Garlasco, fra colpi di scena e perizie discordanti
16/09/2009 - Torna in auge il caso Poggi: dai meandri del pc di Alberto emerge una verità che scompiglia le carte di accusa e difesa. Il vento sale. Prima era solo una brezza leggera. Adesso reca con sé l’inizio della tempesta. Può
Torna in auge il caso Poggi: dai meandri del pc di Alberto emerge una verità che scompiglia le carte di accusa e difesa.
Il vento sale. Prima era solo una brezza leggera. Adesso reca con sé l’inizio della tempesta. Può riassumersi così quello che sta accadendo a chi lavora intorno all’omicidio di Chiara Poggi. O meglio, a chi lavora attorno all’incriminazione del suo ex fidanzato, Alberto Stasi. Sì, perché il castello delle accuse, già di per sé piuttosto instabile, nelle ultime settimane ha evidenziato varie crepe. Tutto è iniziato in quella maledetta mattina del 13
agosto 2007. Chiara è sola in casa. Non è partita per le vacanze perché ha sta svolgendo uno stage e deve per forza lavorare. Neanche Alberto è partito. Fra poco deve laurearsi e ormai lavora alla sua tesi incessantemente. La sera prima si sono visti, hanno mangiato assieme e poi, dopo che Alberto ha portato il cane a fare una passeggiata, si sono dati la buonanotte. Fino a qui tutto bene, direbbe Kassovitz, se non fosse che poi la mattina le cose mutano. Chiara non risponde al solito squillo di “buongiorno”, lui dopo un po’ inizia a preoccuparsi, va a casa sua, entra e la trova riversa lungo le scale che conducono alla cantina.
INDOVINA CHI - Appare evidente, come ormai tutti sanno, che Alberto Stasi è il colpevole perfetto. E’ lui a trovare il corpo, lui a chiamare i carabinieri, lui l’ultimo ad aver visto Chiara viva. E poi si sa, basta leggere qualche libro di criminologia per saperlo: in Italia la maggior parte degli omicidi è di tipo passionale e il colpevole è quasi sempre una persona molto intima. Così le indagini puntano subito su di lui. E qui, si può dire, sta il primo errore. Forse a causa della fretta di voler risolvere il caso e, poi, forse a causa dell’ostinazione, non si segue nessun’altra ipotesi se non quella che a uccidere Chiara sia stato Alberto. Iniziano i sequestri: bici, scarpe, indumenti personali e quant’altro su cui si possa trovare del sangue di Chiara. Perché, giova ribadirlo, il corpo di lei è stato ritrovato in un lago di sangue. Che che ne dica Alberto, secondo cui il viso di lei era “bianchissimo” (altro indizio di colpevolezza), la situazione era ben diversa. Le bici della famiglia Stasi sono tre, ma gli uomini del Ris ne sequestrano solo una: quella di Alberto. Un’altra, nera, viene lasciata lì. Eppure c’è una testimone, Franca Bermani, che giura di aver visto un’altra bici fuori da casa di Chiara quella mattina alle 9,10. Una bici nera. Ma fa niente, le indagini vanno avanti. Sul pedale della bici il Ris trova una traccia: è sangue, si dice, ma la certezza non c’è. Con “elevata probabilità” è una traccia ematica contenente il profilo del DNA di Chiara, scrivono nella relazione che consegnano alla Procura. Alberto viene arrestato, salvo poi essere rimesso in stato di libertà.
