Giornalettismo estate

La Consob e quei sussidi mascherati alla stampa

20 agosto 2009

Il presidente Cardia ha vinto la sua battaglia: dopo aver minacciato di andarsene dalla Consob, è stato ripristinato l’obbligo di comunicazione sui giornali delle informazioni sulle società quotate. Un favore agli editori mascherato da servizio di pubblica utilità

…Oppure vado ar Colosseo e me butto de sotto”. Vedere prima metaforicamente gli operai dell’Insee e poi le guarde giurate che seguono l’esempio di Alberto Sordi in “Un americano a Roma”, che minaccia di buttarsi di sotto dal monumento se non lo mandano negli Stati Uniti, non deve stupire più di tanto. Soprattutto quando a dare l’esempio non sono soltanto gli operai, ma persino i presidenti delle Commissioni nazionali di vigilanza sulla Borsa. E’ infatti un po’ una scenetta alla Alberto Sordi quella che ha visto di recente protagonista Lamberto Cardia, che da tempo siede in prorogatio (quasi) sine die sulla poltrona della vigilanza di Piazza Affari, ma il 27 giugno scorso ha deciso di dimettersi. Il motivo di cotanto gesto suicida (soprattutto in Italia, dove l’istituto delle dimissioni è alquanto in disuso) risiede in una polemica che da un po’ di tempo il presidente di Consob portava avanti nei confronti degli altri commissari che si trascinava da mesi e riguardava l’ obbligo di pubblicazione delle comunicazioni che riguardano la vita delle società quotate e delle compagnie di gestione del risparmio.

La Consob, nel recepire la direttiva europea “transparency” aveva deciso che gli avvisi societari – ad esempio convocazioni di assemblee, prospetti informativi, pubblicità di documenti contabili e la quotazione dei fondi comuni – avessero Internet come mezzo di diffusione principale. Ogni documento che aveva l’ obbligo di essere pubblicato sulla carta stampata avrebbe avuto tempi di “migrazione” sulla rete diversi. Ma comunque, trascorso un periodo di transizione di due anni, le società avrebbero del tutto evitato il passaggio della pubblicazione su carta. La decisione arrivava anche per recepire un “consiglio” arrivato persino dall’organo di coordinamento delle vigilanze sui mercati europei. E soprattutto, aveva un preciso risvolto economico: avrebbe significato la fine della pubblicazione sulla cosiddetta stampa specializzata (Il Sole 24 Ore, Milano Finanza, Finanza e Mercati) di questi avvisi, con conseguente perdita degli emolumenti che da essi a questa stampa derivavano. Un sussidio bello e buono ai giornali che passava sotto forma di obbligo di informazione, assolutamente inutile tra l’altro: per caso qualcuno di voi ha mai sottoscritto un aumento di capitale perché convinto dalla lettura del prospetto informativo pubblicato sul Sole? Per caso qualcuno di voi è stato avvertito dell’imminente assemblea di Telecom dalle pubblicità su MF, e non dagli articoli di giornale che la preannunciavano o dalla sua (eventualmente) buona memoria? Insomma, l’obbligo di pubblicità era una furberia inutile che poteva benissimo essere eliminata con l’utilizzo delle nuove tecnologie.

E invece no. Non appena il pericolo che il regolamento venisse posto in attuazione è diventato serio, è cominciata la pressione della Federazione italiana degli editori di giornali (Fieg), la quale ha messo in atto una serie di tentativi per ritardarne l’attuazione. Con motivazioni che sfioravano il ridicolo: “Internet non è appannaggio di tutta la popolazione, visto che solo il 40% degli italiani possiede una connessione”, facevano sapere gli editori. I quali, però, si dimenticavano di ricordare che secondo i loro stessi dati a leggere un quotidiano in Italia è solo il 9% della stessa popolazione. L’Assonime (la rappresentante delle società quotate) ha svolto il suo lavoro di contro-lobbying e il provvedimento è passato. Ma a quel punto è arrivato Alberto Sordi, pardon: Lamberto Cardia. Il presidente ha annunciato che si sarebbe dimesso, invitando piuttosto rumorosamente il governo a intervenire nella questione con una legge che annullasse la decisione degli altri commissari. I motivi che hanno spinto Cardia alla mossa sono chiari e semplici: la stampa, tanto vituperata per la sua incapacità di influenzare il grande pubblico a causa della sua scarsa diffusione, è però ancora molto letta dalla classe dirigente del paese. E si sa, avere una “buona stampa” può essere decisivo per i personaggi che ricoprono ruoli istituzionali, specialmente quando quei ruoli, dopo una proroga contestata, sono ormai in scadenza. Cardia si dimette, il governo respinge le dimissioni e subito dopo vara un decreto apposito per ripristinare l’obbligo tolto il 31 marzo scorso.

5 commenti a La Consob e quei sussidi mascherati alla stampa

  1. maria teresa

    “Il motivo di cotanto gesto suicida (soprattutto in Italia, dove l’istituto delle dimissioni è alquanto in disuso)”

    Infatti non faceva mica sul serio…ma non era più deivertente se lo facevano cadere invece di fermarlo?

    Certo che, tralasciando l’episodio contingente con il quale l’informazione c’entra poco,riuscire ad incrementare il potenziale della comunicazione dal 9 al 40% della popolazione sarebbe un passo avanti notevole, se veramente quel 40% degli italiani usasse internet per leggere.

  2. Nell’elenco della stampa hai dimenticato La Repubblica (ci pubblica la mi’ banca, e guai a eccepire che casomai ha più senso il sole24ore…). Lasciamo stare poi l’utilità di questa bischerata una volta che esistono gli avvisi di borsa, le agenzie, il sistema NIS…

  3. ma La Repubblica ha pubblicato un articolo critico sulla storia (quello di Penati). Il pluralismo, ecco cos’è. Su Giornalettismo non ve l’avrei mai fatto pubblicare!!1!

  4. Ah LaRepubblica sputa sul proprio piatto?

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