Nell’esercito israeliano c’è chi ripudia l’obbedienza agli ordini. Perché ha visto cose che non gli è piaciuto vedere. Per pacifismo. Oppure per difendere le colonie
“Noi, ufficiali e soldati riservisti membri di unità combattenti dello Tzahal (Forze Armate israeliane ndr) , cresciuti secondo i principî del sionismo, dell’abnegazione e della devozione al popolo e allo Stato di Israele, noi che abbiamo sempre operato sulla linea del fronte e che siamo stati i primi a compiere qualsiasi missione(…)”, “(…)
Abbiamo prestato il nostro servizio di riservisti in tutti i territori occupati e ci sono stati impartiti ordini che non avevano niente a che fare con la sicurezza dello Stato di Israele, e il cui unico scopo era la prosecuzione della nostra dominazione sul popolo palestinese; noi, che siamo stati testimoni oculari dei bagni di sangue che l’occupazione reca ad entrambe le parti coinvolte; (…)”, “(…) Noi che sappiamo che i Territori non sono Israele, e che alla fine tutte le colonie dovranno essere evacuate. Noi con la presente dichiariamo che non combatteremo più una guerra a sostegno degli insediamenti nei Territori.(…)”, “(…) Non combatteremo più al di là delle frontiere del 1967 per dominare, scacciare, affamare e umiliare un intero popolo (…)”.
Sono frasi che fanno parte della famosa lettera sottoscritta da 53 riservisti dell’esercito israeliano, pubblicata a pagamento sul quotidiano Ha’aretz il 25 gennaio 2002. Con quella missiva nasce il movimento “Courage to Refuse” che riunisce un gruppo di riservisti della IDF (Forze di Difesa di Israele). I Refunesiks, come vengono chiamati in seguito, affermano di voler continuare a difendere Israele all’interno del suo territorio ma non al di fuori di esso. In Israele scoppia lo scandalo.
MI RIFIUTO! - In realtà, non è la prima volta che in Israele i soldati si rifiutano di perpetrare azioni armate
che non condividono. Yesh Gvul (C’é un limite), è fondato in risposta all’invasione israeliana del Libano nel 1982. Molti soldati si rifiutano di prestare servizio, giudicando la campagna libanese come un atto d’aggressione in piena regola. 168 membri delle forze armate sono incarcerati, alcuni ripetutamente. Nel 1987 ha inizio l’Intifada palestinese e con essa una nuova ondata di rifiuti. Più di 200 soldati israeliani incarcerati, tra loro molti ufficiali. C’è poi la storia di Adam Keller, un caporale riservista che nel 1988 viene condannato a tre mesi di carcere per “insubordinazione” e “propaganda nociva per la disciplina militare”. Il suo caso suscita un gran dibattito in Israele. Keller disegna graffiti su 117 carri armati. Le sue opere riportano frasi come “I soldati delle IDF, rifiutano di essere occupanti e oppressori, si rifiutano di servire nei territori occupati!” oppure, “Basta occupazione!”. Keller rischia sei anni di carcere, ma se la “cava” con molto meno. Il caporale diventa poi attivista di Yesh Gvul.Oggi Yesh Gvul sostiene il movimento dei Refuseniks attraverso manifestazioni di protesta sotto le prigioni militari dove sono posti in stato d’arresto, o dando consulenza ai soldati che sono nel limbo delle scelte: servire un esercito d’occupazione, servire l’esercito ma non nei territori palestinesi o rifiutare del tutto la vita militare.
NO, IL DIBATTITO NO! - Le opinioni in merito al rifiuto sono diverse. C’è anche una parte dell’esercito israeliano, storicamente legata alla destra ultraortodossa, che si rifiuta di obbedire agli ordini di smantellamento delle colonie in Cisgiordania e Gaza (disimpegno avvenuto nell’estate del 2005). Sostengono che rimuovere gli insediamenti è illegale. Nel giugno del 2005 un gruppo chiamato “Mateh Chomat Magen” (contro il disimpegno), pubblica una lettera con le firme di 10mila soldati. Una petizione contraria allo smantellamento delle colonie. La petizione, a detta dei promotori, è arrivata a 30mila firme.Il problema come spesso accade diventa politico. Quasi tutti i partiti in Israele condannano il rifiuto, soprattutto di carattere ideologico, come forma antidemocratica e pericolosa. Il movimento dei Refuseniks, spalleggiato da Yesh Gvul, si colloca all’interno della sinistra israeliana più radicale. Il partito laburista, invece, lo condanna, dichiarando di comprendere i motivi della protesta, ma dichiarando anche – attraverso esponenti di spicco - che i metodi per esprimere il dissenso sono sbagliati e che possono indurre a giustificare il rifiuto di matrice destrorsa di bloccare gli smantellamenti delle colonie.
STORIE DI ORDINARIO RIFIUTO - La vita del Refusenik in Israele è molto dura. Chi ha la fortuna di non andare in carcere deve comunque rapportarsi con una società completamente militarizzata. In Israele 2,5 milioni di persone su 7 milioni di abitanti sono arruolabili o assegnate alle unità di riserva. Ho incontrato e intervistato Yonathan Shapira, ex pilota d’aviazione e uno dei promotori della lettera dei riservisti: “Quando ho capito che più del 50% dei morti causati dalle nostre azioni erano civili innocenti ho deciso di fermarmi. Non potevo più sopportare che il mio paese facesse una cosa del genere. La mia società vive in uno stato di psicosi mascherata dal problema della sicurezza”. In merito alla vita da civile mi dice: ”Io sono un pilota d’elicotteri. Da quando sono un refusenik, non riesco più a trovare lavoro. Prima non avevo mai avuto problemi del genere”. Oggi Shapira gira per il mondo raccontando la sua esperienza e lavorando a stretto contatto con i palestinesi.
(le foto sono state scattate dall’autore durante i suoi viaggi in Palestina)
Link correlati:
http://www.yeshgvul.org/index_e.asp
http://www.gush-shalom.org/
http://www.haaretz.com/


























Questo articolo è stato segnalato su ZicZac.it….
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I refunesiks sono un seme di speranza per chi vuole la pace, così come i veterani americani delle guerre in Iraq ed Afghanistan. A tal proposito vi volevo segnalare questo: https://ivaw.org/wintersoldier
Grazie Khaldoun. Andrò a visitarlo per documentarmi ancora di più.
Un articolo davvero ben scritto. Un grazie a Alessandro e in generale al sito giornalettismo che tenta davvero di guardare la realtà con occhi “altri” al di là dei pregiudizi e delle solite falsità.