In quest’anno ci siamo spesso occupati della necessità di fare riforme strutturali, denunciando l’inazione del governo Berlusconi su questo fronte. Tra le tante, si è spesso ragionato su quella del sistema pensionistico, soprattutto a partire dall’autunno. Oggetto delle nostre critiche il ministro Sacconi, molto restio (per usare un eufemismo) ad affrontare l’argomento.
Adesso, meglio tardi che mai, è proprio dal suo ministero che si affronta la questione. Il Rapporto del Nucleo di Valutazione della Spesa Previdenziale del Ministero del Lavoro, che analizza l’andamento della spesa pensionistica dal 1989 al 2007, scrive nero su bianco che “il sistema pensionistico pubblico, nonostante i numerosi interventi correttivi, presenta un consistente deficit annuale”. Un deficit di 7,2 miliardi di euro nel 2007, senza contare i 31 miliardi di ulteriori trasferimenti dello Stato per gli interventi Assistenziali. E il disavanzo sarebbe anche destinato a peggiorare rapidamente, sempre secondo il rapporto del ministero.
Attenzione però: non tutte le gestioni sono in deficit. Quella dei lavoratori dipendenti del settore privato non presenta particolari problemi, anzi nel 2006-2007 è in avanzo gestionale. Tengono ancora quelle di artigiani e commercianti, anche se il “saldo contributivo” è in progressivo deterioramento perché ad essi si applica tuttora il metodo retributivo, anziché quello contributivo. Grossi squilibri si registrano nelle pensioni dei dipendenti pubblici (un disavanzo complessivo pari a circa il 20% della spesa per pensioni annualmente erogata) e nel comparto del lavoro autonomo, la cui gestione è ampiamente e strutturalmente deficitaria (le entrate contributive coprono meno di 1/3 della spesa complessiva). Un presente tutt’altro che roseo.
Per il futuro il Nucleo dice che “gli effetti della recessione in atto determineranno un incremento del rapporto fra spesa pensionistica e Pil di circa il 10% nel triennio 2008-2010” Sono circa 1,4 punti percentuali di Pil. “Per mantenere stabile il rapporto tra spesa pensionistica e prodotto interno lordo l’economia italiana dovrebbe avere un tasso di crescita reale pari all’1,8% annuo”. Un tale livello “strutturale” di crescita in Italia non si registra da tempi lontanissimi, e quindi sembra piuttosto difficile da realizzare nei prossimi anni. A meno di non pensare a profondissime riforme strutturali, ad una ripresa dell’espansione demografica, e a molto altro.
Invece, nel triennio 2008-2010 la Ruef (cioè, lo stesso governo italiano che dice che tutto va bene) prevede una flessione del Pil pari al -1,6% medi annuo. Calcolatrice alla mano, è “un differenziale di 3,4 punti percentuali rispetto al tasso necessario (1,8%)“. Il processo di risanamento delle finanze pubbliche, conclude il rapporto, diventa “quanto mai necessario” e “passa sicuramente tramite un processo di razionalizzazione del sistema pensionistico in linea con gli interventi di riforma sinora adottati” che “non sono riusciti a tradursi in un miglioramento del rapporto tra la spesa pensionistica e il Pil a causa della modesta crescita economica registrata a partire dal 2001”
Un così lucido e duro atto di accusa contro l’inazione del governo fatto dal governo dovrebbe soddisfarci, avendo detto e ridetto (assieme a pochi – certamente più autorevoli – altri) queste cose da mesi, ricevendo spesso in cambio delle insolenze o degli insulti. Invece, non c’è nulla da ridere. Si spera solo che l’ottimo ministro Sacconi, quando avrà finito le sue meritatissime e prolungate vacanze, si decida ad ammettere, visto che ora è il suo stesso ministero a dirlo, che è arrivato il momento di fare qualcosa, ovviamente tenendo conto delle diverse situazioni di categoria. Intervenendo a partire dagli squilibri più gravi e sulla sostenibilità di lungo periodo.
