del mondo piazza tutti gli interventi di rimozione contenuti che ha dovuto effettuare per ordine dei governi sovrani dei paesi del mondo e delle aziende che detengono i diritti di copyright di questo o quell’elemento caricato sui website del motore di ricerca.
LA CENSURA DI GOOGLE - L’Italia, questa volta, non è della partita. Google ha pubblicato oggi gli aggiornamenti per le richieste di censura nel secondo semestre del 2011, da giugno a dicembre dunque dell’anno scorso. I paesi che hanno interpellato il motore di ricerca, spiega il Wall Street Journal, per chiedere una rimozione del contenuto sono stati moltissimi, dalla Bolivia al Brasile, alla Turchia fino agli Stati Uniti: ma gli incrementi più forti nelle richieste di censura sono arrivate dal Brasile, dalla Spagna e dalla Turchia.
Dal paese sudamericano Google ha ricevuto quattro richieste di rimozione da Orkut, un sito di social network simile a Google + gestito dall’azienda di Mountain View; per la Spagna Google doveva rimuovere “risultati di ricerca” collegati a figure pubbliche – ma ha rifiutato; per la Turchia Google avrebbe dovuto rimuovere da Youtube video che insultavano Mustafa Ataturk, “padre della Turchia moderna”, e ha in effetti proceduto.
MISSIONE COMPIUTA - I dati a disposizione dimostrano come in generale Google tenda a soddisfare le richieste di rimozione contenuto. “L’azienda afferma di aver ricevuto 461 ordini di tribunale che chiedevano la rimozione di quasi 7mila oggetti nella seconda metà dell’anno. Google ha acconsentito al 68% di essi. L’azienda ha ricevuto poi 546 richieste informali di rimozione, come telefonate dalla polizia, a richiedere la rimozione di quasi 5mila contenuti. Ha acconsentito al 43% di esse”. Così, in totale, Google ha ricevuto oltre mille richieste e ha acconsentito “a circa la metà di esse” ma queste statistiche non includono paesi come la Cina e l’Iran che bloccano i contenuti “autonomamente”. Anche le richieste di rimozione url dalle ricerche da parte delle aziende, mostra Google, sono in sensibile aumento e sfiorano, ad oggi, le 450mila richieste a settimana.
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