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Esteridi Andrea Mollica
pubblicato il 31 agosto 2009 alle 09:42 dallo stesso autore - torna alla home

Dopo 50 anni un partito progressista ottiene una storica maggioranza al Parlamento giapponese. Una vittoria attesa ma dalle proporzioni inaspettate. In Germania la Cdu crolla alle amministrative. A 3 settimane dalle elezioni federali, la vittoria della coalizione borghese guidata dalla Merkel appare sempre meno scontata

ap 16592864 07580 Rivoluzione nipponica, caos teutonicoDEM-NIPPON – Il dominio dei Liberaldemocratici , il punto di riferimento della galassia conservatrice del Sol Levante, è giunto alla fine. A parte una breve interruzione nel 1993, causata dalla scissione di un ex primo ministro poi confluito nei Democratici, il Jiminto, soprannome nipponico dei LibDem, ha sempre espresso il governo del Giappone. L’arrivo di Yukio Hatoyama al Kantei sulla scia di una nettissima affermazione elettorale rappresenta un evento sismico per un sistema politico dominato dall’immobilità, le cui uniche dinamiche consistevano nelle feroci guerre correntizie dei Liberaldemocratici. il presidente del Minshuto, il Partito Democratico del Giappone, Yukio Hatoyama aveva chiesto un cambiamento all’elettorato nipponico, che dopo molte illusioni nel recente passato ha concesso finalmente alle opposizioni progressiste la chance di tornare al potere dopo un lunghissimo esilio. Un successo che pochi mesi fa sembrava ancora in bilico, dato che uno dei creatori dei Democratici giapponesi, il presidente Ichiro Ozawa, si era dimesso perché uno dei suoi collaboratori era stato arrestato per aver ricevuto finanziamenti illeciti. Uno scandalo che sembrava poter frenare il crollo dei Liberaldemocratici, che hanno pagato le difficoltà dell’economia giapponese e hanno subito una clamorosa perdita dei seggi. I 117 stimati dalle proiezioni rappresentano il peggior risultato della storia, e sono pari a poco più di un terzo dei mandati ottenuti nel 2005. La recessione globale ha colpito duramente il Giappone, che ha avuto la peggior performance su base annuale tra i Paesi del G8. Solo l’ultimo trimestre ha dato qualche segnale di ripresa, ma il picco storico del tasso di disoccupazione e l’ormai diffusa insoddisfazione dell’elettorato nipponico hanno segnato la sorte dei Liberaldemocratici.

FRATELLANZA ECONOMICA – I Democratici giapponesi hanno fatto una campagna elettorale proponendo un obamiano cambiamento che sembra però scontrarsi con la realtà economica del Paese, fatta di debito pubblico e crescita stagnante, aggravata poi dal -11% del Pil nipponico del 2008. L’eredità liberista di Koizumi è stata attaccata dai vincitori delle elezioni, e scarsamente difesa dai Liberaldemocratici, che hanno tacciato di demagogia le costose promesse elettorali del Minshuto, ma hanno proposto un programma economico molto simile. Il debito pubblico rimane una grossa preoccupazione, aggravata dall’anzianità della popolazione giapponese, la più vecchia del mondo. I Democratici hanno proposto un generoso sussidio mensile per le coppie che fanno figli, ma non hanno aperto le porte all’immigrazione di lavoratori stranieri, che potrebbero finanziare il sempre più costoso sistema pensionistico. Hatoyama si è schierato contro l’eccessivo spazio dato al libero mercato, e ha contrapposto il fumoso concetto dello Yuai, traducibile come fratellanza, come risposta all’individualismo dell’epoca Koizumi, che può gioire per l’elezione del figlio. Per ora le urne gli hanno dato ragione in modo inaspettato regalando una maggioranza molto netta. Il raggiungimento della soglia dei 2/3 alla Camera dei Rappresentanti è ancora in bilico, ma il controllo della Camera dei Consiglieri da parte del centrosinistra rende il superquorum molto meno importante.

LUNGO TRAVAGLIO – Il Partito Democratico del Giappone arriva alla maggioranza nella decisiva Camera Bassa dopo aver già conquistato nel 2007 la Camera Alta, alla quale la Costituzione assegna un ruolo minore. L’allora leader democratico Ozawa aveva tentato di farsi eleggere con la maggioranza della Camera dei Consiglieri nel 2008, ma il blocco liberaldemocratico che controllava la Camera dei Rappresentanti aveva eletto invece primo ministro Taro Aso, che dopo 11 mesi lascerà la Kantei e la guida del Jiminto. Il lungo interludio che ha portato Hatoyama alla guida del Paese corrisponde al faticoso parto che ha dato vita al Partito Democratico. Il nuovo partito di maggioranza del Giappone è l’erede del variegato fronte di opposizione: ex boss dei Liberaldemocratici si sono uniti nel tempo ai liberali e ai socialdemocratici che hanno abbandonato nel corso degli anni ’90 le loro case per provare a scalfire il dominio del Jiminto. Un’operazione che assomiglia più a Kadima che al Pd italiano, e che sarebbe probabilmente arrivata al potere a inizio del secolo se non avesse trovato un leader popolare ed astuto come Koizumi. Il Giappone svolta a sinistra per la prima volta dopo gli incerti e brevi governi a guida socialista nati nel primo dopoguerra, e caduti dopo il ritorno al potere della classe aristocratica e borghese non compromessa con la Casa Imperiale sconfitta dagli americani. Il neo primo ministro Hatoyama ha definito il successo una rivoluzione, una conferma del ciclo politico mondiale favorevole alle forze progressiste, con la significativa eccezione dell’Europa.

