La proposta di Tremonti e Sacconi sulla partecipazione ai risultati aziendali dei lavoratori, altro passo verso un modello corporativo di relazioni industriali, potrebbe far naufragare anche il buono che c’è nell’intesa sulla contrattazione tra Confindustria e sindacati, proprio mentre la Cgil si apre al confronto
La legge dovrebbe arrivare entro l’anno, secondo quanto hanno espresso i due ministri. Una “novità” che sarebbe un nuovo colpo all’antagonismo sindacale che piace alla Cgil, con l’obiettivo di arrivare ad una sorta di “cogestione” ben vista dal ministro del Welfare, innamorato degli enti bilaterali. Il grimaldello, che secondo il governo servirebbe anche a far decollare la contrattazione decentrata, sarebbero gli sgravi fiscali concessi esclusivamente alle imprese che fanno partecipare agli utili i propri dipendenti.
LE RADICI DEL CORPORATIVISMO – Il progetto, nel solco del pensiero di Sacconi, affonda le sue radici nella tradizione cattolica dell’’800, in cui teorie di tipo “corporativistico” si contrapponevano al pensiero della società individualistica liberale. L’idea di fondo, elaborata dagli studi di Albert de Mun, René la Tour du Pin, Luigi Taparelli d’Azeglio e Wilhelm Ketteler, è il superamento della conflittualità tra padroni e operai per assicurare l’armonia sociale. Un’idea che ha notevolmente influenzato la dottrina sociale cattolica (ad esempio, la Rerum novarum e la stessa Caritas in veritate). Si tratta di un degnissimo pensiero, che in Italia ha avuto anche una concreta applicazione, difficilmente definibile come positiva. Esso fu infatti ripreso, tramite l’opera teorica di A. Rocco, anche dal fascismo, pur con tutte le differenze del caso, ad esempio il diverso rapporto tra corporazioni e stato, che la teoria cattolica vedeva in contrapposizione mentre nel fascismo le prime erano subordinate al secondo.
PARTECIPAZIONE AGLI UTILI O COGESTIONE? – Sacconi e Tremonti gettano acqua sul fuoco, premettendo che la loro idea non è quella della mitbestimmung (cogestione) alla tedesca, che prevede anche la partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori alle scelte strategiche dell’azienda, grazie alla loro presenza nel “Consiglio di Sorveglianza”. Per loro, ci si dovrebbe limitare a legare parte delle retribuzioni agli utili conseguiti. Però, guarda caso, mentre l’Ugl (che al modello corporativo guarda da sempre con molta simpatia) approva entusiasta e Cisl e Uil sono possibiliste, all’abituale diniego della Cgil si è aggiunto un evidente scetticismo anche di Confindustria, certo non sospettabile di nostalgie massimaliste. C’è già un testo di un progetto di legge, presentato dal senatore Castro ed ispirato (sembra) dallo stesso Sacconi, che giace da tempo in Commissione Lavoro e che, con le opportune modifiche nel senso indicato da Tremonti, potrebbe veder la luce entro fine anno. Al di là delle rassicurazioni dei due ministri, è impensabile che il legame tra utili e retribuzioni non comporti, prima o poi, un’ intrusione di qualche tipo dei sindacati nella gestione delle imprese. Che gli imprenditori vedono come fumo negli occhi.
UNA BUONA IDEA? – A parte quello che pensano gli imprenditori, va compreso se legare una parte della retribuzione agli utili abbia un senso e sia utile al paese in questo momento. Partiamo da una premessa: in Italia far partecipare i lavoratori agli utili della propria impresa non è vietato. Non serve una legge, e quindi l’intrusione dello Stato. Anzi: in molte imprese italiane i supermanager, i dirigenti apicali, hanno già la loro retribuzione legata in parte all’andamento dell’impresa. Sono persone che decidono le strategie dell’impresa stessa, e quindi legare il compenso agli utili è un incentivo che serve a premiare il manager che fa le scelte giuste, “regalando” dividendi a chi investe il proprio capitale in un’azienda. Ma perché un operaio specializzato alla linea di montaggio di un nuovo modello di auto dovrebbe essere penalizzato se quel prodotto non viene premiato dal mercato e i profitti aziendali scendono? Che “colpa avrebbe” se si è sb
agliato il design, o si è toppata la strategia di comunicazione, o perché un’azienda concorrente ha indovinato il modello giusto? Quel lavoratore alla linea di montaggio, ad esempio, potrebbe essere incentivato a dare il meglio di sé in altri modi: ad esempio monitorando il numero di pezzi difettosi della sua linea, o gli scarti di lavorazione.
