La resistibile ascesa del ministro abracadabra

01/09/2009

     
 

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Giulio Tremonti, dopo un lungo silenzio estivo passato a tessere tele tra le montagne e le valli, è tornato a parlare. Lo ha fatto a Rimini, in occasione del meeting di Comunione e Liberazione. Forse un po’ irritato per l’accoglienza trionfale riservata al suo carissimo “nemico”, il governatore di Bankitalia, ha esternato a tutto campo. Spaziando tra l’economia e la teologia, la filosofia e la politica. Tra coloro che in silenzio dentro il PdL si battono per la successione a Berlusconi (presto o tardi che sia, è nell’agenda) Tremonti sembra quello messo meglio,  ed ha guadagnato potere ed autorevolezza anche per la gestione, ritenuta da molti buona, dei conti pubblici.

Forte di questa autorevolezza, guadagnata anche per la brillante gestione del reperimento di risorse per la ricostruzione dell’Abruzzo martoriato dal sisma (il famoso decreto-abracadabra) ha colto l’occasione del meeting per attaccare tutti gli economisti, paragonandoli a dei maghi o a degli stregoni, che “dovrebbero tacere per due anni visto che finora non ne hanno azzeccata una e dicono oggi il contrario di quello che sostenevano qualche mese fa”. Ha ricordato di aver previsto – unico o quasi – la crisi già in campagna elettorale, e di avere fatto immediatamente una Legge finanziaria triennale per stabilizzare i conti pubblici italiani, usando la prudenza del buon padre di famiglia. Tremonti ha spiegato come ha resistito in questi mesi a chi gli chiedeva di aumentare la spesa pubblica perché “il nostro è il paese con il terzo debito pubblico del mondo”, riuscendo – sono sempre sue parole – a differenza di altri Paesi, nella difficile impresa di non aumentare il debito pubblico per aiutare banche e banchieri.

Il potente superministro dell’Economia aveva effettivamente taciuto per molte settimane, ma il suo ministero aveva invece continuato a sfornare documenti e dati, assieme alla Banca d’Italia. E questo quadro di virtù descritte da Giulio Tremonti nel suo intervento di Rimini esce un po’ offuscato dalla lettura dei documenti firmati da Giulio Tremonti. Subito prima delle vacanze  la Camera dei Deputati ha approvato l’assestamento al bilancio di previsione 2009, cioè la versione “definitiva” della manovra finanziaria per il 2009, proprio quella che secondo Tremonti avrebbe “messo in sicurezza i conti pubblici italiani”. Leggendo qua e là si nota che,  rispetto alle previsioni di 9 mesi fa, il superministro ora stima circa 26,5 miliardi di minori entrate, 29,8 di entrate tributarie. Nella nota di accompagnamento al bilancio il ministro spiega la consistente variazione negativa con la correzione delle previsioni di entrata (formulate nel settembre 2008, basate su una stima di crescita del Pil del +0,5% e del Pil nominale del +2,9%) adeguandole alle stime attuali che prevedono una variazione negativa del Pil reale del -5,2% e di quello nominale del -3,9%.Niente male, per l’unico che aveva previsto la crisi.

Sempre sfogliando la documentazione prodotta durante il silenzio mediatico di Tremonti dal suo ministero, secondo l’analisi pubblicata ad agosto dal Dipartimento delle Finanze, il calo si deve all’IRES (imposta sulle società, la vecchia IRPEG) e soprattutto all’IVA, che ha incassato nel primo semestre 2009 5,89 miliardi di euro in meno, un calo dell’11,3%, mentre l’IRE (la vecchia IRPEF, quella che colpisce 40 milioni di contribuenti e i cui incassi totali sono garantiti all’80% del lavoratori dipendenti e pensionati) è rimasta sostanzialmente stabile. L’autorevole Tremonti non ha chiarito, nel meeting di Rimini, come sia possibile che l’Iva si riduca in modo più che proporzionale al livello del Pil e dei consumi e come si tutelino le famiglie con questa gestione delle entrate tributarie.

