Iran, in galera una blogger: rischia la pena di morte
13/09/2009 - Tra omicidi durante le manifestazioni e arresti di studenti e giornalisti la protesta continua. E chi finisce dentro viene anche torturato L’onda verde della protesta iraniana non si lascia piegare dal bavaglio del regime e continua a scorrere senza intenzioni
Tra omicidi durante le manifestazioni e arresti di studenti e giornalisti la protesta continua. E chi finisce dentro viene anche torturato
L’onda verde della protesta iraniana non si lascia piegare dal bavaglio del regime e continua a scorrere senza intenzioni di resa. Come in un film, Teheran e i suoi 13 milioni di abitanti, che proprio trent’anni fa si erano resi protagonisti della rivoluzione che scacciò lo Shah, oggi lottano per fare di quella che fu la Persia una democrazia moderna. Sono per lo più giovani, come bene racconta l’instant movie della giovane regista iraniana Hana Makhmalbaf, Green Days. Un documentario che attraverso la storia di una ragazza ventenne di Teheran e la sua crisi personale traccia la metafora di una crisi ben più ampia, quella di un intero paese sospeso tra il medio evo teocratico e l’ansia di futuro. La giovane proverà a trovare la libertà d’espressione nel teatro, ma anche nell’attività artistica la censura vanificherà le sue ambizioni. Il cambiamento può avvenire attraverso il diritto di voto, così il film si riversa per le strade, scandito dai volti dei giovani che vogliono poter decidere della propria vita senza deleghe in bianco al potere religioso. Verde il colore adottato dai sostenitori Moussavi, è divenuto il colore della rivoluzione democratica in atto.
GUERRA CIVILE – Dal 12 giugno, giorno delle elezioni presidenziali che hanno visto la riconferma di Mahmud Ahmadinejad, la società iraniana è dilaniata da feroci scontri, originati dai sospetti di brogli che gravano su un risultato deciso senza bisogno di ballottaggio, a spese della gran parte del Paese che puntava sul candidato moderato Mir Hossein Mousavi. La risposta del governo alle proteste non si è fatta attendere ed è stata violenta e implacabile, dato anche l’ampio risalto che i media internazionali hanno dedicato alla vicenda. Decine gli attivisti politici, giornalisti, studenti e difensori dei diritti umani che sono stati arrestati nelle loro case e negli uffici. Le forze di sicurezza e la milizia Basij non hanno esitato ad utilizzare le maniere forti, se non cruente, per scoraggiare ogni iniziativa seppur pacifica di dissenso. Mentre secondo i dati ufficiali diffusi dalle autorità iraniane i morti durante le manifestazioni a Teheran sarebbero stati appena 30, molte testimonianze indicano un bilancio drammaticamente assai più grave. Se il governo tenta di neutralizzare la funzione di controllo dei media (numerosi i giornalisti espulsi o arrestati, chiuse le sedi delle televisioni locali e i giornali), la controinformazione ha potuto circolare sul web, strumento che rende vano il tentativo di isolare l’Iran dal resto del mondo e occultare sullo scenario internazionale le contestazioni contro Ahmadinejad.
CONTROINFORMAZIONE – Giungono sulla rete le immagini e i video ripresi con i cellulari, spediti su Youtube, sui blog o grazie al tam tam dei social network come Facebook e Twitter, così il mondo continua a seguire pressoché in diretta ogni azione repressiva messa in atto ai danni degli oppositori, come la sequenza drammatica dell’assassinio della studentessa iraniana Neda Agha Soltan, colpita da un proiettile delle milizie Basiji durante una manifestazione, per molti divenuta il simbolo della protesta. Per agevolare la circolazione delle informazioni, Google ha addirittura messo a disposizione un programma in grado di tradurre blog e messaggi dal persiano all’inglese e viceversa. Crescente preoccupazione è stata espressa per i cronisti arrestati in Iran, che una volta in carcere subiscono torture, violenze fisiche e psicologiche: di molti di loro i familiari non hanno più alcuna notizia. E di venerdì scorso la notizia diffusa da un blogger iraniano e attivista per i diritti umani, Mojtaba Samienejad, riguardo ad una sua collega che lavorava come giornalista per un quotidiano riformista e che si trova in stato di isolamento nella prigione di Evin a Teheran da circa tre settimane. La giornalista è Fariba Pajouh, il padre della ragazza ha rilasciato un’intervista proprio a Samienejad, disponibile on line sul sito web gestito dagli attivisti dei diritti umani iraniani in lingua inglese. Fariba sarebbe stata arrestata a casa dal servizio di intelligence iraniano il 22 agosto, primo giorno del Ramadan. Nessuna informazione sui motivi dell’arresto è stata comunicata alla sua famiglia, ma si pensa sia legato al suo lavoro di giornalista per i quotidiani riformisti, l’ Etemad-e Melli in particolare, vicino ad uno dei leader dell’opposizione che contestò gli esiti elettorali del 12 giugno, Mehdi Karroubi.
