di Igor Jan Occelli
postato alle 12:59 del 4 settembre 2008 in La rubricaTorna alla home

IL CASO E’ CHIUSO? - È il 14 mattina quando il commissario vede arrivare Wanda, la sorella di Wilma, nel proprio ufficio. La ragazza dice di essersi dimenticata di dire una cosa fondamentale: sua sorella aveva un eczema al piede e le aveva detto che voleva andare a farsi un pediluvio al mare un giorno o l’altro. Deve pensare che la cosa è strana, il commissario, ma non gli dà peso. Gli sono appena arrivati dei consulti richiesti: la ragazza potrebbe essere caduta in mare a Ostia e poi essere trascinata dalle correnti fino a Tor Vajanica. Il caso appare più semplice di quanto pensasse all’inizio. La conferma arriva dopo pochi giorni. Un’edicolante fuori alla stazione di Ostia ha riconosciuto in Wilma la ragazza che è andata da lei a comprare una cartolina quel giorno, l’ha firmata e le ha chiesto di imbucarla. Più facile di così. Anche la procura è dello stesso avviso del commissario e dopo pochi mesi, a settembre, chiede l’archiviazione delle indagini. Wilma è morta per un banale incidente: è andata al mare a farsi un pediluvio, si è sentita male, dato che in quei giorni era in fase premestruale, ed è caduta in acqua, annegando. Il caso è chiuso. Be’, non proprio.Nei cinque mesi passati da quando il cadavere di Wilma è stato ritrovato e la Procura di Roma ha chiesto l’archiviazione del caso è successa una cosa strana. La stampa, chissà come, si è svegliata. Ha smesso di prendere le veline e le informazioni che gli passa la polizia come buone e ha cominciato a chiedere e a chiedere. Più di tutto, ha iniziato a dubitare. Creando oltretutto un bel po’ di scompiglio nei questurini, abituati dai retaggi fascisti a decidere loro cosa dovesse o non dovesse essere pubblicato.

QUARTO POTERE -
È che il caso di Wilma è strano. Primo appassiona le persone. Fuori ai bar ci sono quelli che sono andati a scuola che leggono ad alta voce le ultime notizie sul caso. E poi c’è un altro particolare che non fa tornare le cose: il reggicalze. Va bene andare al mare, va bene togliersi le scarpe e le calze per fare un pediluvio, ma il reggicalze? Per levarselo una donna deve praticamente spogliarsi, che senso ha? Questa è la domanda che gira in tutte le redazioni. Tanto più che alcuni giornali hanno scavato a fondo e hanno scoperto che una volta Wilma ha dovuto chiedere aiuto a una sua amica per riuscire a levarselo. Più che un reggicalze è una sorta di bustino. Ci vuole poco allora a smo ntare la tesi della Procura. Basta, per esempio, andare dall’edicolante e chiedere se riesce a leggere un titolo sul giornale per scoprire che è miope e non potrebbe riconoscere neanche il fratello. Basta andare dalla dipendente del ministero della difesa, e chiedere come era vestita Wilma, quel giorno che l’ha incontrata sul treno, per scoprire che non sa nulla di nulla di tutto ciò. Ma la cosa più semplice è prendere e partire da casa di Wilma e fare il tragitto che separa casa sua dalla stazione. Se è partita alle cinque e dieci, né a piedi né in autobus potrebbe aver fatto in tempo a prendere il treno delle 17,30 per Ostia. Tutto può essere successo, tranne che Wilma sia morta come la Procura ipotizza. Anche perché appare ancor più strano che questa abbia disposto la perizia per controllare l’eczema di Wilma sul piede di Wanda e non sul suo. Va bene che sono sorelle, ma così è troppo. E poi c’è anche chi inizia a mettere in giro un’altra tesi. È il giornale napoletano il Roma per esempio, secondo il quale Wilma era stata vista dieci giorni prima dell’11 aprile a Tor Vajanica. E con lei c’era il figlio di un politico importante, molto importante. C’è anche chi racconta che un certo Mario Piccinini, di professione meccanico, proprio a Tor Vajanica avrebbe aiutato un’auto in panne il 6 marzo. Auto su cui c’erano Wilma e un giovane. Infine c’è il Merlo Giallo, un settimanale satirico che va giù pesante. In prima pagina pubblica una vignetta. C’è raffigurato un piccione viaggiatore che vola con un reggicalze in mano. La didascalia è piuttosto esplicita: “Dopotutto le note personalità a cui allude ‘il Roma’ non sono così tante e non possono sparire senza lasciare tracce, come piccioni viaggiatori”.

LA VERITA’? - Adesso anche i sassi hanno capito tutto. Quello che prima si sussurrava nelle redazioni, nelle questure e nei palazzi del potere, ora è a portata anche del popolo. Il politico di cui parlano è Attilio Piccioni, vicepresidente del Consiglio e ministro degli esteri, delfino prediletto di De Gasperi. L’uomo con cui all’interno della Dc si scontrano i “nuovi”: Fanfani, ministro degli Interni, Gronchi, Moro, Rumor, Colombo. Ed è proprio Piccioni che ha un figlio, famoso musicista jazz che lavora in Rai, che ha delle abitudini e delle frequentazioni molto chiacchierate. Ma il vero colpo di scena avviene a ottobre, quando Silvano Muto dalle colonne del suo giornale, Attualità, pubblica un articolo bomba: “La verità sulla morte di Wilma Montesi”. Muto racconta di un festino a base di alcool e droga che si è tenuta nella tenuta di un certo marchese a Castel Porziano. Qui Wilma si sarebbe sentita male e credendola morta è stata abbandonata da X e Y, così scrive Muto, sulla spiaggia. Dove poi è morta davvero, annegando. Immediatamente Muto è accusato di notizie false e tendenziose e convocato in Procura. Qui però ritratta tutto. Ma il doppio colpo di scena è in agguato. A gennaio, quando comincia il processo che lo vede imputato, Muto non solo ripete la versione originaria, ma porta anche due testimoni: Adriana Concetta Bisaccia e Maria Concetta Caglio, detta Anna Maria, ma risoprannominata da tutta la stampa “Cigno Nero” o “Querela ‘54”. E quello che racconta Cigno Nero fa tremare i palazzi.

LA SOLITA STORIA - Al processo dice di essere venuta a Roma da Milano, dove il padre fa il notaio, con tre lettere di presentazione che gli avrebbero permesso di farsi strada nel mondo del cinema. Lettere che erano indirizzate al ministro Spataro, alla massoneria di piazza del Gesù e a Giulio Andreotti. Ed è qui che fa la comparsa il famoso marchese. Si chiama Ugo Montagna ed era presente all’incontro che Anna Maria ha avuto con Spataro. Fra polizia e servizi segreti non si sa chi abbia più dossier sul marchese: faceva traffici con i fascisti, aveva collaborato con i nazisti, aveva cambiato casacca durante la Liberazione, era fratello di un pregiudicato di Palermo e figlio di un sospetto malavitoso e, in più, era sospettato di traffico di stupefacenti. Un bel personaggio insomma che, però, più di ogni altra cosa, può vantare amici importanti, fra i quali Tommaso Pavone, il capo della polizia. Sul quale Anna Maria racconta qualcosa. Dice di essere stata fuori Roma per un po’ e di essere tornata e di aver avuto il sospetto che Montagna e Piccioni, che conosceva bene, c’entrassero in questa storia della Montesi. Lo disse al marchese che, immediatamente, telefonò al Piccioni e poi, insieme a lei, andò proprio dal capo della Polizia. E qui la storia cambia..

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