Ma è sul versante delle spese che Tremonti, quello che “ha resistito in questi mesi a chi gli chiedeva di aumentare la spesa pubblica”, regala interessanti sorprese. Rispetto alle previsioni di qualche mese fa, l’assestamento di bilancio fa emergere  maggiori spese per 11 miliardi di euro, di cui 5,1 miliardi di spese correnti aggiuntive: una mini-manovra finanziaria spiegata dal superministro con variazioni “connesse alle esigenze emerse dall’effettivo andamento della gestione”. Una spiegazione vaga, sul quale Tremonti non ha rilasciato al meeting di Rimini alcuna dichiarazione. Confrontando le sue previsioni dell’anno scorso con quelle attuali lo sfondamento della spesa è rilevante alla voce consumi intermedi, a cui all’aumento programmato un anno fa di 246 milioni sono seguiti aumenti di 4,65 miliardi, e alle altre spese correnti al netto degli interessi che invece dell’incremento previsto di 1,25 miliardi aumentano di 3,98 miliardi. Si tratta, guarda caso, del perno della manovra di contenimento delle spese varata lo scorso autunno, che si basava sui tagli lineari sui consumi intermedi e le altre spese correnti.

E l’analisi dei flussi di incassi e pagamenti dello stato del primo semestre 2009, reso noto a metà agosto nelle statistiche di Bankitalia sul fabbisogno e sul debito delle Pubbliche amministrazioni, ha messo in evidenza una vera esplosione delle spese correnti, che passano da 185,2 miliardi di euro del primo semestre 2008 a 201,3 miliardi di euro del primo semestre 2009, con un aumento di oltre 16 miliardi, quindi dell’8,7%. Interessante anche la differenza tra  le entrate tributarie e le spese correnti, ovvero il  saldo di parte corrente che – come Tremonti sa meglio di chiunque altro – è il vero segnalatore di efficienza gestionale perché indica la capacità dello Stato di far fronte alle sue spese di tutti i giorni (acquisto di beni e servizi, salari e stipendi,  pensioni, ecc…) con le entrate fiscali e tributarie. Questo saldo – che nel primo semestre 2008 (quando a Palazzo Chigi c’era Romano Prodi) era positivo per 0,8 miliardi di euro è diventato sotto l’accorta gestione del buon padre di famiglia Giulio Tremonti negativo, attestandosi a -21,4 miliardi di euro. Questo dato, secondo il comunicato dello stesso Ministero dell’Economia, non si deve all’andamento delle entrate, che tutto sommato – in termini di incassi – tengono, tenuto conto della pessima congiuntura. Il pesante deficit è dovuto all’esplosione della spesa pubblica corrente.

A coloro che speravano che il mese di luglio portasse buone notizie, il comunicato del Mef ha illustrato le tendenze in atto: nel mese di luglio 2009 si è registrato un fabbisogno del settore statale pari, in via provvisoria, a circa 4 miliardi, rispetto a un saldo positivo di 1.67 miliardi realizzato nel mese di luglio del 2008. Mentre nei primi sette mesi del 2009 si è registrato complessivamente un fabbisogno di circa 53,6 miliardi, superiore di circa 31,3 miliardi a quello dell’analogo periodo 2008 pari a 22,3 miliardi. Sono all’incirca 522 euro per ogni italiano, neonati e ultracentenari compresi, come è stato notato da qualcuno nel web. Mentre veniva applaudito a scena aperta dal meeting di Comunione e Liberazione, il ministro Tremonti ha dimenticato di spiegarci come questo sia compatibile con le sue rassicuranti dichiarazioni di “gestione sana del debito pubblico italiano”.

Giulio Tremonti è abile, intelligente. Ha accumulato in questi mesi un potere che dicono allarmi un po’anche il suo leader maximo. In diversi ambienti circola il suo nome come successore di Silvio Berlusconi. Serio, preparato, competente, dicono. Ha fatto un’infelice battuta sulla inopportunità in questo momento di riforme strutturali, quando ha detto: “Se trovate un anziano che muore di fame gli date da mangiare o dite che il futuro è nella concorrenza?” Il ministro sa bene che governare significa gestire le contingenze emergenti mentre si guarda al futuro, e che l’una cosa non esclude l’altra.  Quindi va perdonato per questa battuta. E proprio perché è intelligente, abile e destinato ad un brillante futuro guadagnato per la sua competenza e capacità, riflettendo sullo stato di conti pubblici italiani, alla vigilia di un autunno che si annuncia tempestoso, gli rivolgiamo la stessa osservazione da lui fatta nei confronti degli economisti: “Quello che colpisce è che non abbia mai chiesto scusa o detto: ho sbagliato. Hanno sempre sbagliato gli altri”.

     
 

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