Esteri

Rivoluzione nipponica, caos teutonico

31 agosto 2009

Dopo 50 anni un partito progressista ottiene una storica maggioranza al Parlamento giapponese. Una vittoria attesa ma dalle proporzioni inaspettate. In Germania la Cdu crolla alle amministrative. A 3 settimane dalle elezioni federali, la vittoria della coalizione borghese guidata dalla Merkel appare sempre meno scontata

DEM-NIPPON – Il dominio dei Liberaldemocratici , il punto di riferimento della galassia conservatrice del Sol Levante, è giunto alla fine. A parte una breve interruzione nel 1993, causata dalla scissione di un ex primo ministro poi confluito nei Democratici, il Jiminto, soprannome nipponico dei LibDem, ha sempre espresso il governo del Giappone. L’arrivo di Yukio Hatoyama al Kantei sulla scia di una nettissima affermazione elettorale rappresenta un evento sismico per un sistema politico dominato dall’immobilità, le cui uniche dinamiche consistevano nelle feroci guerre correntizie dei Liberaldemocratici. il presidente del Minshuto, il Partito Democratico del Giappone, Yukio Hatoyama aveva chiesto un cambiamento all’elettorato nipponico, che dopo molte illusioni nel recente passato ha concesso finalmente alle opposizioni progressiste la chance di tornare al potere dopo un lunghissimo esilio. Un successo che pochi mesi fa sembrava ancora in bilico, dato che uno dei creatori dei Democratici giapponesi, il presidente Ichiro Ozawa, si era dimesso perché uno dei suoi collaboratori era stato arrestato per aver ricevuto finanziamenti illeciti. Uno scandalo che sembrava poter frenare il crollo dei Liberaldemocratici, che hanno pagato le difficoltà dell’economia giapponese e hanno subito una clamorosa perdita dei seggi. I 117 stimati dalle proiezioni rappresentano il peggior risultato della storia, e sono pari a poco più di un terzo dei mandati ottenuti nel 2005. La recessione globale ha colpito duramente il Giappone, che ha avuto la peggior performance su base annuale tra i Paesi del G8. Solo l’ultimo trimestre ha dato qualche segnale di ripresa, ma il picco storico del tasso di disoccupazione e l’ormai diffusa insoddisfazione dell’elettorato nipponico hanno segnato la sorte dei Liberaldemocratici.

FRATELLANZA ECONOMICA – I Democratici giapponesi hanno fatto una campagna elettorale proponendo un obamiano cambiamento che sembra però scontrarsi con la realtà economica del Paese, fatta di debito pubblico e crescita stagnante, aggravata poi dal -11% del Pil nipponico del 2008. L’eredità liberista di Koizumi è stata attaccata dai vincitori delle elezioni, e scarsamente difesa dai Liberaldemocratici, che hanno tacciato di demagogia le costose promesse elettorali del Minshuto, ma hanno proposto un programma economico molto simile. Il debito pubblico rimane una grossa preoccupazione, aggravata dall’anzianità della popolazione giapponese, la più vecchia del mondo. I Democratici hanno proposto un generoso sussidio mensile per le coppie che fanno figli, ma non hanno aperto le porte all’immigrazione di lavoratori stranieri, che potrebbero finanziare il sempre più costoso sistema pensionistico. Hatoyama si è schierato contro l’eccessivo spazio dato al libero mercato, e ha contrapposto il fumoso concetto dello Yuai, traducibile come fratellanza, come risposta all’individualismo dell’epoca Koizumi, che può gioire per l’elezione del figlio. Per ora le urne gli hanno dato ragione in modo inaspettato regalando una maggioranza molto netta. Il raggiungimento della soglia dei 2/3 alla Camera dei Rappresentanti è ancora in bilico, ma il controllo della Camera dei Consiglieri da parte del centrosinistra rende il superquorum molto meno importante.

LUNGO TRAVAGLIO – Il Partito Democratico del Giappone arriva alla maggioranza nella decisiva Camera Bassa dopo aver già conquistato nel 2007 la Camera Alta, alla quale la Costituzione assegna un ruolo minore. L’allora leader democratico Ozawa aveva tentato di farsi eleggere con la maggioranza della Camera dei Consiglieri nel 2008, ma il blocco liberaldemocratico che controllava la Camera dei Rappresentanti aveva eletto invece primo ministro Taro Aso, che dopo 11 mesi lascerà la Kantei e la guida del Jiminto. Il lungo interludio che ha portato Hatoyama alla guida del Paese corrisponde al faticoso parto che ha dato vita al Partito Democratico. Il nuovo partito di maggioranza del Giappone è l’erede del variegato fronte di opposizione: ex boss dei Liberaldemocratici si sono uniti nel tempo ai liberali e ai socialdemocratici che hanno abbandonato nel corso degli anni ’90 le loro case per provare a scalfire il dominio del Jiminto. Un’operazione che assomiglia più a Kadima che al Pd italiano, e che sarebbe probabilmente arrivata al potere a inizio del secolo se non avesse trovato un leader popolare ed astuto come Koizumi. Il Giappone svolta a sinistra per la prima volta dopo gli incerti e brevi governi a guida socialista nati nel primo dopoguerra, e caduti dopo il ritorno al potere della classe aristocratica e borghese non compromessa con la Casa Imperiale sconfitta dagli americani. Il neo primo ministro Hatoyama ha definito il successo una rivoluzione, una conferma del ciclo politico mondiale favorevole alle forze progressiste, con la significativa eccezione dell’Europa.

2 commenti a Rivoluzione nipponica, caos teutonico

  1. Non so quanto i risultati locali possano scalfire il vantagigo elettorale nazionale della CDU: Angela Merkel è nettamente più popolare del suo stesso partito e il successo dello FDP sembra prestare validità alla tesi per cui i problemi della CDU nascono dallla diluizione d'immagine “moderata” data dalla sua partecipazione alla Grosse Koalition. un problema simile a quello della SPD, che però soffre una concorrenza molto più forte a sinistra. La Kamaika COalition sarebbe molto interessante…

  2. personalmente sogno una coalizione FDP+ Verdi, ma a orecchio, a quanto mi hanno detto i crucchi con i quali ho parlato le scorse settimane, il governo CDU/CSU + FDP è cosa praticamente fatta. E in ogni caso la SPD non ha praticamente possibilità tranne in una coalizione rosa-rosso-verde, (ammesso che i grunen ci stiano), che però suonerebbe come l'unione delle minoranze contro il leader preferito dagli elettori

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