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Il calcio ruba soldi allo Stato?

Ma è vero che il calcio prende soldi pubblici dallo Stato? Proprio no, e ce lo spiega Filippo Grassia sul Giornale. Il quotidiano spiega che il calcio è una delle industrie più importanti d’Italia:

Nel suo insieme il pallone fattura almeno 9,5 miliardi, dà lavoro a 700mila persone di cui la metà in modo diretto, versa all’incirca un miliardo e mezzo fra imposte fiscali e contributi previdenziali. A questo riguardo l’indebitatissima Serie A, in rosso per 2,6 miliardi dopo l’ultima perdita netta di 428 milioni, contribuisce con quasi 800 milioni alle fortune delle casse statali. E la cifra sarebbe ancora più importante se tutti i pagamenti, come i diritti d’immagine di alcuni giocatori e le consulenze di mercato, fossero effettuati in piena regola.

Giustamente, il Sole 24 Ore qualche giorno fa (proprio il giorno dell’uscita di Monti) spiegava che la situazione debitoria delle società è tragica:

 

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Ma i conti sono comunque in attivo:

A 9,5 miliardi si arriva partendo dall’inchiesta effettuata nel 2003 dalla Deloitte (capofila Antonio Marchese, oggi consulente di Barbara Berlusconi nel Milan) che quantificò in 6,3 miliardi il valore del calcio. Da allora i ricavi del mondo professionistico sono aumentati di oltre un miliardo e la raccolta ufficiale delle scommesse sportive è salita di 2 miliardi abbondanti. Erano 3 un anno fa.

E sarebbero ancora di più considerando la rete parallela che non confluisce nell’Amministrazione dello Stato. Il valore aggregato del calcio figurerebbe al decimo posto della classifica annuale stilata da Mediobanca:

Con 9,5 miliardi s’inserirebbe fra le Poste Italiane, che fatturano poco più di 10 miliardi, e la Saras della famiglia Moratti che presenta un fatturato di 8,5 miliardi. Meglio di Riva, Kuwait Petroleum, TotalErg di casa Garrone, Ferrovie dello Stato, Autogrill e Fininvest. Figuratevi cosa accadrebbe se il pallone restasse sgonfio per due stagioni. Il pil arretrerebbe di quasi 3 punti, la disoccupazione aumenterebbe e i consumi segnerebbero un clamoroso ristagno. Ne risentirebbe il turismo in tutte le sue forme considerando il movimento che il calcio si porta appresso fra addetti ai lavori e tifosi: dai pedaggi autostradali ai ristoranti, dagli alberghi al merchandising.

Insomma, tre anni senza calcio sarebbero un contributo attivo alla recessione. Come le tasse sui consumi e l’aumento della benzina, insomma.

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