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Terremoto in Emilia, ecco perché non finisce

Non è possibile, scientificamente, quantificare l’energia che il sisma dell’Emilia Romagna ha saputo sprigionare. Quel che è certo, scrivono i giornali, è che la terra si è alzata addirittura di 12 centimetri. Questi sono gli effetti accertati dell’onda sismica che è andata a colpire le regioni del ferrarese e dell’alto modenese, fra Finale Emilia e le cittadine sul Panaro. Ma che lo sciame sismico, e dunque il pericolo, sia da considerarsi concluso, è tutt’altro che vero.

COME FINIRA’? – E’ in realtà probabile il contrario. Ovvero, che i terremoti in Emilia Romagna non siano affatto terminati. «Nel caso di una ripresa dell’attività sismica nell’area già interessata dalla sequenza in corso, è significativa la probabilità che si attivi il segmento tra Finale Emilia e Ferrara con eventi paragonabili ai maggiori eventi registrati nella sequenza; non si può altresì escludere l’eventualità che, pur con minore probabilità, l’attività sismica si estenda in aree limitrofe a quella già attivata sino a ora”: questo il giudizio della commissione Grandi Rischi, che tanto ha fatto preoccupare la cittadinanza e le istituzioni delle regioni colpite dal terremoto.

Le serie storiche, dicono dall’INGV, parlano chiaro: una riattivazione del sisma in queste zone è possibile. Forse probabile. Ma non c’è certezza. Una spiegazione potrebbe essere che negli ultimi secoli la zona della Pianura Padana abbiano accumulato energia sismica che, adesso, stanno scaricando, tutta insieme: ma non ci sono dati che mettano d’accordo l’intera comunità scientifica. Gli unici dati su cui ragionare, per ora, sono quelli satellitari diffusi dall’Agenzia Spaziale Italiana.

«Con le mappe fornite dall’Asi — precisa Eugenio Sansosti dell’Istituto per il rilevamento elettromagnetico dell’ambiente del Cnr — abbiamo potuto stabilire che l’area coinvolta dai sismi tra Mirandola e San Felice sul Panaro dal 27 maggio a 4 giugno si è sollevata di 12 centimetri. Invece non abbiamo una precisa spiegazione dell’abbassamento del suolo di quattro centimetri avvenuto nella zona di Finale Emilia: potrebbe essere un assestamento non legato al sisma. Questi dati serviranno a elaborare dei modelli matematici finalizzati a ricostruire ciò che è successo nel sottosuolo, vale a dire il meccanismo che ha innescato il sisma».

Così il Corriere della Sera. Ma anche su Repubblica le analisi scientifiche riportano qualche dato interessante.

LA SCIENZA RISPONDE – Il terremoto, si spiega sul quotidiano di Via Cristoforo Colombo, si sta spostando verso est in una linea, “un fronte” lungo dai 40 ai 50 km in direzione Veneto.

Fra i centri di Finale Emilia e Ferrara c’è una distanza di 30 Km, il che vuol dire che le microfaglie che si sono attivate sono ben di più di quanto si pensasse all’inizio.

I due centri distano circa 35 chilometri l’uno dall’altro e poiché la lunghezza media di una faglia è di una decina di chilometri, i “pezzi del domino” coinvolti nello sciame sismico sarebbero più di uno.

Ed è per questo che i centri coinvolti potrebbero essere presto anche quelli del Veneto.

La Commissione Grandi Rischi non esclude che si attivino faglie diverse da quelle di Finale, Mirandola o Ferrara. Questo in realtà è già successo con il sisma del 6 giugno a Ravenna. In quell’occasione il terremoto non è scattato in una delle faglie che si accavallano l’una sull’altra a una profondità che raggiunge i 10 chilometri. L’ipocentro era collocato invece più in profondità (oltre 25 chilometri) nel basamento sul quale le faglie scorrono, che si sta piegando verso il basso a causa del movimento verso nord-est della placca Adriatica. Tensioni geodinamiche simili sono state registrate anche nelle faglie più settentrionali, in Veneto.