Il Welby australiano può morire. Senza continuare a soffrire

16/08/2009 - Una richiesta di poter porre fine a cure dolorose e utili solo a continuare a vedere prolungata un’agonia sconvolge l’opinione pubblica mondiale. Siamo questa volta in Australia, questa è la storia di Christan Rossiter Eluana Englaro e Piergiorgio Welby in

     
 

di

Una richiesta di poter porre fine a cure dolorose e utili solo a continuare a vedere prolungata un’agonia sconvolge l’opinione pubblica mondiale. Siamo questa volta in Australia, questa è la storia di Christan Rossiter

Eluana Englaro e Piergiorgio Welby in Italia, ma anche – più recentemente – Debby Purdy in Gran Bretagna. Sono persone che hanno lottato per aver riconosciuto il diritto a sospendere un accanimento nei loro confronti che li teneva in vita nonostante la loro volontà, che consumava i loro cari in una tortura quotidiana. Sono casi che hanno spaccato le opinioni pubbliche nazionali. Oggi, dall’altra parte del mondo, una nuova voce si alza nel coro iniziato con le voci di Eluana, Piergiorgio e Debby, e dalle altre centinaia di solisti silenziosi che trovano conforto nella morte lontano dai riflettori delle telecamere e dal baccano delle aule parlamentari.

IL CASO – Christian Rossiter è un uomo di quarantanove anni, che ha trascorso gli ultimi venti in uno stato di paralisi totale. Un incidente nel 1988 ha reso completamente immobile tutto il suo corpo tranne un dito della mano, e per sostentarsi è nutrito attraverso un sondino gastrico. Ma Christian non è malato, non è sul punto di morte, ed è lucido. E, grazie a degli strumenti simili a quelli del premio nobel del matematico e astrofisico Stephen Hawking, ha dichiarato la sua volontà di porre fine alla sua vita. Ha chiesto alla clinica Brightwater di sospendere la nutrizione forzata.

LA SENTENZA – L’Alta Corte australiana ha, con una sentenza che ha lasciato sorpresi molti esperti giuridici, concesso al signor Rossiter di porre fine alla sua vita. Secondo il diritto locale, ogni persona può dichiarare il suo rifiuto ai trattamenti salva vita (un po’ come negli Stati Uniti) ma aiutare una persona a suicidarsi, rendersi complice della sua morte, è condannabile con una pena che può arrivare anche all’ergastolo. La sentenza permetterà dunque ora alle infermiere della clinica Brightwater di non rischiare la prigione per aver interrotto la nutrizione e l’idratazione.

L’ACCOMPAGNAMENTO ALLA MORTE – In realtà saranno somministrati dei liquidi al signor Rossiter, una minima dose per poter far andare in circolo gli antidolorifici necessari per accompagnarlo alla morte senza subire trauma ulteriori. In realtà, la sentenza permette soltanto la sospensione della nutrizione forzata, e la possibilità di prendere anti dolorifici, non quella di aver somministrato un potente farmaco per ridurre il tempo necessario per giungere alla desiderata morte (come invece succede in Svizzera). Un passo ulteriore che la Organizzazione Non Governativa “Exit”  spera si potrà fare il prima possibile per casi come quelli di Rossiter.

LA PUBBLICA DENUNCIA – Le organizzazioni di destra, e quelle cattoliche hanno provato in tutti i modi di convincere l’opinione pubblica dell’errore che si stava commettendo. Peter O’Meara, presidente dell’Associazione australiana per il Diritto alla Vita non ha esitato a commentare la decisione del giudice come un pericoloso precedente. Ma fu l’intervista rilasciata da Rossiter poco prima della decisione della Corte australiana a convincere almeno l’opinione pubblica. Rossiter si è presentato in video con la sua sedia a rotelle, i segni della tracheotomia che gli permette di respirare, con i sondini per l’idratazione forzata. Ha spiegato ai suoi connazionali con parole semplici quello che provava: “Prima dell’incidente ero uno sportivo. Andavo in bici, facevo lunghe passeggiate. Sono arrivato in cima alla Valle Yosemite in California a piedi, dominando tutto la vallata che arriva fino al deserto. Sono laureato in economia ma, ora, non posso nemmeno leggere un giornale perché non posso girare le pagine. Io non posso muovermi. Non posso nemmeno asciugarmi una lacrima. E vorrei morire. Sono imprigionato nel mio corpo. Non ho paura della morte. Ormai provo solo dolore. Questo è un inferno in vita.”

     
 

4 Commenti

  1. maria teresa scrive:

    A me pare un caso ancora differente rispetto a quello di Welby: questa persona pur vivendo in uno stato fisico terribile non è vittima di una malattia degenerativa, per cui la sentenza è veramente singolare, questa persona non peggiorerà, ed è cosciente, ha deciso il limite per il quale la sua situazione gli risulta insopportabile, ma il limite può essere ancora differente per un’altra persona.

  2. EssEmme scrive:

    Si, comunque hanno rispettato l’idea che fosse stato superato il suo di limite. Una splendida sentenza, in cui davvero il diritto è espressione e ordine di una società come dovrebbe essere, e non come alcuni politici o gruppi di pressione vorrebbero che fosse.

  3. Procellaria scrive:

    C’entra una fava con il succo dell’articolo, comunque non mi risulta che Hawking abbia mai vinto un Nobel.

  4. Anna scrive:

    Finalmente una dimostrazione di civiltà! Nessuno può imporre per legge la propria etica e la propria morale ad un altro essere umano. Chi è contrario all’eutanasia e favorevole all’accanimento terapeutico (non è questo il caso, ma faccio un discorso di carattere generale) pretende (giustamente) di avere il diritto di comportarsi secondo le proprie convinzioni, ma non riconosce agli altri il diritto di fare lo stesso. In base a quale principio? Chi ha stabilito che loro SANNO cosa è giusto e cosa è sbagliato?

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Ultime Notizie