afp 16568930 38510 Rivoluzione nipponica, caos teutonicoCROLLO MERKEL – In Germania tre Parlamenti regionali sono stati rinnovati, a sole 4 settimane dalle elezioni federali. I sondaggi nazionali, che attualmente rilevano una maggioranza della forze borghesi, la Cdu della Merkel e i liberali ora all’opposizione ma promessi sposi della Bundeskanzlerin, sono stati smentiti dalle urne. In Sassonia, roccaforte conservatrice dell’ex DDR, il partito dell’attuale cancelliera ha tenuto, ma in Saarland e in Turingia il tonfo è stato clamoroso. Nei due Bundesländer la Cdu esprimeva la maggioranza, ma l‘arretramento di oltre 10 punti costringerà i conservatori a cercare un’alleanza per proseguire il governo. In Thüringen non è improbabile un’alleanza Spd-Verdi con l’appoggio della Die Linke, partiti che potrebbero formare una coalizione gravata però da un significativo problema. La formazione ex comunista governa alcuni Länder insieme alla Spd nell’ex Germania Est, ma sempre come junior partner. In Turingia sembra improbabile che la Spd possa concedere il primo presidente ex comunista di un Bundesland a poche settimane dal voto nazionale. La prassi impone però al partito più votato della maggioranza l’espressione del primo ministro, e questa consuetudine costituzionale è sempre stata rispettata in 60 anni di Repubblica federale. Ancora più complessa la situazione in Saarland, dove un’affluenza boom ha decretato il trionfo di Oskar Lafontaine, l’ex leader della Spd che ha fondato la Die Linke dopo la sua uscita dalla socialdemocrazia. Lafontaine, in passato presidente della Saarland, ha portato il suo partito ad un clamoroso 21%, di gran lunga il miglior risultato mai ottenuto dai post-comunisti fuori dalla fu DDR. La Spd potrebbe così governare con un’alleanza rosso-rosso-verde, ma ciò non è mai successo in nessun Bundesland dell’Ovest. Un passo clamoroso, che avrebbe un’eco fortissima sulle prossime elezioni federali, e lo psicodramma dell’Hessen, quando una parte della Spd si rifiutò di governare con la Die Linke, pone più di un’ombra su questa prima volta. La Cdu, che in Saarland governava da sola, potrebbe esprimere ancora il ministro presidente solo se riuscisse ad allearsi coi liberali e coi verdi, tentando così per la prima volta la Jamaika Koalition (dai colori della bandiera di Usain Bolt)a livello regionale. Una soluzione possibile anche in Turingia.

CAOS FEDERALE – Le regionali aprono un infuocato mese di settembre, che vedrà la campagna elettorale per il rinnovo del Bundestag affiancarsi a complesse trattative tra i partiti per far nascere i governi regionali, trattative dove i quartier regionali berlinesi vorranno esprimere i loro diktat. Le urne hanno inoltre cancellato la maggioranza Cdu-Fdp che governava il Bundesrat, la Camera Alta non elettiva che ha il compito di approvare le leggi nazionali di interesse locale. Un trauma per la Merkel, che sperava di ottenere anche per il Parlamento federale una maggioranza giallo-nera. I liberali confermano i valori ottimi dei sondaggi e ottengono la palma di vincitori, ma i buoni risultati ottenuti vanno a scapito del blocco borghese formato con la Cdu. I socialdemocratici non escono dal coma, ma possono ancora sperare in un recupero, anche se meno clamoroso rispetto al 2002 e 2005, per fermare la corsa della Merkel, od eventualmente costringerla ad una nuova Große Koalition. Se un’alleanza con Verdi e post comunisti è da escludere per il governo federale, un buon risultato della socialdemocrazia potrebbe, forse, indurre al tradimento i liberali, che da mesi chiedono alla Cdu un’esplicita promessa, mai ottenuta, sulla futura coalizione di governo. Il sistema politico tedesco è riuscito sempre ad esprimere un’invidiabile stabilità grazie al ruolo perno dei due partiti popolari, conservatori e socialisti, nella formazione delle maggioranze parlamentari. Il rafforzamento di Verdi e Liberali e la stabilizzazione della Die Linke su elevati valori rende però sempre più difficile raggiungere il 50%+1 dei seggi del Bundestag. Tra coalizione Giamaica o coalizione semaforo, la sera del 27 settembre ci vorrà molta immaginazione per capire il nuovo governo del Paese più importante dell’Unione Europea.

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