La cattedrale nel deserto di una Roma che non c’è
12/06/2012 - La Stazione Tiburtina, inaugurata in pompa magna. Ma vuota. Qualcuno chiede di completarla. Ma ce ne vorrà
Bellissima. Imponente. Sono tutti positivi gli aggettivi che saltano alla mente appena si finiscono di salire le scale mobili che conducono nel nuovo colosso di vetro e cemento che vorrebbe essere il primo tassello della nuova Roma: più moderna, più flessibile, contemporanea. Ad Alta Velocità: è la stazione Tiburtina, che i romani ricordano come luogo in generale infrequentabile, soprattutto quando si aveva la necessità di prendere arditi treni notturni. Fra la Tangenziale e il Bronx, più o meno – volendo tentare inopportune parafrasi di ben altri successi.
LA NUOVA STAZIONE - Eppure, le cose cambiano. Qualcosa si muove. Ma poi si ferma. Perché se è vero che salendo al piano superiore della stazione ti viene in mente che davvero questo paese ha qualche possibilità di apparire un luogo moderno, per arrivare a questo pensiero hai dovuto sorpassare aree a cantiere, nastri bianchi e rossi di sicurezza, locali desolanti e vuoti, “prossime aperture”, anfratti bui.
La nuova stazione, grande Hub dell’Alta Velocità italiana, snodo principe delle infrastrutture romane, si sa, è tutt’altro che concluso. Anche se è stato già – proverbialmente – inaugurato e messo in operatività: il nastro è stato tagliato da Giorgio Napolitano il 28 novembre dello scorso anno. I treni ad Alta Velocità transitano nella nuova stazione dallo scorso dicembre: anche se ad aggirarsi per il colosso, le grate che isolano sezioni della costruzione non ancora concluse non mancano di certo.
