COME SI CREA UN COLPEVOLE - Perché allora tutto questo accanimento? Possibile non ci sia altro? In realtà di prove, non di indizi, non ce sono più. Ma manca una cosa fondamentale: l’alibi. Alberto non ce l’ha. Quella mattina, stando a quello che dice, era in casa sua a lavorare alla tesi. Proprio all’ora in cui, secondo il medico legale, Chiara veniva assassinata: fra le dieci e trenta e le dodici. Peccato che secondo gli esperti del Ris il pc di Alberto non abbia mai registrato neanche un salvataggio della tesi. L’unica cosa che è certa è che dalle 9.36, lui ha accesso il computer, ha guardato qualche film porno e poi niente. Il pc dalle 10 non registra nulla. Ed eccola la prova regina: Alberto ha mentito. E si inizia anche a costruire un ipotetico movente. Nel pc, infatti, non c’è solo un film porno ma un vero e proprio archivio (7064 immagini e 542 filmati, più altre 10.379 foto e 332 video salvati su un disco rigido esterno) di file di questo genere. Qualcuno, dicono, anche pedopornografico. Chiara, si inizia a speculare, potrebbe aver scoperto tutto e Alberto, sentendosi minacciato, potrebbe aver deciso di ucciderla. Le indagini vanno avanti. Si sequestrano i dati dell’allarme dell’officina del padre di Alberto, per capire se possa essere andato lì a lavarsi e a nascondere l’arma del delitto, ma è ormai troppo tardi: la memoria dell’apparecchio dura un mese e questo è già bello che passato. Di concreto, quindi, non c’è nulla. Tranne quella macchia, minuscola, e quell’assenza, che da sola vale più di
tutto il resto: se non era davanti al suo pc a lavorare alla tesi, Alberto cosa ha fatto dalle 10 alle 12? Per il pm uccideva Chiara, da qui l’accusa di omicidio volontario.
CAPOVOLTA - Come in qualsiasi giallo che si rispetti, due settimane fa arriva il colpo di scena. Il giudice e i difensori di Alberto avevano chiesto di ripetere gli accertamenti sul pc dell’indagato: volevano essere certi che gli uomini del Ris non si fossero sbagliati. E invece è proprio quello che è successo. Inavvertitamente, davvero senza volerlo, i tecnici informatici dei carabinieri, stando ai periti del giudice e ai consulenti della difesa, accedendo il pc avrebbero cancellato proprio i file di salvataggio di Word. Che guarda caso avvengono proprio dalle 10,20 alle 12. Per trovare quei file hanno lavorato sodo e sono andati a vedere in zone remote, nascoste, accessibili sono ai veri esperti, ma alla fine ce l’hanno fatta. E adesso sì che la scena si complica. Per entrambe le parti. La difesa ha sempre sostenuto, stando al proprio consulente medico-legale, che l’ora del decesso di Chiara era da anticipare. L’accusa, invece, non ha mai accettato questa ipotesi ed ha sposato appieno la tesi del proprio consulente. Ma ora questo dato non va proprio a pennello con il resto degli indizi. Anticipare la morte vorrebbe dire rimangiarsi parte della tesi per l’accusa, ed essere di nuovo senza alibi per la difesa. La strategia che le parti adotteranno ancora è incerta. L’avvocato di Alberto, Giovanni Lucido, interrogato telefonicamente, non risponde, mentre dalla Procura non trapela niente. Tutto si deciderà nei prossimi giorni, quando la perizia definitiva arriverà sulla scrivania del giudice e andrà ad unirsi alle altre.













Magari sbaglio io, ma il pc di cui si parla è un portatile?
Era un portatile. Ma l'idea che possa averlo portato con sé non regge: sarebbe dovuto rimanere in stand-by per un po' di tempo ed è un dato, anche questo, che sarebbe rimasto nella memoria del pc. A meno che non si voglia immaginare uno che cammina con la c e su uan mano ha un computer acceso.
“Uno che cammina con la c”?
bici, credo
Camminare colla bici in una mano e il pc acceso nell'altra, effettivamente non è il massimo. ANche perché a quel punto salgo in bici e mi metto il pc sottobraccio o a tracolla nella custodia.
In realtà volevo capire se era fattibile, cogli orari così appurati, che il pc, proprio perché portatile, potesse essere stato usato a casa della vittima. Ovvero, se si è proprio sicuri che Stasi non potesse che essere a casa propria cogli orari di uso del pc.