CALVARIO BUROCRATICO – Tutto facile apparentemente. Ma per datore di lavoro generoso (e onesto) la strada verso al regolarizzazione è molto impervia. Ecco cosa ci spiegano: “La domanda viene esaminata sempre telematicamente dallo sportello unico per l’immigrazione, si acquisiscono i pareri delle direzioni provinciali del lavoro e della questura. Al termine, se tutto è ok, lo sportello unico manda a chiamare il datore di lavoro e rilascia il nulla osta. Il nulla osta, che ha una validità di sei mesi, viene spedito
all’ambasciata italiana all’estero che convoca il lavoratore straniero per rilasciare il visto per lavoro subordinato. Il lavoratore con il visto sul passaporto parte, e una volta in Italia entro 8 giorni deve recarsi allo sportello unico con il datore di lavoro e sottoscrivere il contratto di lavoro (che in tal caso prende il nome di contratto di soggiorno, perchè diventa il titolo per il permesso). Viene poi rilasciato il permesso di soggiorno (che avrà durata di un anno se il contratto di lavoro è a tempo determinato, di due anni se il contratto è a tempo indeterminato). Con il permesso si recherà al comune per ottenere la carta d’identità e all’Asl per la tessera sanitaria. Due mesi prima della scadenza del permesso, il lavoratore deve provvedere a compilare un kit postale da inviare alla Questura per poi ottenere il nuovo permesso (naturalmente se lavora sempre per lo stesso datore di lavoro, dovrà esibire le buste paga, il cud, altrimenti deve trovare un altro datore di lavoro e compilare prima del permesso di soggiorno un modulo da inviare allo sportello…”. Semplice, vero? La procedura e la normativa sono ancora più complesse di quanto possa sembrare da questo excursus di balletti di carte. I problemi che sorgono, di cui ci parla Noemi, sono diversi, e rendono il percorso della regolarizzazione ancor più complicato. Innanzitutto i lavoratori molto spesso sono già alle dipendenze, in nero, quindi il decreto flussi serve a regolarizzare, ma il lavoratore paradossalmente si trova a dover uscire clandestinamente dal Paese per andare a ritirare il visto e poi rientrare; spesso i datori di lavoro che fanno il contratto sono stati pagati e sono fasulli, alcuni non si sono nemmeno presentati per la sottoscrizione del contratto di soggiorno (la scadenza del nulla osta comporta la decadenza dal diritto); i lavoratori stranieri non riescono a trovare un nuovo datore di lavoro e da regolari diventano clandestini; e, dulcis in fundo, ciliegina sulla torta, molto spesso il permesso di soggiorno arriva quando già è scaduto per i tempi lentissimi della burocrazia. Come a dire: per essere regolarizzati non basta nemmeno la voglia di lavorare, essere onesti e un datore di lavoro disposto ad aiutarti. Cornuti e mazziati.
DULCIS IN FUNDO – Poi giunge la politica di un governo che sul tema ha fatto una scelta di campo: imporre quanto più possibile il rigore. “Il famoso reato di clandestinità e
favoreggiamento introdotto con l’ultimo ddl sicurezza a giugno, dunque, come influenzerà la vostra attività?”, chiediamo. “Finora non ci ha frenato”, ci dicono, “ma è ovvio che ci possono essere ripercussioni”. Scaricare responsabilità su chi fitta case stanze, sull’ufficiale dell’anagrafe e via discorrendo, sicuramente genererà a lungo andare una situazione che può minare il lavoro di chi punta tutto sulla fiducia, l’accoglienza, la solidarietà verso immigrati accolti nelle proprie strutture. Quel sentimento di paura cui si accennava prima appare rinvigorito nelle ultime settimane. Ed anche il rapporto di collaborazione con le Forze di Polizia del territorio, da sempre disponibili con l’associazionismo ma impotenti al volere del governo e del legislatore, sarà ridimensionato. “Dobbiamo applicare la legge”, ci si sente dire ora a braccia aperte. Ma per fortuna, chi decide di dedicarsi agli altri non si ferma davanti alle norme, agli slogan, alla paura. E non si lascia nemmeno influenzare da una polemica verbale tra politica e Chiesa, una di quelle che si ripetono ad intervalli regolari tra qualche vescovo e qualche esponente dell’attuale maggioranza: “Rimangono parole che non cambiano la vita delle persone, la vita delle persone cambia quando dai la possibilità ad una persona di avere voce e avere quei diritti che sono riconosciuti come universali. Io credo in questo: ecco perché a volte rimango indifferente di fronte a tutte queste cose. Per me sono soltanto parole”, conclude Noemi.