Scontando il fatto che fare – davvero – riforme necessarie e dolorose non è lo stesso che fare dichiarazioni di ottimismo, battute di spirito o minimizzare i problemi. Per quello ci sono i comici, non gli uomini di governo.
























Ciao Carlo
quali sarebbero le possibili strade da percorrere nel settore pubblico? [a parte evitare di mandare in pensione chi non ne ha diritti alcuni e magari evitando di versare pensioni d'oro a chi ha versato contributi nulli in rapporto al quello che percepirà!!]
Nel settore autonomo il disavanzo entrate/uscite così deficitario dipende dal fatto che la gestione prevedeva (almeno fin quando ricordo io) versamenti pensionistici risibili??? Ma la pensione ricevuta da chi ha versato quel tipo di contributi non è legata al versamento stesso? A tutt’oggi continuano i contributi pensionistici degli autonomi continuano ad essere risibili?
Un caro abbraccio, Lisa
quali categorie sono comprese nel lavoro autonomo?
@Lisa72:
Ti rispondo al netto delle tantissime norme esistenti, alcune delle quali potrei non aver preso bene in considerazione.
In generale, senza entrare in eccessivi tecnicismi da esperto di diritto del lavoro (che non sono), si può dire che:
PENSIONI PUBBLICHE
anche se diverse riforme negli anni scorsi hanno avviato un processo di omogeneizzazione e armonizzazione tra il regime pensionistico del settore pubblico (gestito dall’INPDAP) e quello privato, il pubblico gode ancora (anche se molto meno di un tempo, ma solo per chi è stato assunto da una certa data, mi sembra il 1993 o forse qualche anno prima) di “vantaggi” rispetto al privato in termini di:
a. requisiti anagrafici e contributivi per la pensione di vecchiaia
b. utilizzo del sistema retributivo (calcolo pensione rispetto a stipendio) anziché contributivo (in base ai versamenti)
c. possibilità di ricorrere al pensionamento anticipato, che per chi è stato assunto prima del 1993 è un bel regalo, non valendo il “vincolo” dei 35 anni di contribuzione
Molti esperti hanno fatto più di una proposta per riformare il sistema nel senso che ho accennato qui. Certo, qui il “peso del passato” e dei cosiddetti “diritti acquisiti” è forte. Ma io direi che va fatto tutto quello che serve per equiparare i lavoratori del pubblico a quelli privati.
LAVORO AUTONOMO:
Sì. Il rapporto del nucleo, linkato nell’articolo, espone chiaramente la tesi che l’aliquota contributiva per molti lavoratori autonomi è ancora ben lungi dall’essere analoga a quella dei lavoratori dipendenti, e i “rendimenti” sono più alti.
@Sbronzo di Riace:
artigiani, commercianti e coltivatori diretti, clero, professionisti e parasubordinati. Spero di non aver dimenticato nessuno.
@In generale:
c’è un generale consenso degli “esperti” sulla necessità di accelerare la transizione al sistema pensionistico contributivo introdotto dalla riforma Dini del 1996, rendendolo al contempo in grado di adattarsi automaticamente all’evoluzione della longevità, sottraendo dunque le sue regole attuariali alla discrezionalità dell’operatore pubblico. E sulla necessità di equiparare tutti i lavoratori alle stesse regole. Si tratta di intaccare parecchie “rendite di posizione”. Si tratta di VOLERE fare le cose (che, me ne rendo conto, non creerebbero consenso. Ma governare significa anche scegliere cure “dolorose”)
C.
@Carlo: Grazie ^_^
( il link non lo ho aperto perché
1. nota per Just: non so se sia un problema del mio monitor ma il colore dei link non sempre risalta rispetto al testo
2. sono sicura che mi sentirei come quello che cerca l’ago nel pagliaio senza avere neanche una calamita… ;D
)
Per essere credibile qualsiasi taglio alle pensioni, dovrebbero iniziare con tagliare e anche sostanziosamente quelle dei parlamentari, poi quello dei grossi dirigenti statali, a scendere, mentre invece si tagliano solo quelle degli operai e degli impiegati che già così non riescono a sopravvivere…