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Marco Travaglio e la querela di Grazia Graziadei

Oggi Libero ci racconta la storia della querela di Grazia Graziadei, giornalista del Tg1, nei confronti di Marco Travaglio, editorialista del Fatto. La pietra dello scandalo è un servizio del Tg1 del luglio 2010 che illustrava i costi delle intercettazioni telefoniche effettuate dalle varie procure della Repubblica italiana:

Ieri sera al Tg1, per supportare le balle del Banana al Tg4 sulle intercettazioni, ha sparato cifre a casaccio spacciandole per “dati ufficialidel ministero della Giustizia”. L’attacco del servizio è di quelli che spaventano: “Chissà quanti di noi sono stati intercettati in questi anni…”. Poi ecco il dato farlocco: “I bersagli messi sotto controllo ogni anno sono 130 mila e chi ha parlato con questi è stato anch’egli ascoltato. Dunque i 130 mila devono essere moltiplicati e si arriva a milioni di italiani”. Balle sesquipedali: i 130 bersagli non corrispondono al numero degli utenti, ma delle utenze intercettate (ciascun italiano possiede diversi apparecchi e schede), e non basta: ogni utenza può essere ascoltata per 20 giorni al massimo, poi per proseguire occorrono le proroghe. Dunque i 130 mila vanno divisi per il numero delle utenze e delle proroghe. Si arriva così a 15-20 mila persone intercettate l’anno. Altro che 4 milioni. Truffaldine anche le cifre sulle spese per intercettare (170 milioni all’anno, 4-600 milioni di debiti con le società telefoniche e con quelle addette alle intercettazioni): basterebbe che lo Stato imponesse alle compagnie dl svolgere il servizio gratis (come in Francia e in Germania) e acquistasse le apparecchiature in proprio anziché noleggiarle da privati, per spendere quasi zero. Ridicolo poi l’ultimo “dato” della Graziadei: “Via Arenula fa sapere che sono pochissime le inchieste di mafia basate solo su intercettazioni”. Sarebbe interessante sapere quante sarebbero finite nel nulla se non si fossero avvalse “anche” di intercettazioni. Ma, per saperlo, ci vorrebbe un telegiornale. Pretesa assurda, trattandosi del Tgl.

Secondo Libero la storia è andata così:

Frase che secondo il gup diRoma era effettivamente diffamatoria: «risulta trascendere il diritto di cronaca e di critica giornalistica e il correlato parametro della cosiddetta continenza in quanto aggettivare come truffaldine informazioni riscontrabili come reali (…), appare una illegittima distorsione del diritto di cronaca e di critica e quindi appare integrare plausibilmente una ipotesi di diffamazione a mezzo stampa ai danni di Graziadei Grazia». Dunque ilmagistrato riconosceva che Travaglio aveva compiuto un reato, e in barba all’obbligatorietà dell’azio – ne penale, lo assolveva perché proprio quella frase non era stata citata ad esempio nella richiesta del pm (che ovviamente allegava l’intero breve articolo citandone ad esempio altri passi).

Ora la Cassazione scrive la parola fine (provvisoriamente) sulla vicenda:

La Cassazione ha tirato le orecchie al giudice così tenero con Travaglio: «effettivamente incorso in un errore di interpretazione del capo di imputazione », facendo notare che il pm aveva ritenuto diffamatorio l’in – tero articolo, citandone «fra l’al – tro» alcune frasi. Illegittimo quindi il non luogo a procedere nei confronti di Travaglio e Padellaro, tanto più che il gup stesso aveva individuato passaggi diffamatori dell’articolo. Risultato: il processo riprenderà dall’inizio davanti a un altro giudice.

Attendiamo il responso del nuovo giudice.