Giulio Tremonti è stato spesso criticato per le “cartolarizzazioni creative”, attraverso le quali ha cercato di monetizzare parte del patrimonio immobiliare pubblico. Perlomeno il ministro ha impiegato lo strumento per cercare di raccogliere risorse a lungo termine; le banche italiane, invece, stanno abusandone per farsi prestare denaro a breve termine, nascondendo dietro a fattori tecnici l’elemosina della banca centrale.
Ultimamente si è ricominciato a parlare di cartolarizzazioni (securitization, nella terminologia inglese). Dopo quasi un anno di assenza dalle scene, questi titoli vengono di nuovo emessi per decine di miliardi di euro, anche in Italia. Nello scorso Novembre, Unicredit emise per ben 22 miliardi di euro; Intesa ha lanciato ad inizio di quest’anno una maxiemissione da quasi sei miliardi; negli ultimi giorni anche MPS ha annunciato il lancio di una cartolarizzazione per miliardi di euro. Le banche italiane sono quindi di nuovo in grado di ripulire i propri bilanci e ripartire con la fornitura di credito a pieno regime? No. Il numero totale di compratori, per questi titoli, è esattamente lo stesso del 2008: zero. Le maxiemissioni non vengono infatti collocate presso investitori istituzionali, liberando così capitali per nuovi prestiti, ma rimangono in carico alla banca che le emette e vengono date in garanzia alla BCE in cambio di prestiti a breve termine. La falla nei conti viene tamponata, ma non risolta.
Il mercato delle cartolarizzazioni è stato recentemente descritto come uno dei colpevoli della crisi attuale. E’ stato anche una delle vittime e non dei colpevoli. Il settore dei crediti cartolarizzati era infatti in tumultuosa crescita anni prima della bolla scatenata dalle banche centrali; è stato un volano che ha modificato profondamente il mercato del credito, riducendone il costo e premettendo di espanderne l’accesso al credito anche a fasce precedentemente escluse. La cartolarizzazione è infatti una metodologia, prima ancora che un segmento di mercato: raggruppa portafogli di crediti normalmente non scambiabili individualmente sul mercato e li struttura in vari tipi di obbligazioni che possono essere quindi vendute ad investitori mobiliari, come fossero azioni od obbligazioni. La “materia prima” per tali operazioni è molto varia: si va dai mutui residenziali, al credito al consumo, alle linee bancarie ad aziende industriali, fino ai proventi futuri dalla vendita di un determinato patrimonio immobiliare (è il caso delle cartolarizzazioni pubbliche ideate da Tremonti).
Sfortunatamente, tale mercato è divenuto uno dei veicoli favoriti per l’investimento speculativo della liquidità in eccesso creata dalle banche centrali negli ultimi anni. Quello che era un mercato stabile grazie alla buona qualità ed alle caratteristiche intrinseche dello strumento è stato inondato di crediti ed operazioni di qualità sempre più dubbia, emesse soltanto per soddisfare una domanda drogata dai bassi tassi d’interesse. L’oligopolio concesso per legge ad alcune agenzie di rating ha esacerbato il problema, eliminando una delle principale salvaguardie del vecchio sistema. Le uniche agenzie di rating autorizzate sono le poche esplicitamente riconosciute dalle autorità di vigilanza; prive di concorrenza, le agenzie hanno ignorato i mutamenti del mercato ed hanno continuato ad applicare vecchi criteri alla valutazione delle nuove operazioni, spesso costruite appositamente per soddisfare i criteri formali delle agenzie stesse e poco altro. Gli investitori tradizionali sono stati costretti a fare buon viso a cattivo gioco: o ritirarsi del tutto dal mercato, oppure acquistare a prezzi gonfiati prodotti di qualità inferiore, ma comunque dotati del marchio di qualità ufficiale.