LA SCELTA GIUSTA: LA PRODUTTIVITA’ – Come è spiegato bene qui, legare la retribuzione dei lavoratori a elementi variabili è utile perché incentiva i dipendenti a lavorare meglio. Ma questo incentivo si ottiene collegando la componente variabile della retribuzione a parametri direttamente ascrivibili (e controllabili) dai dipendenti e che approssimano la loro “produttività”. E’ una strada da seguire, perché in Italia c’è un grande bisogno di recuperare produttività. Per i top manager i profitti sono un buon indicatore di “produttività”, perché è dalle loro scelte che dipende la redditività dell’impresa, ma per quasi tutti gli altri, che non hanno voce in capitolo sulla gestione finanziaria, sull’approvvigionamento di materie prime, sul marketing aziendale, non è così. Per raggiungere l’obiettivo, serve la contrattazione decentrata, quella definita e firmata da Confindustria e sindacati (Cgil esclusa). Su quella occorre agire, se si vuole anche utilizzando opportuni incentivi fiscali.




Bell'articolo, vorrei solo segnalare il fatto che, almeno nel settore pubblico e degli enti locali, la contrattazione decentrata ciene fatta da anni, senza obiezioni da parte della cgil. Il no posto di recente è riferito al modo in cui il governo intende modificarla e viene posto su punti molto precisi. Non sono un sindacalista, ma ci tenevo a precisare che l'atteggiamento della cgil non è di chiusura per principio o per ottusa opposizione. E' una posizione, condivisibile o non condivisibile, comunque frutto di una riflessione sulle specifiche proposte del governo e di confindustria.
Legare la detassazione a qualcosa di misurabile è corretto, ma gli utili lo sono molto di più che la produttività. Paradossalmente un operaio sarebbe più penalizzato se misurato sulla produttività dato che questa (almeno nelle aziende medio/grandi) è rivista e standardizzata periodicamente (ogni 3/6/12 mesi), il che vorrebbe dire o contrattare con la medesima frequenza o trovarsi un nuovo "punto di partenza" per la misurazione della produttività. E' vero che un operaio non dovrebbe essere direttamente responsabile di una strategia sbagliata (perché non la determina), ma anche nell'esempio fatto di legare parte del suo stipendio alla percentuale di scarto implicherebbe per esempio collegargli magari un errore progettuale, o di qualità delle materie prime, o ancora semplicemente errori produttivi dovuti allo startup di un prodotto. La produttività sarebbe un buon metro, il problema è che non vi è un modo assoluto per misurarla, e (come per i profitti) ci sono moltissime variabili in gioco, anche e soprattutto esterne al controllo diretto degli operai.
Comicomix, e tu pensi davvero che una legge che prevede la compartecipazione dei dipendenti agli utili possa essere approvata senza il placet di Confindustria? E dai, sii serio! In Parlamento è già bell'e pronta una vagonata di sabbia. I ministri intanto hanno fatto la bella figura da pseudosocialisti, poi, sai com'è, le priorità cambiano, i calendari parlamentari pure, le commissioni sono lente, gli emendamenti sono troppi…
Arriveranno infinitamente prima gli accordi tra le parti sociali, se queste decideranno di fare sul serio.
@Mario:
La Cgil ha posto obiezioni, cito dal pezzo, in parte comprensibili in parte meno. Ma in generale, la sua opposizione ad un certo punto è sembrata (magari senza esserlo) a prescindere. E opporsi anzichè trovare un accordo non lo vedo bene, per un sindacato. Certo, non mi piace l' appiattimento" di Cisl e Uil su molti punti alle posizioni governative.
@icy stark:
La cosa sicura è che mentre su pezzi difettosi o scrti di lavorazione l'operaio ha un minimo di responsabilità (e di controllo) sugli utili no. Non trovi?
@grano:
Cominciamo dicendo che dire di star serio ad uno che ha come nick Comicomix è un ossimoro…^_^
Non so come finirà, oggi c'è stato il primo incontro. Può darsi che sia una strategia pensata per "fare pressione". Ma che ci possa essere il tentativo di evitare un "patto" Confindustria-Cgil, magari in vista di imprevedibili scenari futuri, non lo vedo del tutto impossibile….
Un sorriso semplice
C.
(ma che caspita sta succedendo al login dei commenti????)
Comicomix, un qualsiasi governo può anche riuscire a mettersi di traverso ad un patto Confindustria-Cgil, ma che riesca davvero a far approvare una legge che non sta bene né a Confindustria né a Cgil lo vedo molto molto difficile.
Concordo peraltro che la compartecipazione agli utili è a forte rischio di fregatura, quantomeno nelle società non quotate e che quindi hanno forte interesse fiscale a ridurre più o meno artificialmente l'utile
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