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pubblicato il 4 settembre 2009 alle 14:30 dallo stesso autore - torna alla home

Trattatistica ma non solo: il Vasari e le sue Vite, avanguardia del 2.0

Il mondo culturale europeo tardo-antico, medioevale e proto-rinascimentale non sentì un’innata esigenza di una ricostruzione storica dello svolgimento artistico, ma si concentrò sulla trattatistica tecnica, sulle procedure della pratica artigianale, illustrate nel Trattato del Monte Athos e nel Teofilo, scritti di estrazione bizantina che codificarono gli immutabili canoni tradizionali, nonché nel Libro dell’Arte di Cennino Cennini, straordinario per la completezza di segreti di botteghe e ricette tardo-medievali, ancor oggi prezioso ausilio per le indagini diagnostiche dei dipinti. Incontrò un discreto successo anche la letteratura periegetica, il Pausania per esempio, che combinò alla saga del racconto di viaggio la tradizione ecfrastica tramandata dal mondo antico.

VITE – Il primo Rinascimento raccolse le disiecta membra delle manifestazioni culturali elleniche tramandate attraverso Plinio il Vecchiolanzi Giorgio Vasari e la prima tessitura della reteVitruvio, rielaborate attraverso il filtro rigoroso di Leon Battista Alberti (De Statua,De Pictura, De Re Edificatoria), di Piero della Francesca (De perspectiva pingendi), ma fraintese, persino da Raffaello, nella concezione della cromia antica nelle membrature architettoniche, ritenute a torto monocromatiche, e nella periodizzazione dell’arte romana. Le Vite de più eccellenti pittori, scultori e architettori di Giorgio Vasari costituiscono la prima storia dell’arte in senso assoluto, la madre di tutte le Storie dell’Arte. L’impalcatura organica dell’opera è organizzata nella forma biografica e rappresentò, per almeno due secoli un fortunato modello di cui si avvalsero eruditi locali, dando vita a un florilegio di storie di artisti romani, bolognesi, genovesi, napoletani, tanto per citare le realtà locali più rilevanti. Ma la fortuna vasariana venne insidiata di continuo da molteplici riserve, dubbi e critiche, più o meno validamente formulate nel trascorrere dei tempi storici. Lo storiografo aretino si avvalse di una schiera sterminata di informatori da cui apprese le notizie più fresche sui singoli artisti; egli fu capace di tessere una ragnatela di contatti epistolari, arricchiti dai suoi frequenti viaggi lungo lo stivale, da Venezia a Roma, da Parma a Firenze, compiuto tra la prima scarna stesura delle Vite del 1550 e il 1568 anno di pubblicazione dell’edizione giuntina.

DUEPUNTOZERO – Un lavorio di raccolta di informazioni frenetico e compulsivo quello di Vasari, una rete di amicizie degna di Facebook quella costruita, tassello dopo tassello, dall’aretino, che sopperì alle ovvie mancanze di documentazione e “soffiate” certe sugli artisti da lui trattati con invenzioni basate sui topoi letterari classici ed esemplati sulle perdute storie di Apelle ed Eufranore, ripetuti ossessivamente nelle pagine biografiche con minime varianti, presentando i lati più enigmatici degli artisti in una forma sociologica di stampo anedottico, quali il rincorrersi di analoghi episodi miracolosi giovanili, la scoperta del talento quale fattore mitologico, la divinità dell’artifex, l’opera d’arte mimetica della realtà che si tramuta in una magia delle immagini, in definitiva una vera e propria Leggenda dell’artista (Ernst Kris, Otto Kurz). Sotto l’aspetto dell’ideazione delle Vite e dell’effettiva stesura forti dubbi si manifestarono già all’epoca della loro pubblicazione. Tra le pieghe dei numerosi informatori, revisori e coadiutori, si insinuò il sospetto che la totale responsabilità dell’opera fosse imputabile a Vincenzo Borghini (amico del Vasari, dotto di notevole caratura e priore dell’Ospedale degli Innocenti), mentre l’aretino funse soltanto da prestanome. Il primo attacco all’impalcatura dell’opera fu mosso da Benvenuto Cellini il quale, forse animato da sentimenti di invidia, stese alcuni orribili versi in cui affermò che “Giorgio aretino e quel frate Priore/ sono uno stesso, sebben paiono due [...]”, o ancora “Mi noia sol de’ Nocenti il Priore/ e l’empio botol suo crudel Giorgetto, / par che sol questi Dio abbia eletto/ per far nel mondo d’ogni sorta error [...]”. Un macigno, un’insinuazione, diciamolo pure bassa, ma che dovette avere qualche fondamento se venne divulgata in tale maniera sprezzante, un dubbio librolevitecopertina Giorgio Vasari e la prima tessitura della reteinstillato che gravò di conseguenza la critica successiva delle Vite, avversata aspramente da Federico Zuccari ed Agostino Carracci, come si evince dalle postille autografe agli esemplari in loro possesso.

INVIDIE – Uno spunto questo carpito dai dilettanti e dagli storiografi seicenteschi che, nell’assimilare l’intelaiatura delle Vite vasariane al fine di tracciare Storie dell’Arte locali, ripresero l’interrogativo sull’autenticità autografa e rimproverarono all’autore la scarsa attenzione prestata ai pittori espressi dai “campanili” italiani, in favore della nobile genealogia fiorentina dell’arte.

In effetti le Vite furono concepite, costruite e realizzate con una finalità celebrativa, con l’intento di glorificare in maniera magniloquente il centro del mondo artistico di Giorgio Vasari, la grande “maniera” inaugurata dal genio assoluto del Disegno, ovvero Michelangelo, che incarnava la profonda protesta anticlassica, da cui discese la visone irrequieta del mondo formale, filtrato attraverso la visione bizzarra, artificiosa, fantastica e capziosamente raffinata del mondo, un universo lontano dalla realtà, ma tendente all’allegoria, al simbolismo, a una diversa concezione delle proporzioni umane e dello spazio, totalmente difforme dalla prospettiva quattrocentesca. Per Vasari Michelangelo rappresenta la perfezione, una perfezione trasposta nel primato del Disegno a detrimento del colorismo, per lo più veneziano.

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