Oltre queste sbarre ancora posso parlare. Ascoltatemi
16/09/2009 - Continua in Inghilterra il dibattito sui diritti dei detenuti, in particolare su quello-sancito dalla legge- di tenere un blog. Il “guardian on line” lascia parlare direttamente uno di loro. Lo fa pubblicandone un post, quello che egli tempo fa aveva
Continua in Inghilterra il dibattito sui diritti dei detenuti, in particolare su quello-sancito dalla legge- di tenere un blog. Il “guardian on line” lascia parlare direttamente uno di loro. Lo fa pubblicandone un post, quello che egli tempo fa aveva previsto prospettivamente potesse essere addirittura la sua ultima possibilità di parlare in rete
C’è qualcosa di più forte delle mura di una cella. C’è qualcosa di più pericoloso e di più socialmente utile delle guardie che sorvegliano le sbarre. È il pensiero. Quello di chi ci vive
dentro. Non gli si può sempre mettere un catenaccio. Capita che esso si racconti nelle pagine di un blog, senza i ricatti del “conveniente” che censurano, talvolta, quello di chi, fuori, crede di essere libero. Ciò fa paura, o, semplicemente, mina i pregiudizi della massa. Impone delle riflessioni, suscita dei cambi di prospettive. In Inghilterra si sta sviluppando un dibattito intorno ai diritti dei detenuti, in particolare rispetto all’opportunità che sia ancora concesso loro di tenere un blog. Fin’ora è possibile, rispettando alcune norme, ma non è certo possa essere così anche in futuro. Il guardian on line ieri pubblica il post di Ben Gunn, autore del sito “prisonerben“, in carcere da 30 anni per aver ucciso un suo amico quando ne aveva solo 14.
UN DIARIO ON LINE – L’ultimo post? Si chiede, alludendo alla minaccia che sentiva allora già nell’aria. In realtà no. È uno dei primi che egli abbia scritto. L’aveva messo da parte, riservandosi di consegnarlo a John Hirst, il suo avvocato, nel momento in cui avesse sentito minata la propria libertà di comunicare con il mondo attraverso le sue parole. E John ha fatto. Ieri ha pubblicato la sfida di Ben, quella al sistema di pregiudizi che sta animando, a suo parere, il dibattito intorno ai diritti dei detenuti. Fin’ora, ci spiega, era loro consentito di bloggare, per legge. Lo aveva stabilito nel 2008 l’attuale ministro della giustizia e delle pari opportunità Maria Eagle. Chi è in carcere può tenere un diario personale online. Deve però affidare ad altri, autorizzati, l’atto concreto di metterlo in rete, cui il detenuto non ha completo accesso. Ultimamente sembra però si stia preparando un’inversione di rotta. Oltretutto, ed è questo il punto, Ben ritiene che il dibattito condotto sui media intorno a coloro che vivono la sua situazione proceda per sterotipi. È sterile – scrive – non fa altro relegare i criminali ad una sorta di stato subumano.
LA SITUAZIONE DEI DETENUTI – Insomma, è vero, capita che noi ci si interroghi su di loro come fossero oggetti, o una specie a parte, o animali feroci domestici da monitorare e tenere sotto controllo. Al di là ed al di qua delle sbarre ci sono
persone però. Non può certo il confine stabilito da una prigione farne due tipi differenti di esseri viventi. Questo discutere senza mai capire a fondo, senza nemmeno sforzarci di farlo, spesso, rischia di sostituirsi ad una convinta indagine e presa posizione politica sulla situazione dei detenuti. In sintesi, secondo Ben, almeno in Inghilterra, i ministri si affidano a quello che leggono sui tabloid per guidare le proprie scelte. Una volta che sbattono qualcuno in cella se ne dimenticano, preferiscono sentirne parlare sui giornali, tentano di tappargli la bocca se poi dice qualcosa di diverso da quello che si aspetterebbero di ascoltare.
PARLO DUNQUE ESISTO – Quando pensava che questo post avrebbe dovuto un giorno essere pubblicato, in una visione prospettica, scriveva: “se state leggendo vuol dire che io sono entrato nelle vostre vite, che son riuscito a farmi ascoltare“. “Se il Ministero della Giustizia ed il Prison Service stanno tentando di chiudere questo blog, allora io non posso che essere ancor più convinto di aver fatto bene ad aver iniziato a scriverci su. Dare un volto umano al crimine – continua Ben – non può che contribuire ad informare, non può che sfidare le concezioni popolari, minarne i pregiudizi. Ero solo un ragazzo quando ho commesso il mio crimine. Poi ho consegnato me stessa alla polizia”, quei custodi dei quali in 30 anni ha imparato a conoscere le menzogne, ci spiega in un altro punto. “Quello è stato l’unico atto di violenza della mia vita. Poi mi è capitato di trovarmi dall’altra parte, quella della vittima. Mia sorella, infatti, è stata uccisa da adolescente. So che significa…Ho studiato tanto fino a ritrovarmi ora, in attesa di prendere un dottorato. Non è stato facile, perché son partito da niente, non ero istruito. Il fatto che io abbia scontato 20 anni in più dei 10 previsti per il mio crimine non ha fatto altro che rafforzare il senso del mio prendere la parola per dar voce a quello che quest’esperienza mi ha insegnato, rendendomi moralmente più forte di molti che sono fuori da queste sbarre-ci racconta. Tan
ti potrebbero farlo ma pochi ne hanno il coraggio. Pochi si raccontano come ho fatto io. Questa mia di voler riportare lo sterile dibattito dei media intorno al nostro dibattito di bloggare ad una dimensione vera, scevra da preconcetti, è una sfida. Mi rendo conto che sono arrogante, presuntuoso ma devo farlo. Benvenuti alla discussione“.
L’ULTIMO POST? – Così chiude Ben il suo post, qui evidentemente riportato solo parzialmente. Ci auguriamo che non sia l’ultimo, perché quest’uomo, il cui profilo pubblico che lo svela impegnatissimo nella ricerca intorno ai diritti umani e nella tutela e promozione di quelli dei detenuti, per i quali è convinti sia necessaria una mobilitazione da parte degli stessi, sembra abbia tanto da insegnarci, o, in ogni caso, sa come fermarci a riflettere. Sulla vita. A chiusura riportiamo queste altre sue parole, pubblicate nei giorni scorsi.
Le cose che vediamo “Nel tessuto opaco della vita capitano sono piccoli eventi, di cui abbiamo la possibilità solo di intravedere parzialmente qualcosa. Non ne conosciamo né l’inizio né la fine. Ciò ci concede il lusso di immaginare storie fantastiche a riguardo, o di rimanerne semplicemente sconcertati“.













Un pezzo bellissimo.
Un sorriso ascoltante
C.
“È il pensiero. Quello di chi ci vive dentro. Non gli si può sempre mettere un catenaccio.”
E' vero! non c'è niente di più potente del pensiero; il pensiero sconfigge i limiti dello suo stesso spazio e del suo tempo, perchè utilizza la dimensione che gli consente di viaggiare in ogni direzione, senza obblighi e imposizioni….e nel caso di chi è rinchiuso in una cella…scrivere un post, avere un blog è come assaporare la libertà anche se solo virtuale!
Bell'articolo Gloria!