Il Pentagono stilava pagelle sui giornalisti che seguivano le truppe americane nelle zone di guerra: buoni, cattivi e neutrali. “Classificazioni basate sulla professionalità”, riferiscono i militari. Che però hanno deciso di sospendere l’usanza
E’ proprio vero: il Pentagono pagava un’agenzia di comunicazione per agevolarsi nella scelta dei reporters tra quelli candidati a seguire l’esercito in Afghanistan. Pagava, tempo passato . Dopo l’ammissione da parte dei militari dell’esistenza di questi rapporti, fino alla scorsa settimana tenuti sempre segreti, almeno formalmente ieri è stato infatti disdetto il contratto, del valore 1,5 milioni dollari prelevati con tutta probabilità dalle tasche dei contribuenti, con il quale le forze militari americane a partire dal 2005 avevano affidato alla Rendon Group il compito di redigere una speciale pagella che classificava i giornalisti sulla base di quanto in passato fossero stati più o meno in grado di mettere in buona o cattiva luce le truppe statunitensi. L’annuncio della fine dell’accordo è stato annunciato dal Colonnello Wayne Shanks, capo degli affari pubblici per l’International Security Assistance Forces-Afghanistan.
UNA PAGELLA DIFFICILE – Ce lo rende noto Stars and Stripes, il giornale indipendente, punto di riferimento per la community militare americana, che pochi giorni fa, il 24 agosto ha svelato il tutto. Dopo gli iniziali tentativi di smentita, il Pentagono non ha potuto che arrendersi all’evidenza di alcune prove, pubblicazione tre giorni dopo. Un grafico, un vero report del profilo di un corrispondente di guerra “esaminato”, più testimonianze che hanno dimostrato la tesi esposta dalla testata. Così l’esercito ha dovuto ammettere ed indietreggiare, costretto, almeno pubblicamente, a smettere nella collaborazione strategica con la Rendon. Spieghiamo meglio: l’azienda si occupava di preparare una classificazione dei giornalisti, distinguendoli in “buoni”, “cattivi” e “neutrali”. Per redigerla si basava sulle modalità con la quale essi avevano operato nelle loro precedenti missioni come corrispondenti dal fronte e, a quanto riferito da un portavoce del Pentagono, gli ultimi dati risalirebbero a maggio scorso. Star and Stripes ci lascia intendere che il tutto sia stato confermato dalla stessa agenzia, già a molti nota, ci spiega, per l’aver contribuito alla creazione del Congresso Nazionale Iracheno, quello che nel 2003 coordinava le attività dei vari gruppi anti Saddam, e che, per giustificare l’intervento militare americano nella regione irachena, aveva ingannato propagandato la presenza di pericolose armi chimiche in loco. Tanta dimestichezza nelle strategie di comunicazione lasciano immaginare che i report forniti al Pentagono fossero studiati molto accuratamente, per rendere la scelta quanto più opportuna e quanto più intelligente possibile per consentire alle forze militari americane di fare bella figura agli occhi del mondo. Ciò nostante il maggiore Patrick Seiber, portavoce dell’esercito per la 101 ª Divisione di Aviotrasporto, pur ammettendone l’esistenza, continua a smentire che queste pagelle fossero effettivamente importanti nei momenti in cui doveva decidere se accettare oppure no di accreditare dei giornalisti.
UNA QUESTIONE DI PROFESSIONALITA’? – Seiber si occupava della loro selezione tra il 2007 ed il 2008. Riferisce, in sintesi, che le sue preferenze premiavano i veri professionisti. Non aveva alcun interesse a portarsi appresso dei dilettanti, gente, per esempio, che in passato aveva scritto degli off topic, o che aveva raccontato troppo svelando informazioni riservate, o anche troppo poco. Chissà, magari non aveva dato il giusto peso alle eroiche gesta dei valorosi soldati- vien da pensare. In ogni caso, per quanto le statistiche elaborate ed i voti assegnati dalla Rendon ai candidati inviati di guerra potessero risultare inutili o non condivisibili. probabilmente non lo erano i profili forniti che li giustificano. Altrimenti Seiber come avrebbe potuto conoscerne il passato professionale? Ad ogni modo, il militare nei giorni scorsi ha spiegato a Stars and Stripes “non cerchiamo di controllare quello che i reporter documentano sul campo, vogliamo solo portarci appresso il meglio. Per scegliere non usiamo (solo) i consigli che ci fornisce l’agenzia. Se un giornalista in passato non ha focalizzato la propria attenzione se non sugli episodi negativi, però, ovviamente non possiamo certo metterlo a seguito di un’unità operativa che non sia la migliore”. Dalle sue parole sembrerebbe svelarsi quanto suggerisce Aidan White, segretario generale della Federazione internazionale della stampa con sede a Bruxelles (lo stesso che ieri è intervenuto sulla vendetta mediatica del premier, per intenderci): “Tutto ciò fa capire che l’esercito non vuole aiutare i professionisti dell’informazione a lavorare liberamente, che è interessato più alla propaganda che a documentazioni oneste”
PROPAGANDA? MANIPOLAZIONE? – Secondo quanto affermava nei giorni scorsi il portavoce del Pentagono Bryan Whitman, invece, non ci sarebbe nulla di sbagliato in tutto questo, nulla che violi la policy militare. Se l’avesse visto, assicurava, l’avrebbe denunciato egli stesso. Ed ancora:” Questi report esistono ma non li usiamo” Mmah. Forse che davvero, semplicemente, sono informazioni personali e professionali come nome, numero di passaporto, curriculum giornalistico, come raccontava, smentendo un po’ quanto invece riconosciuto dai suoi colleghi, un certo colonnello Shanks? Viene da dubitarne. Perché in questo caso non si sarebbe chiamata , pagandola a caro prezzo, una società come la Rendon, quanto meno nota, a torto o a ragione, come garanzia di propaganda e manipolazione. Questo, ci spiega ancora Stars and Stripes, è tra l’altro solo l’ultimo dei contratti per i servizi che l’azienda firma con il Pentagono. La Rendon vanterebbe infatti una lunga storia di collaborazioni con il Dipartimento della Difesa e con la CIA, e il protagonista di un film del 97, “Wag the dog” , diretto da Barry Levinson, era ispirato alla figura di John Rendon, il fondatore dell’agenzia, che, nel corso di una conferenza internazionale, l’anno successivo, si sarebbe autodefinito: “manager della percezione“. Per intenderci, in quel film l’uomo incaricato dal presidente per deviare l’attenzione della gente da uno scandalo sessuale si inventava una guerra. Il Pentagono non sceglie le sue collaborazioni a caso. E se invece davvero chiede ai suoi contribuenti milioni di dollari per finanziare operazioni di comunicazione strategica a fini militari di cui poi dice di non tener conto dovrebbe quanto meno chiedersi se ciò abbia un senso oppure no.






















Nessuna meraviglia..per questo bisogna sempre diffidare delle verità rivelate dai governi e dai militari negli scenari di guerra…invece c'è sempre un sacco di gente pronta ad abboccare. Anche tra i “professionisti” dell'informazione.
Un sorriso pentagonale
C.
Meno male che c'è ancora qualcuno che non se ne fa meraviglia. Purtroppo ci sono tante teste di rapa che “”veramente”" credono che le guerre si facciano con l'inchino e l'invito a cena dopo la battaglia. Non credo ai politici ne a nessuno che “”guadagni”" con ciò che mi dice, ci ragiono, corro il rischio di sbagliare, ma traggo le mie conclusioni. Con un po' di buonsenso, non sarebbe difficile capire chi ti mente, a meno che tu non sia d'accordo a essere ingannato.