Dino Boffo non è il mio martire

7 settembre 2009

In questi giorni se ne leggono di tutti i colori. Forse perché ne accadono di strane: un presidente del Consiglio, incidentalmente dotato di un clamoroso apparato mediatico, querela la concorrenza della sua “nuda proprietà”, a causa di critiche proprio sulla sessualità. Fa ridere (e anche rima) ma è drammatico. Nel frattempo, un quotidiano edito dal fratello del premier comincia a sparare bordate sul “privato” di giornalisti che avevano criticato aspramente il Nostro. Nell’ansia mitragliatoria, colpisce anche il direttore di un giornale cattolico che si era permesso qualche parolina di troppo pur avendo – è ormai riconosciuto – uno scheletrino (quanto -ino dipende dai modi di vedere) nell’armadio. Il direttore resiste un pochino, tenta un goffo contrattacco, poi si dimette “per il bene della Chiesa“, così dice. Entrando immediatamente nell’Olimpo degli eroi e dei martiri della libertà di informazione di questo Paese, che di sicuro nell’immaginario collettivo ne ha molti di più di quanti meritino realmente di esserci. Mentre le cronache ci riempiono di ricostruzioni geopolitiche nelle quali si fa capire che Boffo è vittima di una vendetta trasversale tra due fazioni della chiesa, quella di destra e quella di sinistra (semplificando). Fa ridere anche questo, ma è altrettanto drammatico.

Perché va bene che siamo nella società dell’apparire, e che ormai un titolo di martire dell’informazione, nell’Italia di Silvio IV, non si nega più a nessuno: persino Enrico Mentana ha cercato per qualche tempo di farci credere che lui è stato vittima di un complotto berlusconiano e se n’è andato da Mediaset perché era diventata troppo di parte (se n’è accorto adesso, pov’rino: capitelo, lui ha i suoi tempi). Ma forse sarebbe meglio ricordarci perlomeno chi sia, la nostra ultima vittima del regime. Un indizio potrebbe darcelo un episodio raccontato da Denise Pardo su L’Espresso: 18 aprile 2006, forum delle lettere dell’Avvenire. Un lettore scrive: “Sarà dura rimediare ai guasti di Berlusconi, tra cui la secolarizzazione etc etc”. Lo sventurato gli risponde: “Il fenomeno della secolarizzazione in Italia era partito assai prima che Berlusconi invadesse l’etere con le sue tv. Abbiamo dimenticato la vicenda del divorzio e dell’aborto? Si ricorda quel ragionamento sibillino e falsamente democratico che dilagò anche in casa nostra, nel mondo cattolico, secondo cui si diceva: ‘Io non divorzierò mai, ma perché devo togliere questa possibilità ad altri?’. Provi a pensare, amico caro, se l’inizio della crisi non fu piuttosto questo“.

Difficile non far notare che Boffo, replicando all’interlocutore, si sia vantato del principio che stava ammettendo di seguire: io, come cattolico, mi sento in diritto di obbligare gli altri a non fare cose che ritengo sbagliate secondo la mia morale. Divorziare, abortire, per dirne solo due del lungo elenco che avrebbe in mente. Sì, il nostro aspirante Biagi/Montanelli/etc stava affermando un principio che è proprio di quelli che, quando provengono da altri paesi e latitudini, chiamiamo fondamentalisti. Boffo, per capirci, non è semplicemente un cattolico conservatore: è uno di quelli che si accontenta di Berlusconi, per ora, ma in realtà vorrebbe il Papa Re. Il che, per fortuna o purtroppo , non rappresenta ancora un reato, per carità. Però cerchiamo di non farlo sapere troppo in giro, almeno limitiamo i danni. Ciò detto, giornali “illuminati” come Repubblica ne hanno parlato come di un uomo da preservare, mentre fior fior di Corrieri sono stati spesi per spiegarci che la guerra è interna alla Chiesa e svariati Soli24ori ci han detto che la vendetta del Vaticano sarà terribile, e che quella è gente che perdona ma non dimentica. Sarà. Noi siamo qui, pronti a goderci l’eventuale spettacolo. E a berci gli eventuali retroscena.

Nel frattempo, però, di realtà dei fatti ce n’è una sola. Boffo è stato condannato a pagare 500 euro in quanto riconosciuto colpevole di molestie nei confronti di una donna di Terni. Le donne non si molestano, tanto più se si è buoni cattolici; se davvero è stato un altro a commettere i reati, ci si presenta in giudizio per difendere il proprio buon nome, soprattutto se si è uomini pubblici. Anche se il presunto telefonista, William B., a 24 anni è assunto a Sat2000 e si permette di rifiutare un contratto al quotidiano offertogli proprio dal direttore, perché figlio di una famiglia molto vicina al Cardinal Ruini, senza il cui appoggio Boffo non sarebbe mai stato seduto quindici anni sulla poltrona più alta di Avvenire, ricoprendo un ruolo fondamentale di indirizzo politico della stampa cattolica. Aver fatto quello che ha fatto, o, nella migliore delle ipotesi, non aver fatto quello che doveva fare (difendersi in tribunale dicendo la verità, anche se era sconveniente per il suo sponsor ecclesiastico) è sufficiente a non renderlo, per coerenza, idoneo a condurre un quotidiano come l’Avvenire. Ma soprattutto: un fondamentalista con il culo degli altri non può essere il mio martire. Se non altro perché, a parti invertite, non avrebbe sprecato una parola per un collega dell’altra “fazione“. Punto. E basta, per piacere.

(Vignetta da Dagospia)

4 commenti a Dino Boffo non è il mio martire

  1. walter1956

    Il culo è mio e lo gestisco io….. ben detto Alessandro !!!!!

  2. Ignazzio

    Visto che l'autore di certe idiozie sale in cattedra e pontifica sul DOVERE dell'indagato di difendersi in tribunale, per coerenza dovrebbe aggiungere che quando ci si rivolge alle Forze dell'Ordine, non si deve poi ritirare la querela come ha fatto la presunta parte offesa nel caso Boffo…

  3. e perché no, ignazzzio? Ma soprattutto, che c'entra? :-D

  4. Questo sì che è parlare chiaro, resta da capire come mai appunto non lo abbiano fatto i quotidiani nazionali. Ma di gente che tiene famiglia ce n'è sempre tanta.

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