IL PADRE – Il signor Pajouh, un colonnello dell’Air Force in pensione, si è detto estremamente preoccupato per la salute mentale di sua figlia: “Oggi è il ventesimo giorno che Fariba ha trascorso in isolamento. L’isolamento è in assoluto la peggiore tortura psicologica che si possa infliggere. Si tratta di una violazione dei diritti umani. Non avete idea di quanto questo mi stia devastando.” L’anno scorso Fariba è dovuta ricorrere all’uso di farmaci antidepressivi per tre mesi. La depressione pare essere molto diffusa in Iran, specialmente tra le donne. Questo giustificherebbe lo stato d’apprensione del padre che teme per il peggio. In particolare che entro il prossimo venerdì, in seguito a nuove manifestazioni dell’opposizione l’ondata di nuovi arresti renderà maggiormente caotico il sistema giudiziario e vedrà allontanare la possibilità di rivedere al più presto rilasciata Fariba. Le uniche notizie della figlia gli sono giunte da alcuni colleghi della giornalista che sono stati rilasciati. Parlano di forti strumenti di pressione psicologica per indurre i prigionieri a confessare, soprattutto nei confronti delle donne. Le torture verrebbero spesso usate per estorcere “confessioni”, che possono essere usate in processi iniqui, dove gli accusati devono rispondere di accuse vaghe come “azioni contro la sicurezza nazionale”, , “propaganda contro il sistema”, di spionaggio e di “mohareb” (comportamento ostile a Dio).
PENA DI MORTE? -Le pene vanno da un anno di reclusione fino alla pena di morte. Tra i riformisti in carcere ci sono l’ex vicepresidente della Repubblica e il portavoce del Governo Khatami, Mohamed Ali Abtahi e Abdallah Ramazanzadeh, l’ex viceministro degli Esteri, Mohsen Aminzadeh, l’ex viceministro dell’Economia, Safay Farahani, l’ex vicepresidente del Parlamento Behzad Nabavi e l’ex capo della commissione Esteri del Parlamento, Mohsen Mirdamadi. “Il paese è come una polveriera sul punto di esplodere, ed è nostro compito evitare che ciò accada. Dopo la prima manifestazione in cui non era stato rotto neanche un vetro venne aperto il fuoco sulla folla dall’alto di un palazzo governativo e 8 persone vennero uccise. Questo è stato l’inizio della repressione violenta contro il popolo. Il giorno dopo c’è stata l’irruzione al dormitorio degli studenti all’università di Tehran e a seguire una escalation di arresti e di repressione”, ha dichiarato Shirin Ebadi, avvocato impegnato nella promozione e difesa dei diritti umani e premio Nobel per la pace 2003. Shirin Ebadi ritiene indispensabile intesificare l’attenzione e la pressione internazionale sulle autorità di Teheran. Della stessa opinione Irene Khan, Segretaria generale di Amnesty International: “In particolare l’Onu dovrebbe avere un ruolo più preciso e decisivo. Attraverso i meccanismi per i diritti umani e altri ancora, l’Onu dovrebbe indagare sulle violazioni dei diritti umani commesse in Iran e acquisire prove che possono essere utilizzate per chiamare i responsabili a risponderne“.












