A trent’anni esatti dall’allargamento della politica del figlio unico a tutto il territorio nazionale, in Cina sembra sia giunto il momento di una inversione di tendenza nel controllo del numero delle nascite
La Cina fa dietrofront nella politica demografica? A Shanghai già da qualche tempo è consentito alle coppie che sono in possesso di particolari requisiti di mettere al mondo un secondogenito. Il rapido invecchiamento della popolazione e la rilevante contrazione della manodopera sono i sintomi che hanno determinato la scelta di cominciare ad ammorbidire la politica delle restrizioni delle nascite. Nella Cina di oggi, infatti, succede che molti lavoratori sono in procinto di andare in pensione e che non si sa bene in che misura la forza-lavoro emergente sia capace di sostituirli. A Shangai il fondo pensioni della città è già oggi costretto a versare molto più di quanto non riesca ad incassare dai lavoratori.
Come fare? La scelta di porre fine ad una delle più controverse ed invadenti politiche del partito comunista appare, quindi, oggi, più che mai necessaria. Via, dunque, a campagne informative rivolte ai genitori, affinché verifichino se sono idonei o meno ad avere un secondo bambino, e via ai dibattiti interni al Partito Comunista sulla questione. Il problema non è locale. Anche Pechino, dal 2001, quando dovrà svelare il suo piano quinquennale per lo sviluppo del Paese, in quanto a controllo demografico, potrebbe seguire le orme di Shangai. Lo rivela Zhou Haiweng, un esperto di demografia che lavora presso l’accademia delle Scienze Sociali di Shangai, uno dei think tank del governo: “La leadership si rende conto del problema. In Cina, la maggior parte degli esperti ha già suggerito il cambiamento. Vi è convergenza massima tra gli studiosi della materia. Pensiamo che nel corso del dodicesimo piano di cinque anni ci sarà sicuramente qualche cambiamento in questa politica”. E sono i numeri a confermare quelle parole: se la politica del figlio unico da un lato ha consentito il blocco delle fughe della popolazione e una crescita della popolazione in condizioni di maggior benessere, oggi più del 20% della popolazione di Shangai è superiore ai 60 anni e questa proporzione è destinata a raddoppiare entro il 2050. Il tasso di natalità è fermo a 0,88 per donna, meno della metà della media nazionale ed è addirittura inferiore rispetto a società in rapida maturazione come Giappone e Corea del Sud.
L’inversione di tendenza arriva troppo tardi? Il rischio di una risposta affermativa a questa domanda c’è. La Cina potrebbe pagare dure conseguenze in futuro. Gran parte del paese, infatti, non ha assicurazione pensionistica, e in luoghi come Shangai, con i conti già in rosso, negli anni a venire la situazione potrebbe diventare drammatica. A livello nazionale, tra vent’anni ci saranno solo 1,6 adulti in età lavorativa per ogni pensionato, in calo di oltre sette rispetto al 1979, anno di introduzione della politica del figlio unico in maniera organica in tutta la Cina. Oltretutto, i lavoratori cinesi, nonostante il boom economico degli ultimi anni, non sono riusciti ad ottenere condizioni economiche migliori di quelle dei lavoratori delle altre economie sviluppate. Il reddito medio annuo è basso, si aggira intorno ai 5.000 dollari. Meno ricchi e problemi demografici più gravi. Finora a Pechino si sono più volte impegnati per introdurre un programma pensionistico nazionale, senza venirne a capo: “partorirne uno” (mai termine più azzeccato!) che si prenda cura del crescente numero di anziani senza sovraccaricare eccessivamente figli e nipoti sembra essere un’impresa titanica.
In ogni caso l’iniziativa di Shangai seppur positiva, stenta a decollare (le coppie che han messo al mondo un secondo figlio sono state solo 5.600 nel 2005 e oltre 7.000 nel 2007 su una popolazione totale di 19 milioni di abitanti). E troppo spesso le coppie che hanno i requisiti per avere un secondo figlio, come quelle composte da entrambi i coniugi figli unici (le giovani coppie dei nati dopo il 1979) non hanno intenzione di un secondogenito. Le coppie, invece, non idonee, ma che vorrebbero fare questo tipo di esperienza, sono scoraggiate dalle pesanti sanzioni che sarebbero costrette a pagare. Si cambia, ma senza fretta.




Per non parlare del fatto che molte coppie per un fatto culturale, potendo avere solo un figlio, hanno preferito avere un maschio, evitando di far nascere femmine indesiderate.